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vita vera

L'orgoglio hipster del Primavera Sound

Finalmente qualcuno è venuto allo scoperto e l'ha detto: "Noi siamo fieri di essere hipster".
25.1.13

L’altroieri ho visto la presentazione in diretta da Barcellona del Primavera Sound 2013. Lo spettacolo—“La Gala”, si chiamava—meriterebbe un trattato a sé, ma lascio l’onere ad altri. Prima dell’annuncio del programma festivaliero, e tra un’esibizione e l’altra di incommentabili gruppi indie spagnoli (se detestate l’indie italiano, vi informo che c’è di peggio), La Gala ha intrattenuto ospiti in sala e spettatori online con immancabili siparietti comici tra cui, applauditissima, una serie di video volti a illustrare il lavoro di una fantomatica Primavera Sound Foundation.

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Di cosa si occupa la Primavera Sound Foundation? Di gruppi emergenti, magari? Di formare aspiranti professionisti del settore degli eventi musicali? Della diffusione di musiche indipendenti o underground? No, la Primavera Sound Foundation svolge un lavoro eminentemente sociale, e il suo obiettivo è il recupero alla vita normale degli… hipster.

I video in questione (in inglese) erano concepiti come una seduta sul modello degli alcolisti anonimi, in cui diversi giovani hipster—radunati in circolo in una sala spoglia—confidavano al terapeuta di turno le loro ansie, le loro debolezze, i loro fallimenti (“non ce l’ho fatta, l’altro giorno sono andata a un mercatino delle pulci”) e i loro successi (“sono tre mesi che non leggo Pitchfork”). Obiettivo della seduta era naturalmente ammettere in primo luogo che sì, “io sono un hipster”, e in seconda battuta lavorare su se stessi per uscire dalla divorante dipendenza.

Ogni episodio insomma si poneva in perfetta continuità con quanto, su queste stesse pagine, raccontava Clive Martin in L’umorismo sugli hipster ha bisogno di una revisione. Battute e parodie sul mondo hipster, si sfoga Martin, rappresentano ormai un vero e proprio filone comico con ormai diversi (troppi) anni alle spalle, facente perno su una serie di cliché non sempre a fuoco e alle volte datati. D’altra parte, ancora su VICE, Lorenzo Mapelli ricordava in Cosa significa “essere un hipster” nel 2012, “sono sempre gli altri, mai noi, ad essere hipster. Per alcuni, essere definiti tali è una vera e propria offesa, altri invece vi diranno che non se la prendono, ma nessuno vi dirà mai che è fiero di esserlo; e questo, credo, per il semplice fatto che non si può essere fieri di qualcosa che non si riesce ad identificare, qualcosa che è impossibile conoscere veramente” [il corsivo è mio].

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Concedo a Mapelli che è vero, ogni volta che—ormai da anni a questa parte—è stata sollevata l’annosa questione “ma cosa sono mai questi hipster,” nessuno è mai riuscito a dare definizione certa. Eppure, al tempo stesso, identificare un hipster è paradossalmente facilissimo: basta ricorrere ai cliché di cui sopra, che dopotutto una qualche ragion d’essere ce l’hanno. O dare un’occhiata ai succitati video della Primavera Sound Foundation.

A colpirmi a proposito di questi ultimi però, non è stato tanto il fatto che (“di nuovo, ancora, non se ne può più”) reiterassero lo stanco umorismo sugli hipster già stigmatizzato da Martin. No, il particolare interessante è che fossero firmati Primavera Sound. E cioè una delle sedicenti istituzioni hipster per eccellenza, tanto che il festival viene citato a più riprese dai protagonisti della stessa seduta terapeutica. È uno slittamento interessante perché contiene un’ammissione implicita: e cioè “sì, noi [il popolo del Primavera] siamo hipster. Ci ridiamo su [perché gli hipster sono per definizione ironici] ma nondimeno lo ammettiamo e un pochino siamo anche fieri di esserlo. Quantomeno ci riconosciamo nella rappresentazione che ne viene data.” Insomma, un ribaltamento di prospettiva che, magari inconsciamente, mette in crisi gli assunti (per altri versi sottoscrivibili) esposti appena due mesi fa da Mapelli, per il quale “il termine hipster ha assunto una valenza che ormai va ben oltre ogni tentativo di definizione oggettiva, e sconfina totalmente nella sfera personale […] sta diventando sempre di più un non-termine, una parola priva di significato reale.” Non so Lorenzo, a quanto pare un significato quella parola ce l’ha: e non per hater da Macbook Pro, vetusti giornalisti lifestyle aggiornati al 2008, o accademici intenti a ragionare sul male del decennio (l’ironia); ma per gli stessi protagonisti di un mondo che in quasi un decennio ha finito per riconoscersi negli stessi cliché che a suo tempo rigettava con atteggiamento a metà tra l’imbarazzo e il non volersi piegare a definizioni di comodo.

