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violenza

Crescere con un genitore violento ti cambia in modi che non immagini

"La persona che dovrebbe amarti in modo incondizionato è la stessa che ti rende la vita un inferno. Se fa questo, cosa possono fare gli altri?"

di Anónimo
12 giugno 2019, 8:52am

Illustrazione di Juta.

Attenzione: questo post parla di abusi fisici e psicologici su minori.

Fra i 12 e i 14 anni sono cresciuto di quasi 15 centimetri. Ricordo molto bene la sensazione del corpo che cambia così velocemente—le mani più nodose, le spalle che si allargano, il torace e le braccia che si ingrossano—e il senso di sicurezza che ti dà. Ne ho un ricordo così netto perché è stato quello il periodo in cui mia madre ha smesso di picchiarmi.

Fino all'esplosione della pubertà ero sempre stato in balia dei suoi attacchi di rabbia, e di punto in bianco era tutto finito. Diventare alto e grosso non aveva cambiato solo me, ma anche lei—o meglio, aveva cambiato radicalmente il suo atteggiamento nei miei confronti: di colpo era diventata passivo-aggressiva, perché non poteva più farmi niente se non provare a trasmettermi del senso di colpa.

In mezzo a quel processo c'erano stati due o tre episodi piuttosto netti, con madre che aveva provato a picchiarmi e io che l'avevo fermata con un braccio. Non solo non riusciva più ad atterrirmi fisicamente, i suoi colpi non facevano neanche più così tanto male. All'improvviso erano diventati leggeri, lenti, prevedibili; li potevo controllare, come se dentro di me si fosse acceso un interruttore che prima era spento.

Concepire finalmente che quell'epoca della vita era finita ha coinvolto sia un senso di libertà e autoefficacia mai sperimentato prima, sia un profondo senso di ingiustizia. Di colpo è stato come se anni e anni di botte, e urla, e pianti, fossero stati cancellati senza conseguenze, come se non fosse mai accaduto niente.

Mia madre è sempre stata una donna irascibile e violenta, anche quando mio padre viveva con noi. In qualche modo la sua presenza la mitigava, e all'inizio erano più che altro sculaccioni, scappellotti, cose così. Quando siamo rimasti da soli in casa, con il tracollo emotivo del divorzio e del fatto che mio padre avesse una nuova compagna, la situazione è esplosa. Ogni pretesto, anche il più insignificante, scatenava in mia madre una rabbia priva di logica. Dicevo che i sofficini non mi piacevano dopo che me li aveva messi in tavola per cena; mi perdevo fra gli stabilimenti balneari e lei non riusciva a trovarmi; in gita a Roma attraversavo i tornelli di San Pietro senza aspettarla: ogni volta, dopo arrivavano le botte.

Sono finito anche in pronto soccorso. Quando mi ha lussato due dita di una mano strattonandomi come una marionetta, quando mi ha causato un'infrazione costale con un pugno, e quando mi ha colpito al naso con una manata perché mi ero sporto troppo in avanti dal sedile di dietro davanti un viaggio in macchina. Ogni volta mi costringeva a mentire: a dire che era stato un altro bambino, o che mi ero fatto male sugli scivoli del parco acquatico dove in realtà non mi aveva neanche portato.

Oltre al dolore fisico, che rimane per giorni—alla mascella, alle costole, ai polsi e alle braccia se hai provato a ripararti—quando succedono cose del genere accumuli un senso di fragilità che è difficile da trasmettere: non c'è stato niente che potevi fare, non hai alcun potere per fermare questa cosa, non esiste ragionamento o razionalizzazione che la faranno passare o che miglioreranno le cose. A questo, nel mio caso si aggiungeva il forte senso di solitudine e abbandono, soprattutto da parte di mio padre. Che sapeva benissimo e non ha mai fatto niente di davvero significativo per fermarla (se non qualche telefonata, che comportava altre botte perché avevo spifferato la verità).

