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Non ci avevamo capito un cazzo

Quando ripenseremo a queste elezioni ce le ricorderemo come quelle nella quali nessuno c’aveva capito nulla. Zero i sondaggi, zero i giornali e zero tutti, perché nessuno si aspettava questo risultato.

di Vincenzo Marino
26 maggio 2014, 4:25pm


Renzi nella conferenza stampa sui risultati delle elezioni. Foto via Flickr/Palazzo Chigi.

Se mi avessero detto che alle Europee il Pd avrebbe preso il doppio dei voti del M5S io avrei glissato senza tradire la minima espressione e continuato a depositare saliva sul dorso del mio rospo. Invece è successo e sono completamente sobrio: il Partito Democratico ha raccolto il 40,8 percento, riuscendo a far eleggere 31 deputati al Parlamento Europeo (praticamente quanto la rappresentanza rumena) e staccando il Movimento di Grillo di 20 punti.

Una vittoria del genere, con questi numeri, non si registrava dalla DC degli anni Cinquanta e più in generale da MAI per un partito che si colloca nell’area di centrosinistra—considerando che per superare soglia-30 ha sempre dovuto fare i conti con un presunto “voto moderato e ostile” da avvicinare inglobando partiti di varia estrazione, proponendo alleanze incredibili e inventandosi sigle ai limiti della comprensione logica (“Centro Democratico” di Tabacci uber alles, ora confluito nel fallimentare laboratorio “Scelta Europea”).

Quando ripenseremo a queste elezioni ce le ricorderemo come quelle nella quali nessuno aveva capito nulla. Zero i sondaggi, che hanno descritto per settimane uno scenario totalmente diverso, zero i giornali, che continuavano a parlare di testa a testa fra Renzi e Grillo. E zero tutti, perché nessuno si aspettava questo risultato. Persino il mondo dell’editoria, di solito dinamico e aggiornatissimo, si è trovato decisamente spiazzato.


Matteo Renzi si è espresso solo in mattinata, affidandosi a un discorso placidissimo e compiaciuto che Enrico Mentana su Facebook ha riassunto compitamente:


Il successo dell’ex sindaco è oggettivamente innegabile. Le mappe elaborate da YouTrend dimostrano questa leggerissima tendenza: l’Italia è tutta rossa, se per rosso accettiamo per convenzione il colore che si è scelto di attribuire al Partito Democratico in questo caso.

Il PD raggiunge vette alte in territori storicamente sfavorevoli a un’offerta politica che non fosse d’estrazione cattolica (DC) o "nazista" (Lega Nord): nel Nord Est il trend resta grossomodo quello nazionale, con il dato dell’ex ministro Cecile Kyenge eletta con 92mila preferenze. A Milano supera il 45 percento, arriva al 35 in Sicilia, dove Berlusconi è ancora al 20. A Parma, capitale storica del grillismo conquistata da Pizzarotti nel 2012, il PD supera il 50 percento e relega il M5S al 19.

Grillo esce ridimensionato in termini numerici: meno 2 milioni e mezzo di voti per il Movimento e 21,1 percento. Il paradosso è che in termini assoluti si potrebbe parlare di ovvia flessione ma di risultato vagamente positivo per un movimento nato da pochi mesi e che alla sua seconda tornata elettorale conserva ancora un quinto delle preferenze nazionali.

Grillo ha invece promesso la testa di Renzi e quella di Napolitano, garantendo una vittoria certa e lanciando un’hasthag a tema dell’intera campagna che è poi finito con l’essere inesorabilmente parodiato (#vinciamopoi). La prima reazione di Grillo è stata la pubblicazione di una poesia accompagnata da un banner con su scritto “5 milioni di grazie” che è il cartello che un qualsiasi candidato provinciale del PDL di Caserta degli anni Duemila avrebbe fatto stampare e appendere per strada in caso di sconfitta.


Questo senso d’impotenza è stato interpretato per tutta la notte da Marco Travaglio, ospite della maratona elettorale di Enrico Mentana e protagonista di una strenua difesa ai limiti dell’imbarazzante del Movimento—è l’una e quaranta quando si lascia scappare che “sì il M5S ha perso ok” e la sua espressione è questa.

Il movimento manda in Europa 17 parlamentari che non aderiranno a nessun gruppo, e avranno quindi l’unico compito di fare quelli che sono stati eletti al Parlamento Europeo dopo una selezione alla quale hanno partecipato 32mila persone per mandare in Europa candidati che hanno preso meno preferenze di Iva Zanicchi—che purtroppo per voi rimane fuori.

I Forconi, comunque, hanno reso nota la loro disponibilità a dare una mano.

