Il David
Tutte le foto di Vincenzo Ligresti.
A12N4: Il decimo annuale di narrativa

Il David

"Lo strato di muschio bagnato che avviluppava la statua rendeva tutto così umido, e freddo, e scivoloso. Quando aveva sentito che stava per venire, aveva preso la ninfa per la mano libera."
Niccolò Carradori
Florence, IT
23 gennaio 2017, 7:15am

_Questo racconto è tratto dal nostro numero annuale dedicato alla narrativa. _

Il complesso comunale del parco di San Salvi è una grande ellisse alberata, con due bisettrici lastricate che la tagliano a spicchi, e sezionano i padiglioni professionalmente adibiti a soddisfare un variegato numero di disagi ufficialmente riconosciuti dall'Azienda Sanitaria di Firenze.

In un palazzo liberty color crema sono allestiti la segreteria e il laboratorio del dipartimento cognitivo-comportamentale della Facoltà di Psicologia; subito accanto, in quello che un tempo doveva essere un magazzino o una rimessa, c'è lo spazio comune del centro di igiene mentale. Il lato opposto della fiancata dell'ellisse è occupato da strutture contenitive per anziani, da alcuni uffici coordinativi, e dalla mensa della facoltà.

All'incirca all'altezza del fuoco più distante, poco oltre una serie di edifici sgombri che vengono utilizzati dai gruppi di supporto settimanali, c'è una clinica di recupero per la tossicodipendenza. Una struttura succursale di transito, quasi sempre vuota.

In compenso sul fondo del parco, al di là della strada, si trova il centro di reinserimento nella tossicodipendenza: un gruppo di case diroccate e roulotte che originariamente erano occupate dai rom, ma che adesso sono state trasformate nell'aggregato di squatter più popoloso della città. Qualcuno lo  chiama "il Villaggio dei Ponfi", per la patetica associazione con la complicata situazione cutanea di chi fa uso di eroina. Emilio vive qui da quasi un anno e mezzo.

Se ne sta accoccolato sopra un mobile di legno, in una roulotte addobbata con pneumatici e sartiame che dà direttamente sul viale, e guarda fuori da una finestrella di plastica. Sul tavolo pieghevole del cucinotto qualcuno ha lasciato una scatoletta di sgombro aperta, con una sigaretta spenta dentro, e nell'aria si spande un persistente tanfo dolciastro. Da qui Emilio può vedere il parcheggio del centro di igiene mentale, e osserva i pazienti pascolare in traiettorie sinusoidali senza meta.

I volontari della parrocchia di San Salvi hanno recentemente ripulito l'area dai graffiti, e li hanno sostituiti con citazioni prese dalla Bibbia, impresse sui muri con della vernice smaltata rossa. Quella più vicina alla roulotte è presa dal salmo 39, Riconoscenza e Supplica.

"Ho sperato: ho sperato nel Signore

_ ed egli su di me si è chinato,_

_ Ha dato ascolto al mio grido."_

Emilio osserva una delle pazienti—una donna patologicamente grassa e bonaria, che puzza sempre di urina stantia—mentre si appresta a reiterare il suo gioco preferito. Si avvicina di soppiatto al graffito, sotto lo sguardo perso dell'inserviente di turno, e mentre lo fissa lancia un grido: "AAAAAAYAAAAAH!" Poi guarda l'inserviente ridendo, e quest'ultimo le concede un comprensivo cenno di assenso, mentre mantiene l'espressione genuflessa tipica degli operatori sanitari veterani. Un misto bilanciato di consapevole rispetto per il proprio ruolo, e noia disperata.

La donna, che è stata affettuosamente ribattezzata Xena Principessa Guerriera dagli abitanti del Villaggio dei Ponfi, è alla sesta scorribanda sotto il graffito in meno di 40 minuti. Sono quasi le cinque di pomeriggio, e sta per piovere.

La guardia notturna della Galleria dell'Accademia aveva detto a lui e alla ragazza che li aveva presentati che se ci fosse stata la possibilità di entrare di nascosto, allora gli avrebbe inviato un messaggio per tempo. E lui se ne sta lì a guardare fuori dalla finestrella, e ad aspettare.

La prima volta che si è scopato una statua è stata appena due mesi fa, e la propria, spontanea, soddisfazione incalcolata talmenta tagliente che da allora non pensa ad altro.

Se non avesse una sorta di recalcitranza istintiva, si sentirebbe quasi di dire che tutto era avvenuto nel modo più naturale possibile.

