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L'ansia mi sta lentamente uccidendo

Il cuore non smette di battermi in petto, come se dentro la cassa toracica avessi un picchio che cerca di uscire. Mi manca l'aria. Devo ricordarmi di respirare, perché il mio corpo sembra incapace di compiere atti basici per la sopravvivenza.

di Megan Koester
22 giugno 2015, 9:18am

Mi fa male il petto. Da più di una settimana. Ormai sono abituata a questa sensazione. Il cuore non smette di battere, come se dentro la cassa toracica avessi un picchio che cerca disperatamente di uscire. Mi manca l'aria. In momenti come questo devo ricordarmi di respirare, perché il mio corpo sembra incapace di compiere atti basici per la sopravvivenza. È tra i 20 e i 30 anni che ho sviluppato un disturbo d'ansia; la vita, a quanto pare, non era già abbastanza dura.

Tutto è cominciato mentre assistevo a uno spettacolo di comici, ero seduta al bar a bere birra e ascoltare le loro battute, quando qualcosa mi ha sopraffatto. Ho iniziato ad avere il fiato corto; la mia pelle si è come ghiacciata. Qualche giorno prima mi era successa una cosa simile, quindi ho pensato che non fosse niente di grave. Ho pensato, passerà, come l'altra volta. E invece no. Questa volta no.

Dopo aver borbottato, "Non mi sento bene," sono corsa in bagno. Lì mi sono aggrappata al lavandino e fissando il mio pallido riflesso ho cercato di respirare con regolarità per calmarmi. Non riuscivo a togliermi di dosso quella sensazione. Allora sono uscita all'aperto, pensando che l'aria fresca potesse farmi bene. Niente da fare.

Sono tornata dentro. "Qualcuno può portarmi a casa?" Non stavo guardando nessuno in particolare. "Non riesco a respirare." Le facce preoccupate delle persone intorno a me non facevano che confermare una cosa: ero messa male.

Solo una volta avevo vissuto una sensazione del genere, mentre stavo facendo una cosa che non avrei dovuto fare (stavo cercando di far diventare mio marito un cittadino americano). Ero in macchina quando un peso aveva iniziato a opprimermi il petto. Avevo accostato, ero in iperventilazione. Avevo pregato mio marito di guidare per il resto del viaggio—era un tratto senza traffico, tutto dritto. Lui si era rifiutato, dicendo che non aveva mai imparato a guidare in città. A dimostrazione di che ragazzino fosse. Ce ne siamo rimasti seduti in silenzio, io che cercavo di inghiottire aria mentre il disprezzo per mio marito cresceva. Poi abbiamo proseguito. Io ho proseguito.

In quel momento però, non riuscivo a superare la cosa. Due anime buone, miei amici, mi hanno offerto un passaggio, ma una volta vicini a casa mia, sapevo di essere troppo terrorizzata per entrare da sola. Non avevo idea di cosa mi stava succedendo, né se mi avrebbe ucciso. "Cristo," ho detto, "penso di dover andare all'ospedale." Mi ci hanno portata, mentre io sdraiata sul sedile reclinato stringevo la mano di uno dei due.

Ricordo di aver pensato, "Se mi fanno pagare perché non è un'emergenza, fanculo, pagherò." Era il pronto soccorso di un grande ospedale. "I dottori hanno i baffi a manubrio qui?" Nonostante le mie condizioni rimanevo incorreggibile. "Certo," mi ha risposto Chris, quello che guidava. "Ma io venivo in questo pronto soccorso prima che diventasse alla moda."

Troppo debole per camminare, ho aspettato che Kevin, l'altro amico, mi portasse dentro su una sedia a rotelle. "Hai una coperta?" ho chiesto a Chris, stavo gelando. Ha controllato nel baule ed è tornato ridendo. "No, ma ho delle magliette dei Lakers che puoi usare come coperta." Me le sono buttate addosso.

"Posso tenerti la mano?" ho chiesto a Kevin. "Ho paura." Mi ha dato la mano e io l'ho afferrata come se stessi per morire. "Ho di nuovo bevuto da sola, e non l'ho detto a nessuno," gli ho confidato.

