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Brumotti spettacolarizza il disagio, non è "un eroe antimafia”

Un servizio del canale inglese Channel 4 lo definisce “cacciatore di mafiosi”, ma i metodi di Brumotti e Striscia non indagano sulla criminalità: la usano solo per fare ascolti.

di Leonardo Bianchi
30 aprile 2019, 8:21am

Grab via YouTube.

Se dovessi pensare a un baluardo dell’informazione antimafia, sicuramente non mi verrebbe in mente Striscia la Notizia. Da sempre, lo sappiamo, il “telegiornale satirico” si occupa di piccole ingiustizie, sprechi e truffatori di strada; di certo non di infiltrazioni mafiose nell’economia legale, o criminalità di alto livello.

Lo stesso discorso si applica anche ai suoi personaggi/inviati, visto che i loro bersagli si trovano sempre in basso—sono cattivi facilmente identificabili e mediaticamente indifendibili. Prendiamo uno dei volti più noti di Striscia, Vittorio Brumotti: negli ultimi anni, l’ex campione di bike trial si è messo a compiere incursioni nelle più famigerate “piazze di spaccio” italiane, ossia in quartieri periferici e stazioni ferroviarie.

Nei servizi—che ripropongono uno schema sempre uguale—Brumotti si avvicina in bici a presunti spacciatori di strada (o comunque pesci piccolissimi del traffico di stupefacenti), tira fuori un megafono e grida cose tipo: “Ragazzi, basta spacciare oggi!” Ogni tanto, nelle situazioni più estreme, è aggredito o va in giro con una macchina blindata che viene puntualmente presa d’assalto. Poi la linea torna allo studio, con tanto di applausi finti e risate pre-registrate.

Ma se ne sto parlando non è per l’ennesima aggressione fuori dalla stazione di Monza; è perché Brumotti è stato il protagonista di un approfondimento della serie Unreported World andato in onda questa domenica sul canale inglese Channel 4, che di solito produce contenuti validi e seri. Evidentemente, non è questo il caso: il servizio mi ha lasciato letteralmente basito, a partire dal fatto che il ciclista è presentato come un “cacciatore di mafiosi” che cerca di “rompere il muro di omertà—il codice del silenzio che li protegge dalla polizia.”

Il video di 23 minuti segue l’inviato di Striscia nella preparazione di un reportage a Trani (Puglia), in cui cerca di incastrare un presunto spacciatore che venderebbe anche armi da fuoco. Poi si parla del fatto che Brumotti è un “undercover reporter,” ma al tempo stesso è “incredibilmente famoso” e quindi non può fare i servizi sotto copertura; e il biker, per l’appunto, viene tratteggiato come questa specie di eroe che non ci meritiamo, ma di cui abbiamo bisogno—nonostante, lo ammette pure l’host, ci sia “un sacco di ego e spacconeria in quello che fa.”

Nel servizio di Channel4 ci sono un sacco di altri problemi. Ma davvero un sacco. Tra cui spicca la totale mancanza di contestualizzazione su cosa sia Striscia, sul suo ruolo pluridecennale nella tv italiana, e sulle sue modalità di informazione; l’immagine assolutamente stereotipata del sud Italia, in cui praticamente tutto è mafia; e infine c’è quello più grande, su cui ruota l’intero report: la definizione di “mafia hunter.”

Capisco che per un giornalista straniero una figura del genere possa risultare curiosa e a suo modo folkloristica, ma è meglio chiarire subito che Brumotti non ha mai rincorso boss mafiosi che muovono tonnellate di cocaina nel porto di Gioia Tauro, o consulenti finanziari che riciclano milioni di euro nei paradisi fiscali; né tanto meno è un "giornalista sotto copertura" o un "reporter d’inchiesta" —se per "inchiesta" non si considerano le merde di plastica consegnate a chi sosta nel posto riservato ai disabili fuori da un centro commerciale di Torino.

Molto semplicemente, risponde ad altre logiche: quelle della spettacolarizzazione e dell’ entertainment giocato sul filo dell’indignazione facile.

La riprova sta nel fatto che la vera “notizia” nei servizi di Brumotti è Brumotti che viene aggredito, insultato e minacciato. E questo perché l’intento principale non è tanto scovare situazioni di degrado—che sono già ampiamente documentate da quotidiani e televisioni, nonché notissime alle forze dell’ordine—quanto provocare reazioni estreme e spendibili in prima serata.

Ovviamente questo non giustifica in nessun modo atti di violenza fisica o verbale. Tuttavia, come giustamente ha fatto notare la giornalista Valentina Avon su Twitter, “a nessun editore dovrebbe essere permesso di mandare un dipendente a farsi male per aumentare l’audience.”

Prendiamo un caso esemplificativo di questo meccanismo, il servizio del 2018 su Parco Verde a Caivano. Ora, che Parco Verde sia uno dei luoghi più problematici e violenti della Campania non è un mistero per nessuno: sul quartiere sono stati girati centinaia di servizi, e scritti altrettanti reportage e inchieste.

Nel “reportage” di Brumotti non viene però data alcuna spiegazione, non c’è il minimo retroterra storico e sociale su come si sia arrivati fin qui. C’è lui che piomba sul posto con un’Audi blindata, esce brandendo un megafono, rientra nell’auto, è rincorso da persone a volte coperto che lanciano oggetti contro la macchina, arrivano i carabinieri, e poi va via tra gli insulti di qualche residente. Stop.