In tutto ciò, però, non ho mai avuto l'impressione di essermelo meritato. Che a quanto pare non è comune, nonostante quello che si possa pensare. "Nella maggior parte dei casi i genitori violenti hanno atteggiamenti ambigui," mi ha spiegato il dottor Leonardo Paoletta, psicoterapeuta esperto di traumi infantili e sviluppo della personalità in ambienti violenti. "Per questo motivo spesso i bambini vittime di violenze credono di meritarsi quello che gli accade. Questi genitori sono sia amorevoli che violenti: hanno scoppi di rabbia improvvisa, ma poi se ne pentono e trattano con amore i figli. Non è strano che un genitore violento sappia anche essere affettuoso."

Il mio caso, per come la vedo io, è un altro. Quello in cui l'ambiguità non c'è, e "i bambini tendono a crescere senza quel senso di colpa," aggiunge Paoletta, "ma con un forte senso di abbandono e mancanza di protezione. Perché la persona che dovrebbe amarti in modo incondizionato è la stessa che ti rende la vita un inferno. Se fa questo, cosa possono fare gli altri?"

Se ripenso alla mia infanzia, agli anni delle elementari, vedo solo gli scoppi d'ira di mia madre. Di tutto il resto conservo ricordi—la scuola, gli amici, il calcio, le sere a guardare la tv con mio fratello, i libri letti, i pomeriggi a casa di mia nonna—ma non ne ho alcuna vera impressione. Il mio rapporto con il mondo mi sembrava vincolato a lei: a quella sua vita emotiva così animalesca, al suo dolore per le perdite che subiva nella vita, e a come non farmi condizionare dalla sua incontinenza esistenziale.

Mia madre—ed è una cosa che ho capito del tutto in anni di analisi, da adolescente e oltre—mi trattava come un adulto: non soltanto attaccandomi come un nemico che le stava rubando la vita, ma tirandomi addosso il proprio dolore costantemente. Ricordo che una volta, dopo l'ennesima sfuriata, si giustificò con me dicendo che le mie sofferenze non erano neanche lontanamente equiparabili alle sue. Ricordo ancora oggi la frase, quasi sprezzante: "Non hai idea di cosa significhi elemosinare uno sguardo." Era come essere allacciati a qualcosa che aveva le spine, e che al tempo stesso perdeva sangue, con il vuoto tutto attorno.

"Un genitore che ti obbliga a un ambiente di questo tipo, è come se ti stesse rubando l'infanzia," mi ha detto Paoletta. "Perché ti obbliga a stare al suo livello. Se lui non può controllarsi, devi cercare di controllarlo tu. Non esistono porti sicuri a cui aggrapparsi." E io nel corso del tempo avevo creato diverse tecniche di questo tipo: ero diventato bravissimo a mentirle, a capire cosa avrebbe potuto farla scattare e cosa no, a evitare determinate situazioni perché sapevo che sarebbe andata a finire male. Le raccontavo finti pettegolezzi sulla mia matrigna, perché sapevo che questo la rendeva felice, e che se avesse pensato che anche io odiavo la donna di mio padre mi avrebbe visto di meno come un peso.

Oltre a lei, poi, dovevo gestire anche il senso di vergogna di avere una madre così. Casa mia era gigantesca, avevo tutti i giocattoli e i videogiochi che volevo, le porte in giardino per giocare a calcio, eppure gli altri bambini preferivano invitarmi da loro. Perché avevano paura di mia madre, che gli sbraitava contro se facevano confusione e che mi picchiava davanti a loro. Avevo sempre la sensazione che le loro madri gli parlassero male di me, che gli dicessero che non dovevano frequentarmi, perché avevo quella madre pazza che perdeva le staffe alle riunioni per l'elezione dei rappresentanti. Nonostante fossi il bambino più ricco della scuola, mi sentivo il più squallido.

E lo stesso capitava con le maestre: mi sembrava che parlassero fra di loro di me, e mi umiliavano con quelli sguardi di compassione e repulsione. Come qualcosa di increscioso che sarebbe meglio se non ci fosse. Nessuno mi ha mai detto niente, nessuno ha fatto niente, non mi ha aiutato nessuno: né in famiglia (i miei zii sapevano, i miei nonni sapevano), né a scuola, né fuori.

