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Come la mia generazione (di merda) rischia di cambiare il mondo

Recentemente un gruppo di studiosi ha annunciato la scomparsa dell'età adulta. Ma questo cambiamento generazionale è frutto di una diminuita maturità o di una rivoluzione del modo di vivere?

oto di ML Scribe

400. Più o meno è questo il numero di ragazzi francesi che ho avuto la possibilità di incontrare durante i miei quattro anni di casting selvaggio per The Smell of Us, il film che ho scritto insieme a Larry Clark. Si trattava principalmente di ragazzi di città, di età compresa tra i 16 e i 26 anni, di qualsiasi origine, estrazione sociale e orientamento sessuale—molti dei quali provenienti dall'ambiente skate, dato il fascino del signor Clark per questo tratto particolare di libertà giovanile.

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400 provini quindi, individuali o in piccoli gruppi, online o nella vita reale, a volte ripresi, a volte no, ma sempre condotti attraverso le stesse domande, gli stessi temi, e preservati grazie alla mia propensione compulsiva a prendere appunti. Solo qualche mese fa sul New York Times un gruppo di specialisti annunciava la scomparsa dell'età adulta definita attraverso l'essere genitore e la proprietà privata. Dal canto suo, Clive Martin delineava l'inquietante ritratto di una generazione persa nell'alcol e bloccata sull'isola che non c'è. Visto che siamo di fronte a una "economia in crisi," dice Martin, sfondarsi è diventata gradualmente "l'unica cosa che sappiamo fare."

Molti altri osservatori si sono aggiunti al coro, agitando lo spettro di una gioventù occidentale completamente allo sbando. Ecco perché mi è sembrato importante ritornare sulla questione. Credo che non dovremmo lasciarci sfuggire quest'opportunità e riaprire un dibattuto su un'idea a mio parere trascurata più del necessario: i giovani non hanno smesso di crescere. Semplicemente, stanno cambiando il modo in cui quell'essere adulti si traduce nella pratica.

Foto di Marianne Thion

Ho sentito (e vissuto) un sacco di storie folli nel corso dei miei quattro anni da micro-sociologo. Le risse in metro, i viaggi indesiderati in Europa, i Breakfast party di cui le esperienze sessuali da scoppiati sono soltanto una componente. E hanno tutte un punto in comune: sono frutto di un'idea dello sballo che ha condizionato la nostra esistenza. E non è solo l'alcol. Se potessimo sintetizzare l'attuale generazione tra i 18 e i 30 anni e ridurla in polvere, somiglierebbe a un grosso mucchio di MDMA. A Parigi ne ho incrociata in ogni luogo, foggia e situazione, soprattutto quando questa implicava la presenza di giovani stregati dal nome suggestivo di Larry Clark.

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Oggi, la maggior parte degli esperti istituzionali spiega l'atteggiamento dei giovani basandosi sulla crisi economica del 2009. Lottando contro un mercato del lavoro in pessime condizioni, un debito pubblico senza precedenti, con studi più lunghi e dal risultato incerto, possiamo comprendere perché il 71 percento dei giovani francesi "non crede più nella società", mentre circa 750.000 giovani inglesi hanno l'impressione di "non avere ragione di vivere."

Di sicuro, il contesto socio-economico attuale non ci aiuta a maturare, ma ci ha portato quantomeno a ingegnarci—dal carpooling alla condivisione solidale di risorse e di spazi. Lo dimostrano la nascita di modelli di consumo collaborativo (crowdfunding, co-working, co-lunching e co-un-po'-quello-che-ti-pare) e il ritorno di uno stile di vita fai da te, motivato non da un radicalismo politico come accaduto per il punk, ma dal trovarsi in contesto molto più difficile.

Foto di Marianne Thion

Eppure, francamente, non credo alla spiegazione economica come causa univoca. Possiamo ridurre le ragioni di una scelta esistenziale a dei fattori materiali? Non proprio. Forse bisognerebbe più che altro smettere di dare una risposta di tipo economico a ogni domanda umana. In un mondo estremamente complesso, abbiamo trovato rifugio nella cosiddetta scienza economica, rassicurati dalla sua apparente natura matematica e puramente razionale. A costo di ridurre l'intero programma politico al culto della crescita. A costo di spingere sempre più i limiti del consumismo che colpisce la famiglia, la religione, la cultura, ci stiamo trasformando in quello che Gilles Lipovetsky chiama l'homo consumericus. Ma proprio ciò che la mia generazione sembra capire, è che la dottrina dell'efficacia e della materialità sarà una piaga tanto quanto l'ordine religioso fino all'età dei Lumi: una base che permette di tenere in piedi la società, ma solo una base. E fino a prova contraria, non volersi proiettare in una società consumistica all'eccesso è ben diverso dal "non voler crescere".