Cosa rimane, alla fine, allo spettatore? E cos’ha imparato di Parco Verde, dei suoi problemi, delle cause che stanno dietro al disagio? Assolutamente nulla. Solo una fastidiosa sensazione di indignazione mischiata all’impotenza, e il desiderio di fare piazza pulita perché è tutto uno schifo e così non si può andare avanti.

Dopotutto, come osserva questo articolo, nei servizi di Brumotti non si ragiona mai sulla “novità possibile di una nuova piazza di spaccio,” non si “indagano le filiere,” né si capiscono “i sistemi economici che stanno dietro.” C’è solo una generica accusa alla criminalità e alla droga, condita da altrettanto generici appelli a tenere lontano i giovani da questa “merda.”

Un simile atteggiamento, per certi versi perfettamente sussidiario e complementare a quello della polizia, può avere pesanti effetti collaterali—su tutti, quello di criminalizzare senza appello persone e intere comunità. E qui si arriva dritti ad un’altra grande mancanza del video di Channel 4, un aspetto volutamente tralasciato a favore della narrazione “eroica”: l’impatto che possono avere quei video sulle realtà locali, e sulla pelle di chi vive in quei posti; sulle prime vittime, cioè, di determinate logiche criminali.

Dopo un servizio del 2018 sul quartiere Zen di Palermo—un’altra area periferica in cui è fiorente lo spaccio di stupefacenti, e dove Brumotti e la sua troupe erano stati pesantemente aggrediti—alcune associazioni avevano protestato per le modalità estremamente spettacolarizzate del racconto, che a tratti ricordava un poliziottesco degli anni Settanta.

“Pensiamo che mostrare gli effetti del disagio sociale, senza indagarne le cause, non sia giornalismo, ma sciacallaggio,” si leggeva in una nota di Laboratorio Zen Insieme, Bayty Baytik, Lievito Onlus e associazione Handala. “Lo spaccio di stupefacenti, allo Zen come in qualunque altro quartiere del nostro Paese, è una realtà contro cui le istituzioni devono fare i conti. Allo Zen queste attività non soltanto vengono contrastate, ma ogni giorno, faticosamente, c’è chi prova a costruire le condizioni per cui le risposte alle povertà siano diverse.”

Critiche ancora più pesanti sono arrivate da Tor Bella Monaca, quartiere alla periferia est di Roma parecchio noto alle cronache, e oggetto di un altro servizio andato in onda nel febbraio del 2019. Già nel gruppo Facebook di quartiere, ad esempio, l’arrivo di Brumotti non era stato accolto con grande entusiasmo. In seguito alla messa in onda, e dopo un acceso scambio su Instagram, alcuni rapper locali hanno pubblicato su YouTube un dissing contro l’inviato di Striscia intitolato “Pupazzo.”

Uno di loro, Aurel, ha spiegato a Repubblica che i residenti non hanno bisogno di Brumotti per rendersi conto della situazione in cui si trovano. “Non abbiamo certo l’intenzione di fare l’apologia dello spacciatore,” ha detto, “la droga rovina le famiglie e la vita di tanta gente qui. Ma inneggiare alla repressione è troppo semplicistico.”

Il rapper respinge anche la definizione di “gente senza speranza,” precisando che “sentirsi senza via d’uscita qui vuol dire mollare la scuola a 16 anni, fregarsene di andare a lavorare per 800 euro al mese e diventare manodopera del crimine.” Il problema di fondo, aggiunge, è la desertificazione sociale: “Non abbiamo un cinema e nemmeno un pub dove ritrovarci la sera; anzi, qua la notte i lampioni si spengono e restiamo tutti al buio, nella terra di nessuno.”

Credo che questo sia un punto cruciale. Nei servizi di Brumotti, infatti, emerge solo ed esclusivamente l’immagine di posti dannati per l’eternità, alla Sin City, senza alcuna speranza e senza la minima possibilità di riscatto.

Naturalmente, c’è sempre qualcuno pronto a sostenere che i metodi di Brumotti—che poi sono gli stessi di una buona fetta della televisione italiana—fanno comunque emergere “verità scomode” che altrimenti passerebbero sotto silenzio, e sono pure validi esempi di giornalismo on the road.

Ecco: mi pare una lettura a dir poco distorta. “Un’inchiesta giornalistica non si fa con megafono e bicicletta,” ha scritto il giornalista Lorenzo Anfuso su RetePalermo, “ma con fonti, ricerche, testimonianze mirate ad informare e non spettacolarizzare.” Non è un discrimine da nulla, poiché si rischia di far passare l’idea che ogni giornalista per un provocatore alla ricerca di sensazioni forti.

Del resto, come ha rilevato lo scrittore Marco Giacosa, la funzione primaria delle “denunce” di Brumotti è quella ridurre all’osso le complesse questioni sociali e politiche che ruotano intorno alle droghe, appiattendo la realtà sullo scontro tra “un uomo potente con la telecamera, il Bene, [che] insegue il Colpevole e lo neutralizza.”

Non è assolutamente una coincidenza che i servizi di Brumotti finiscano spesso sulle pagine di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, che li usano per rinforzare la loro propaganda securitaria e cementare la pesante catena di pregiudizi su cui si fonda la loro retorica—specialmente sugli stranieri. Ed è per questo che mi trovo d’accordo con uno dei tanti commenti critici apparsi sulla pagina Facebook di Channel 4: Brumotti non è affatto un “eroe” dell’antimafia; è solo un illustre comprimario nella fallimentare “guerra alla droga.”

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