Si trovava in un piccolo parco recintato poco dietro Viale dei Mille, insieme a un tizio esagitato con dei lunghi capelli unti che era da poco arrivato al Villaggio dei Ponfi e che aveva detto di chiamarsi Sebastiano, ma che per giorni aveva implorato (nel senso più stretto del termine) tutti di chiamarlo Pericle. Non era chiaro perché, ma non era stata una mossa sociale molto astuta: nessuno lo aveva mai chiamato Pericle, né badato troppo alla sua presenza, nonostante l'entusiasmo con cui continuava ad insinuarsi nelle conversazioni altrui.

Erano seduti in un'aiuola del parco—Emilio non riesce a ricordare per quale motivo fossero insieme, ricorda solo che si stava fustigando dalla noia—ed era un giovedì sera, e a un certo punto Pericle se n'era venuto fuori tutto tronfio con questa storia che in tasca aveva una provetta di plastica in cui era stata disciolta della fenciclidina. Si era messo a piovere.

Non si sa effettivamente cosa ci fosse nella provetta, sicuramente non PCP, ma Emilio aveva deciso di prendersela comunque, perché era giovedì sera, e si trovava in un parco da solo con questo tizio con cui non aveva voglia di stare da solo.

Per qualche motivo, però, il benessere empatogeno che sperava migliorasse la situazione non era arrivato, e allora, quasi preso dal panico, si era allontanato sbrigativamente e aveva lasciato Pericle lì da solo. Aveva percorso, correndo, una strada a caso di Campo di Marte, e in giro non c'era nessuno. Si era seduto su una panchina, in una piazza di quartiere, con le spalle buttate indietro e la testa reclinata verso il basso, aspettando che smettesse di piovere.

A una decina di metri da lui, sotto una robinia tutta ripiegata su se stessa, c'era la statua di quella che Emilio presumeva essere una ninfa, nuda, con una brocca caricata su una spalla: la pietra annerita era per buona parte ricoperta da un sottile strato fungino, ma le natiche, così piccole e carnose e proporzionate, lo avevano impressionato. La schiena era inarcata per sostenere il peso della brocca, e fra le scapole si apriva un piccolo solco. Emilio si era sorpreso a riflettere sulla penosa immagine che avrebbe suscitato se qualcuno lo avesse visto mentre percorreva con la lingua quel solco.

Pochi attimi dopo, nella lieve bruma invernale che si era alzata dalla piazza, si era ritrovato aggrappato ai fianchi della ninfa, e aveva sentito quello strano sapore calcareo in bocca, e non era riuscito a trattenere un impulso che si faceva sempre più incombente. Dopo essersi calato velocemente i pantaloni all'altezza delle ginocchia, aveva infilato l'uccello nell'incavo fra le cosce di pietra, e spinto con forza contro quelle natiche dure e tonde, fino a farsi male all'osso pelvico. Lo strato di muschio bagnato che avviluppava la statua rendeva tutto così umido, e freddo, e scivoloso. Quando aveva sentito che stava per venire, aveva preso la ninfa per la mano libera, come se volesse essere accompagnato; poi era restato lì per un po', a respirare, buttato in avanti sulla schiena della statua.

Per un'intera settimana, ogni notte, era tornato a scoparsi la ninfa, ma poi non gli era più bastato, e aveva cominciato a girare per Firenze da solo, alla ricerca di nuove statue. A volte stava fuori per ore, camminando, e battezzava ogni pezzo di pietra o metallo da ornamento pubblico che poteva deflorare senza essere visto. Non faceva distinzioni di sesso o tipologia.

Inizialmente si era concentrato sulle statue più appartate e nascoste, come uno stupratore seriale, ma a poco a poco aveva perso ogni freno inibitorio, e una notte si era arrampicato sul monumento ai Caduti per la Patria all'incrocio fra Via Toti e Viale Malta, perché aveva sentito il bisogno, l'irrefrenabile bisogno, di venire in faccia a quel soldato di simil bronzo.

Gli capitava spesso di sognare una lunga, asettica, orgia solitaria alla Loggia dei Lanzi, e quando si svegliava, per riprendersi, doveva masturbarsi compulsivamente. Durante il giorno pensava continuamente alle statue, e passava i pomeriggi nel bagno della biblioteca Marucelliana a masturbarsi sulle guide illustrative ai beni culturali del comune di Firenze, o passeggiava sotto il loggiato degli Uffizi con il cazzo stretto nel cavallo dei pantaloni.

Era stato alla biblioteca della facoltà di Psicologia, e grazie al servizio di consultazione aveva letto tutto quello che poteva sulle parafilie edoniche.

"Pigmalionismo (o statuofilia): forma minore di parafilia che consiste nel provare eccitamento sessuale quando si compiono (o si immagina di compiere) atti sessuali con delle statue. Il rimando è alla figura mitologica di Pigmalione che – secondo la leggenda – avrebbe finito per innamorarsi della statua di Afrodite."