L'infermiera mi ha chiesto se avessi bevuto quella sera. "No," le ho risposto. Ovviamente la birra non conta. "E ieri sera?" "Sì," ho risposto, "parecchio." Mentre lo dicevo una lacrima mi scendeva giù per la guancia. Patetico no?

Kevin e Chris si sono alternati al mio capezzale e io ho ripetuto che non avevo smesso di bere. "La vita è dura," mi ha risposto Chris. "Io ho provato a smettere di fumare dieci volte, ma non ce la faccio." La vita è davvero dura.

Poi gli ho chiesto di cercare sul cellulare gli effetti collaterali di alcuni antidepressivi che prendevo in quel periodo. Tra le altre cose c'erano anche allucinazioni. Il giorno prima mi ero incazzata per una cosa che adesso ero sicura non fosse mai successa. Mentre cercavo di spiegarglielo ho visto comparire nei suoi occhi confusione e preoccupazione.

Una volta tornata a casa, ho lasciato che la valanga di notizie su internet mi investisse. Fissando l'immagine di una giovane attrice, avevo notato che si muoveva lentamente. Sarà una GIF, ho pensato. Ma mi sono resa conto che era una JPEG. Ok, stavo andando fuori di testa.

Sono sempre stata dell'opinione che "attacco di panico" sia un termine abusato. Sentirsi sopraffatti dalla propria popolarità a un evento mondano non è un attacco di panico. Quelli veri ti rendono inerme. Ti rendono incapace di qualunque cosa, anche di parlare, la tua volontà non conta più niente.

È questo il fatto, sei completamente inerme. Non riesci più a controllare il tuo corpo. Diventi in un certo senso estraneo a te stesso. Guardandoti allo specchio, non ti riconosci. Quando per tutta la vita hai avuto il pieno controllo del tuo corpo, perderlo è terribile. Per sederti, per alzarti, per ogni cosa devi compiere uno sforzo enorme. Sai che non c'è una spiegazione logica. Ma succede. È la tua ansia che ti trascina dove vuole. Comanda lei.

Non c'è niente che ti faccia sentire più isolata che avere un attacco di panico. Ti senti completamente, totalmente sola, alla deriva in un incubo che la tua mente ha fabbricato per te. In realtà non sei sola. Solo negli Stati Uniti il 18 percento della popolazione (40 milioni di individui) soffre di disturbo d'ansia generalizzato.

Un attacco di panico può colpirti in ogni momento, senza apparente motivo. Sai che si tratta di una sensazione, che non è niente di grave, ma la logica in quei casi non può esserti d'aiuto. Ecco una definizione calzante che ho trovato in internet: "Un attacco di panico è un episodio di intensa paura che scatena reazioni fisiche rilevanti anche in assenza di un pericolo reale o di una causa diretta."

Mi hanno detto che il mio disturbo d'ansia è il risultato di un sovraddosaggio di antidepressivi. Insomma, ho una quantità troppo elevata di un farmaco che mi serve nel corpo. Nessun farmaco mi aveva mai dato effetti collaterali e sono sempre stata talmente fortunata da poter rispondere no alla domanda, "Sei allergica a qualcosa?" Ora non posso più.

Mi hanno detto che lo Xanax può essermi d'aiuto, ma il mio psichiatra, visti i miei precedenti con l'abuso di sostanze, si rifiuta di prescrivermelo. La terapia cognitivo-comportamentale è un metodo di cura dell'ansia alternativo all'uso di farmaci. Solo che io non ho i soldi per la terapia cognitivo-comportamentale. Ho solo i soldi per la terapia "chiuditi nel guardaroba e respira in un sacchetto."

Ora mi muovo in maniera incredibilmente lenta. Ogni movimento è un'agonia. Ogni volta che esco di casa, me ne pento. Guidare una macchina mi è diventato praticamente impossibile. Le uniche gioie che mi sono rimaste sono mangiare maionese vegana a cucchiaiate e lamentarmi al telefono sdraiata sul letto, che ho spostato nel guardaroba.

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