Lo dico con estremo risentimento ancora oggi: non esistono modi efficaci in cui i bambini possano difendersi da sé. Quando si scende verso il fondo di chi non ha alcun potere, c'è quasi solo omertà. "I bambini dal punto di vista teorico sono inseriti in un sistema che dovrebbe garantire il monitoraggio di queste situazioni: una rete di insegnanti, parenti, e operatori educativi che sono in contatto con lui e dovrebbero accorgersi quando qualcosa non va," mi ha detto Paoletta. "Ma purtroppo non sempre è così. Manca, spesso, a livello culturale, una preparazione nei confronti di determinate dinamiche per poter fare effettivamente qualcosa da parte degli operatori di questa rete. E poi c'è anche la paura: la paura di entrare in altre realtà diverse dalla nostra, per la voglia di mettere la testa sotto la sabbia."

Quando tutto è finito, quando sono cresciuto, come dicevo, è come se niente fosse mai accaduto. Mia madre si era trasformata in una donna che sfogava le sue frustrazioni piagnucolando, e io ormai vivevo una vita da adolescente fuori dalle mura domestiche. Avevo un gruppo di amici con cui cominciavo a uscire nel fine settimana, e una fidanzata a cui volevo bene e da cui mi sentivo ricambiato. Non erano solo gli altri a voler far finta che niente fosse accaduto—mia madre, mio padre, i miei parenti—ma anche io: volevo solo smettere di pensarci, ora che avevo scoperto che nel mondo esisteva qualcosa di diverso. Se la libertà era semplicemente poter guardare altrove, anche senza alcun tipo di giustizia, mi poteva anche stare bene. Ma è durato poco.

A 16 anni ho cominciato ad avere giganteschi attacchi di panico. Mi sembrava di sparire, avevo parestesie alle mani, era come se il mio corpo si dissolvesse. Come se ne perdessi il controllo. "Gli attacchi di panico in soggetti che hanno subito violenze dai genitori durante l'infanzia sono estremamente comuni," mi ha detto Paoletta. "Derivano proprio da quel bisogno di esercitare il controllo sulla realtà: se sei cresciuto in un ambiente in cui non esistono sicurezze, non c'è spazio per la protezione, allora è come se fossi nudo ovunque. Puoi contare solo su te stesso, ma proprio perché nessuno ti ha mai fornito sicurezze, è come se ti sentissi sempre impossibilitato a farcela. Per questo sopraggiunge il panico."

Per quanto mi riguarda e per come la vivo, il panico è un effetto latente, e la paura un effetto costante. Penso che l'effetto peggiore che mi abbia lasciato questa esperienza, sia il costante sospetto che gli altri potrebbero farmi cose terribili: amici o amiche che usano l'affetto per manipolarmi, persone a cui tengo che possano ferirmi, colleghi o estranei che possano approfittarsi di me. E proprio per questo motivo, sono io stesso un manipolatore. Sono poche le relazioni che ho nella vita in cui mi sento sicuro ad essere sincero, mentre con gli altri fingo di essere una persona priva di spigoli. Mi fingo più stupido di quello che sono, più ingenuo, più buono, più malleabile, più vittima. Così che mi lascino in pace. La diffidenza, forse più della paura, penso sia l'effetto più velenoso che ha avuto mia madre sulla mia vita. "Ci sono persone vittime di abusi che tendono a reiterare i comportamenti dei propri genitori, e diventano violenti a loro volta. Poi ci sono i figli che si rendono conto del sistema in cui vivono, ne rompono il circolo, ma ne subiscono comunque effetti indiretti. Paura, senso di fragilità, incapacità di fidarsi degli altri."

Ormai ho 30 anni, e se mi guardo indietro penso di averla presa in pieno plesso solare, la violenza di mia madre. Ma me la sono tenuta per me, non l'ho scaricata addosso a nessuno. Però mi sento sempre come una lucertola con la coda mozzata, che fa finta di essere morta per non essere schiacciata.

Il primo passo in caso di violenze è non rimanere in silenzio. Il 114 Emergenza Infanzia è il numero di emergenza per segnalare abusi di ogni tipo, anche fisico, su minori. Per saperne di più, vai su Telefono Azzurro.

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