Ma tutti quei vaneggiamenti sull'estasi della bellezza non lo interessavano: era giunto, in modo più o meno ragionato, alla conclusione che quello che veramente lo eccitava era l'immobilismo candido e disarmato; e allo stesso tempo l'impenetrabile durezza inanimata. Dietro, poi, c'era anche un retrogusto strano: le perversa consapevolezza che quegli ornamenti comuni erano stati contaminati.

Da giorni fantasticava sulla possibilità di rimanere da solo nel salone principale della Galleria dell'Accademia, e di scoparsi il David sotto lo sguardo immobile delle altre statue, come in un club privè, e quando aveva saputo che una delle ragazze che vivevano al Villaggio dei Ponfi—una studentessa di Belle Arti volitiva e nevrastenica, con il cranio rasato ai lati—conosceva uno dei custodi notturni del museo, le aveva chiesto, in modo ossessivamente gentile, di presentarglielo. Aveva semplicemente detto che uno dei suoi più grandi desideri era quello di rimanere da solo nella Galleria, in contemplazione.

Lei, dall'altro dello spirito emotivamente razionale che spinge una ventiduenne fuorisede ad optare per un giaciglio umido in un rudere occupato, al posto di una singola offerta dal reddito familiare, aveva trovato la richiesta tutto sommato accettabile e comprensibile. Così glielo aveva presentato.

Il ragazzo, un trentenne sospettoso che si sforzava con tutti i muscoli malari di sembrare disinvolto mentre parlava, gli aveva subito detto che entrare durante la chiusura era impossibile. I turni si facevano sempre a gruppi, e ovviamente tutta l'area era videosorvegliata.

"Però," aveva detto dopo un attimo di esitazione, sotto lo sguardo deluso della studentessa di Belle Arti, "...però fra due giorni nella Galleria si terrà la presentazione di un libro, e io vado circa un'ora prima per transennare l'area destinata al pubblico e sistemare i tavoli. Può darsi che sia solo...nel caso potrei chiamarti, e avresti una decina di minuti, non di più. Per toglierti questa fissa." Emilio aveva finto una delusione soffocata, e accettato l'offerta, quasi come se stesse trattando, ma sapeva benissimo che dieci minuti sarebbero stati sufficienti. Gli aveva lasciato il numero, e aspettando che la guardia lo contattasse, si era chiuso in un'astinenza quasi monacale: come se volesse sentirsi vergine.

Ora, seduto sul mobiletto di legno, all'interno della roulotte, vede appassire la speranza di ottenere quei dieci minuti. Suppone che la guardia avrebbe dovuto avvertirlo già da un pezzo, per dargli il tempo di prendere i mezzi, arrivare in via Ricasoli, ed espletare quei pochi attimi di conversazione inutile prima di chiudersi da solo nel salone.

Poi all'improvviso scende dal mobile, e il telefono vibra, ed è il guardiano, e gli scrive che lui e la tizia nevrastenica devono farsi trovare davanti all'entrata fra massimo 30 minuti, e allora lui si ritrova a capicollare su per le scalette del rudere dove dorme la ragazza, e prega, sinceramente prega, che stia nella sua stanza a non fare un cazzo come sempre. Ignora la gente che bivacca nella sala al pian terreno, e sale le scale velocemente fino al secondo piano, affacciandosi senza fiato nella stanza. Lei è lì, di spalle, ad armeggiare con dei vestiti lasciati su uno sgabello, e, sentendolo respirare così pesantemente, si gira. "Dammi un secondo e ci sono," dice distogliendo lo sguardo e tornando a rovistare fra i vestiti. Emilio vorrebbe prenderle la testa, tirargliela contro il muro, caricarsi il suo corpo esanime sulle spalle, correre fino al museo, mollarla in braccio alla guardia e dirgli "tieni necrofilo di merda, portala in qualche scantinato pieno di paccottiglia inventariata dal comune e scopatela finché vuoi e finché è svenuta, non mi interessa niente, adesso lasciami solo." Ma si limita a sospirare contrito mentre lei si muove per la stanza in pantofole, e per qualche minuto gli unici suoni udibili sono il chiacchiericcio attutito dabbasso, il fischio nasale di Emilio, e il fastidioso tap tap sssssh della ciabatte di lei che sfregano sul pavimento di piastrelle.