Il terzo dato di queste elezioni è il risultato di Forza Italia: il 18 percento (o addirittura più) sarebbe stato un lusso, data la situazione (un leader costretto a rincasare entro le 23 causa ARRESTI e un contesto generalmente sfavorevole). Invece si ferma al 16 e firma probabilmente la sua condanna politica definitiva—ogni volta che la dico non ci crede nessuno, nemmeno io. Molto probabile fra l’altro che una parte significativa del suo elettorato abbia alla fine deciso di svoltarla verso Renzi, cosa che suona più o meno come un requiem sulla sua esperienza politica. Abrignani (FI) ha un’altra teoria.

L’intenzione di Berlusconi era sperare comunque in un dato aggregato favorevole al centrodestra, o almeno concorrenziale: la somma di Forza Italia, Fratelli d’Italia, Alfano e Lega—in caso di risultato positivo—avrebbe ancora potuto dare filo da torcere al Partito Democratico, specie in previsione di una nuova legge elettorale fondata sulle coalizioni e un eventuale ballottaggio fra le prime due. E invece NIENTE: Alfano ce la fa di poco, e dimostra quanto il suo peso elettorale nel paese sia esiguo mettendo a rischio anche quello nel governo—di cui è parte attiva, con tre ministri e uno sguardo da urlo. Chi regala al governo Renzi altri due componenti è Scelta Civica, che con Scelta Europea (e FARE e Tabacci nel gruppo) racimola un imbarazzante 0,7 percento, rendendo la sua presenza nell’esecutivo il più incredibile WTF di questa legislatura.

La Lega Nord invece è l’altra faccia della vittoria: il suo risultato è oro puro rispetto al Carroccio malfermo dall’ultimo Bossi e delle inchieste sulle mutande di Cota (che intanto ha perso la Regione). Matteo Salvini è riuscito a resuscitare l’antica creatura abbellendola di populismo anti-euro e fascinazioni lepeniane da esportare anche al Mezzogiorno (pur non riuscendo chiaramente a sfondare, se sommiamo le circoscrizioni Sud e Isole Salvini arriva a 23mila preferenze). Mario Borghezio ringrazia “le facce pulite di Casa Pound” per questo risultato.

Lo 0,04 percento è invece quello che è bastato alla Lista Tsipras per superare la soglia di sbarramento del 4: L’Altra Europa conquista tre seggi e incassa un relativo successo che potrebbe dare la spinta per una formazione nazionale alla sinistra di Renzi oppure no, perché tanto siamo in Italia e una sinistra che non soffra per qualche incomprensibile rottura interna probabilmente non possiamo ancora permettercela.

Se ci si vuole limitare a un’analisi grossolana, si potrebbe dire che la partecipazione è stata bassa (affluenza 58,7) ma non eccessivamente disastrosa—specie se rapportata ai dati europei—e che gli italiani sembrerebbero aver premiato la stabilità o la cultura di governo o la speranza o lo status quo o una nuova classe dirigente o gli 80 euro in più in busta paga. O semplicemente si sono messi d’accordo per fare agli istituti di statistica lo scherzone più riuscito della storia repubblicana.

L’imperscrutabile elettorato italiano in questi ultimi anni è sembrato caratterizzarsi per una decisa frattura fra chi sperava in un forte evento di rottura (fomentato da anni di politica disastrosa e indici economici per niente positivi) e una porzione di elettorato più disposta a seguire la narrazione politica dei media e a correggere—se non a mantenere—il sistema senza minarne le basi. M5S o Berlusconi o Lega o Fratelli d’Italia contro Pd e Bersani e Prodi e Monti e i professoroni.

Riducendo al massimo, si tratterebbe di una contrapposizione—anche a livello europeo, dove ha raggiunto vette parossistiche in Francia e UK—fra gli interpreti del populismo e i gli Oscuri Rappresentanti della Casta Politica, due istanze delle quali il premier è stato interprete allo stesso tempo: c’è il Renzi che tuona contro l’Europa che lascia morire i bambini, quello della corsa perenne e la rottamazione a più livelli, e quello che si è fatto garante nei confronti dell’establishment e del potere in genere, che apre ai tavoli di trattativa con tutti e non si gira dall’altra parte quando Denis Verdini gli fa il segno dei baci con la bocca. 

Nel frattempo il Pd esulta per questo risultato, sebbene ci sia poco da festeggiare per qualcuno che si è preso il partito, scalato Palazzo Chigi e adesso godrà di un credito infinito per N anni, qualsiasi cosa faccia o prometta. Perché da oggi Renzi si sentirà legittimato a offrirci in pasto una realtà apparentemente perfetta con la stessa faccia di chi ti spaccia un viaggio a Vallo San Medardo.


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