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Non solo l'operazione casa + bambino + labrador + pensione sembra ormai completamente fuori portata (in termini economici, intendo), ma dobbiamo riconoscere che, in aggiunta, è invecchiata. Non esistono statistiche in materia, ma credo di poter affermare che il 100 percento delle persone che conosco ha smesso di crederci. Le nostre lunghe peregrinazioni di età prepuberale sono forse un modo per "mettere le palle sul tavolo". È l'espressione di un chiaro rifiuto della modernità, una fuga il più possibile lontana da questo stile di vita a forma di mini-market che, per quanto rimesso costantemente in discussione, resta ciò che ci viene venduta come "la norma". In che modo hanno reagito i giovani a questo rifiuto? Diventando la generazione meno produttiva di tutti i tempi.

Perché ovviamente, il fatto di nascere con un obiettivo di marketing dipinto sulla fronte ha profondamente colpito la nostra mentalità. E la pressione sociale, l'imperativo di acquistare senza possedere i mezzi necessari, ci hanno spinto in un circolo vizioso. Quello dell'apatia. Questa controproduttività, questa ribellione passiva, costituisce la nostra reazione più istintiva. Ma possiamo già trovarci degli elementi che porteranno le giovani generazioni a ritrovare la luce.

Sono sempre stato pessimista per natura. Ma incontrando così tanti giovani in così poco tempo, ho cominciato ad avvertire una dolce fragranza di speranza.

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Soffermiamoci quindi su un'affermazione di Clive Martin, secondo cui i giovani d'oggi non potranno "più smettere di fare festa". Innanzitutto, è un'attività sterile, improduttiva, senza valore economico apparente. Inoltre, si manifesta generalmente al di fuori della struttura alla base della società moderna, ossia la famiglia nucleare.

Per quanto strano possa sembrare, forse siamo tornati a una forma più antica di struttura sociale: la tribù. Questo fenomeno era già stato descritto nel 1988 da Michel Maffesoli nel suo libro Il Tempo delle Tribù, il declino dell'individualismo nella società postmoderna. Nel 2010, Maffesoli ha anche descritto l'emergere di gruppi tribali part-time in sostituzione della cultura di massa, portando gli esempi di migliaia di flash mob e festival musicali. Su questo punto sembra avere ragione.

Quando guardo questi 400 membri della mia generazione, per quanto molto diversi tra loro, mi rendo conto che tendono per lo più a riproporre gli elementi della tribù e dell'anti-produttivismo. E probabilmente il vecchio Clark aveva già individuato questa tendenza prima di chiunque altro, vent'anni fa, mentre girava Kids.

I nonni dell'autore. Foto di Scribe

È possibile che, in un futuro prossimo, verranno creati spazi fuori da ciò che chiamiamo mercato. Gli spazi di socialità, di comunione intorno al presente. Se Michel Houllebecq ha recentemente predetto il ritorno della religione, io tenderei piuttosto a credere al ritorno di una profondità esistenziale collettiva. In risposta al diktat economico, saremo forse costretti a scoprire o a riscoprire tutta una serie di attività che prevedono la continua distorsione capitalista. Attività che traggono profitto dal piacere irrazionale, dalle sensazioni fisiche, dal primitivo, senza alcun costo né etichetta. Lo skate in questo senso, e tornando a Clark, è un esempio perfetto: non permette solamente di affermarsi fisicamente e spiritualmente, ma accresce il senso di unità e appartenenza. Trasmette un codice di condotta non scritto, un senso di realizzazione e una profonda passione contemplativa.

Ma non sono le uniche attività "irragionevoli" che dobbiamo aspettarci dai giovani. Se parlo di cose "irragionevoli" è perché a forza di studiare la ribellione adolescenziale sono giunto alla conclusione che il solo modo di ribellarsi contro la nostra società di massa (e quindi logicamente, l'unico modo per continuare ad essere "dei giovani"), è rifiutare i meccanismi stessi della logica. Perché parliamoci chiaro: tutto ciò che si può razionalizzare, può essere recuperato dal mercato (se, come me, non avete una vita sociale, leggetevi l'eccellente The rebel sell di Joseph Heath e Andrew Potter).

Si dovranno invece esplorare nuove aree di piacere e di "crescita personale", forse attraverso tecnologie avanzate, e forse inventeranno nuove lingue, un nuovo rapporto col cosmo o altro. In effetti, se parlo così poco di internet, non è per minimizzarne i risultati; è perché da adesso in poi strutturerà tutti i nostri rapporti, in peggio e in meglio. Ma forse è troppo presto per trarre delle conclusioni. Quello che penso, tuttavia, è che i ragazzi inseguiranno nuovi sogni spirituali, non dogmatici, e in ogni caso non produttivi, e si raggrupperanno in tribù provvisorie. Lo penso tanto quanto lo desidero. Anzi, la tendenza è già in atto.

Quindi la domanda è: diventeremo la prima generazione non commercializzata della storia moderna? L'idea è alquanto eccitante.

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