Una volta pronta, Emilio tenta quasi di trascinarla magneticamente dietro di se attraverso il moto inarrestabile dei suoi passi. Lei, con la mancanza di sensibilità con cui la gente si approccia alle cose che hanno molta importanza per te, ma nessuna per loro, comincia a fare domande inutili e stupide sulle sensazioni che lui, Emilio, immagina di provare una volta che si troverà da solo nel salone. Lui risponde a monosillabi. Sente qualcosa dentro, che si comprime e si dilata ad un ritmo sempre più serrato, e tenta di comunicare indirettamente alla ragazza quanto desidera che stia zitta.

Finalmente salgono sull'autobus, e lui si appoggia con la tempia destra al finestrino e con una mano si comprime il collo, per seguire il battito cardiaco. La studentessa di Belle Arti adesso se ne sta zitta, imbronciata, dall'altro lato del mezzo. Allora Emilio chiude un po' gli occhi, e pensa che fra pochi minuti sarà da solo, dove vuole stare, e che potrà lasciar dilatare senza freno quella cosa che gli pulsa dentro.

Arrivati all'imboccatura di via Ricasoli, tutto sembra andare a rallentatore. Emilio immagina la sequenza dei prossimi minuti: "Arrivo. Lo saluto. Uso la ragazza come scusa per cercare di allontanarlo il prima possibile. Poi mi precipito nel salone, e salgo sul piedistallo del David... ma è troppo alto! Come cazzo faccio a salirci sopra? Mi servirebbe uno scaleo o qualcosa di simile…" Mentre pensa a tutto questo Emilio e la ragazza sono arrivati di fronte all'entrata, e la guardia è affacciata ad aspettarli.

Contrariamente a quanto pronosticato, è l'uomo stesso a essere zelantemente sbrigativo e a dirgli di entrare e di fare veloce, senza mai guardarlo direttamente, come il proprietario di una bella auto che lascia sedere un bambino capriccioso al volante. Comincia a parlottare con la ragazza, e con la postura del corpo comunica che non ha alcuna intenzione di entrare a vedere cosa stia facendo là dentro—per un microsecondo Emilio ha l'impressione che in realtà la guardia sappia chiaramente cosa intende fare—basta che anche lui si tolga dalle palle e li lasci soli. Allora entra, chiudendosi dietro le controporte di vetro smerigliato.

Il salone è gigantesco, e ovattato, e inframmezzato per lungo da una serie di statue che ricordano vagamente degli impiegati affacciati al loculi dell'ufficio. Sotto l'immensa volta finale, c'è il David. Emilio quasi gli corre incontro, scavalcando la transenna di cordura color vinaccia che separa l'area dei partecipanti alla presentazione dal resto del museo, e mentre lo fa si rende conto di aver avuto ragione: il piedistallo è troppo alto, non riuscirà mai ad avere un contatto con il David.

Arrivato sotto la statua, comincia a circumnavigarla morbosamente: vorrebbe potergli leccare le cosce, sentire il sapore denso e polveroso della pietra sulla lingua mentre segue la linea del muscolo sartorio e sale verso il bacino. Poi, afferrandolo per le natiche, prendergli i testicoli in bocca e fissare quello sguardo perso nel vuoto. Decide di immaginarlo, immaginarlo solamente, e si sdraia di fronte al David gettandosi i pantaloni alle caviglie e scoprendosi l'addome.

Comincia a masturbarsi, e con l'avambraccio sinistro ripiegato sorregge la testa, mentre guarda la statua negli occhi. Quando sente di dover tendere verso il basso le dita dei piedi, allungando i tendini, sa che sta per venire, e si lascia andare copiosamente sulla pancia. Lo sperma è bianco latteo, denso, cose se fosse stato lasciato a macerare.

Dal fondo della sala Emilio sente salire un chiacchiericcio, e allora si rialza deciso. Prima di risistemarsi, però, passa la mano sul basso ventre, raccogliendo il proprio seme. Si avvicina alla statua, e saltando sulle punte lascia una strisciata di sperma sul piede sinistro del David. Dopodiché lo fissa, camminando all'indietro, e si riabbottona i pantaloni.

Si rifugia nel bagno a lavarsi le mani, esausto, e quando rientra nell'ingresso lo spazio è completamente saturo di gente. Si fa nuovamente largo nel salone delle statue, cercando la guardia: per qualche motivo sente di dovergli almeno un piccolo gesto di commiato. Lui e la ragazza non si vedono. In compenso, vicino al perimetro della transenna, c'è una coppia di mezza età che se ne sta in piedi a fissare il David. Lei indossa un vestito smeraldo e osserva ammirata, mentre parla al compagno: "è incredibile quanto sia intonso." Dice proprio così.

Emilio la guarda fissare il riverbero che un taglio di luce, penetrando da una vetrata, illumina sul piede destro della statua.

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