L’aspetto interessante dei video (non parodie, ma autoparodie) della Primavera Sound Foundation è proprio che, venendo da dove vengono, rappresentano di fatto una storicizzazione del fenomeno. È come se mettessero la parola fine a una diatriba che per anni non è sembrata andare da nessuna parte, e poi di colpo—puf!—la certificazione ufficiale: “ma sì, l’abbiamo capito, gli hipster siamo noi, ecco come ci comportiamo, ecco come ci vestiamo, ecco quali sono i nostri gusti musicali, ecco quali sono i nostri festival preferiti (il Primavera ) ed ecco quali sono le letture di riferimento,” e cioè Pitchfork e ovviamente VICE, che nella seduta viene dato alle fiamme come rito per liberarsi dal male (notare che VICE è uno dei partner della rassegna).

È anche curioso constatare come l’immagine dell’hipster che ne viene fuori non si discosti granché dai luoghi comuni messi alla berlina sia da Martin che dallo stesso Lorenzo Mapelli: un tripudio di baffi, vestiti scemi, cibo organic e biciclette a scatto fisso. Per anni è stato fatto notare come questi ingredienti restituissero una semplificazione di una realtà non così oggettivamente circoscrivibile. E invece purtroppo no, tocca ammetterlo: l’immaginario hipster, con tutti i distinguo e le eccezioni del caso, è circoscrivibile, esattamente come circoscrivibile fu l’immaginario punk, hippie, o che so io. Perché dopotutto, e pazienza se suonerà blasfemo, quella hipster è (o a questo punto, a storicizzazione avvenuta, sarebbe meglio dire fu?) una sottocultura vera e propria: coi suoi codici, i suoi miti fondanti, i suoi feticci. Si potrà obiettare che, diversamente da quelle testé evocate, non è stata una sottocultura di rottura, o meglio ancora una controcultura: è stato semmai un fenomeno giocato all’insegna dell’ironia, del disimpegno, persino del qualunquismo. Ma si tratta nondimeno di un complesso di atteggiamenti che tutti assieme stabiliscono un linguaggio: peraltro, un linguaggio perfettamente a suo agio negli anni di internet, del tutto qui e ora, e dell’impossibilità di stabilire valori certi perché è lo stesso andirivieni fluttuante del Web ad alterare scale, gerarchie, priorità.

Di questo linguaggio, i video presentati l’altroieri durante La Gala del Primavera Sound, sono un po’ una rivendicazione orgogliosa. Ribadiscono che d’accordo, ironizzare sul fenomeno è stato e rimane facile, ma è comunque un fenomeno che ha inciso in profondità sull’immaginario nei Duemila: ne ha decretato le tendenze, i vocaboli, i gusti (musicali, estetici, persino letterari), il modo di vestire. E l’ha fatto con successo: “140.000 persone sono intervenute lo scorso anno per il Primavera Sound 2012,” ricordavano durante la presentazione. Come a dire: siamo un esercito. Abbiamo vinto. Perché a questo punto non reclamare un’appartenenza che solo fino a ieri era osteggiata, negata, confutata, disconosciuta? Perché, dopo anni di smentite e rettifiche, non sbandierare un po’ di sano, risoluto orgoglio hipster? Dopotutto, il motto della Primavera Sound Foundation è “You’re not alone”. Sottinteso: vieni a Barcellona quest’anno. Al Primavera, assieme a te saremo in 139.999. Avanguardia di una falange che resta la più vistosa, influente, magari aberrante ma a questo punto—ci piaccia o meno—importante sottocultura di massa dei Duemila.