crimine

Perché il caso del Mostro di Firenze continua a ossessionarci

I 16 omicidi di ragazze e ragazzi rappresentano probabilmente il fatto di cronaca nera più inquietante e longevo della storia italiana.

di Riccardo Conti; illustrazioni di Pietro Amoruoso
08 giugno 2018, 6:08am

Aggiornamento a luglio 2018: il caso del Mostro di Firenze è nuovamente aperto, mentre emergono nuovi sospetti e nuovi indizi. In questo articolo abbiamo ripercorso la storia del caso e del suo impatto sull'immaginario del nostro paese.

Se non fosse tutto vero e se non ci fosse un fascicolo tutt’ora aperto alla Procura di Firenze, il Mostro di Firenze sarebbe il romanzo su un serial killer più contorto mai scritto. E invece no: gli otto duplici delitti che hanno insanguinato le colline toscane dal 1968 al 1985 rappresentano probabilmente il fatto di cronaca nera più inquietante e longevo della storia del nostro Paese, che a dispetto dell’attenzione mediatica, le energie investigative e le risorse impiegate rimane clamorosamente irrisolto. E di cui, nonostante tutto, il grande pubblico conserva un’idea imprecisa se non totalmente errata.

La vicenda è praticamente impossibile da riassumere, dato l’ampio arco temporale nel quale si svolsero gli omicidi e quello ancora più esteso relativo alle indagini e ai processi. Per individuare dei punti fermi dovremmo attenerci alla verità processuale, scritta in sentenze passate in giudicato che ad oggi hanno stabilito tre colpevoli: Mario Vanni, Fernando Pucci e Giancarlo Lotti (tutti e tre condannati all’ergastolo e morti di cause naturali), che avrebbero partecipato a parte degli omicidi delle coppiette in qualità di “esecutori materiali” capitanati da Pietro Pacciani. Condannato in primo grado come unico responsabile degli omicidi, quindi prosciolto in secondo grado, Pacciani è morto d’infarto in attesa del terzo grado, che lo avrebbe voluto vedere come leader dei “compagni di merende,” espressione diventata ufficiale nei processi e tristemente familiare a tutti, che nacque per puro caso durante la deposizione del vecchio postino Mario Vanni nel primo processo a Pacciani del 1994.

Abbiamo detto “esecutori materiali” perché, stando al teorema accusatorio del PM Paolo Canessa e del “super poliziotto” Michele Giuttari che ereditò il caso dal predecessore Ruggero Perugini, l’anzianotto gruppo di serial killer sarebbe stato prezzolato da un “livello superiore” di mai identificati medici, professori, intellettuali e altri esponenti della massoneria fiorentina che avrebbero commissionato tali delitti per ottenere feticci sessuali (i resti strappati alle vittime femminili) da impiegare in rituali satanici.

L’ATTUALITÀ DEL MOSTRO

Fa ancora impressione descrivere e leggere questo teorema accusatorio per almeno tre ragioni: la prima è che se fosse vero sarebbe l’unico caso nella storia a presentare tali elementi di maniacalità condivisa ed eterodiretta, che non trovano nessun corrispettivo né nella cronaca né nella lettura scientifica mondiale. Il secondo invece è constatare come sarebbero ancora a piede libero i mandanti degli omicidi di 16 ragazze e ragazzi. La terza ragione (paradossale e, se possibile, più inquietante delle precedenti), è rilevare come quella verità processuale che portò tre persone all’ergastolo oggi non è più creduta nemmeno da coloro che li perseguirono.

Già, perché la storia del Mostro di Firenze continua ad essere oggetto di cronaca a distanza di decenni. Sono degli ultimi giorni due nuove “rivelazioni” che la stampa italiana ha ripreso e che ancora una volta si aggiungerebbero a quel contorto romanzo descritto sopra. La prima riguarda le parole di Angelo Izzo, “l’Angelo del Male” dell’estrema destra pariolina, uno dei sadici aguzzini del massacro del Circeo. Izzo avrebbe rivelato che la morte di Rossella Corrazzin, scomparsa nel nulla 43 anni fa, sarebbe da iscriversi negli omicidi del Mostro di Firenze. Izzo afferma che lui e altri complici avrebbero rapito nel 1975 l’allora quindicenne, per stuprarla e ucciderla alla fine di un rituale satanico (al quale Izzo non avrebbe però partecipato) in una villa sul lago Trasimeno. La villa apparteneva alla famiglia Narducci—la stessa di Francesco Narducci, il discendente di un’importante stirpe di medici perugini legata alla massoneria che finì al centro di un filone nelle indagini sugli omicidi del Mostro, indicato come uno dei fantomatici “mandanti”.

Se questa nuova testimonianza ha dell’incredibile, nel giro di poche ore un’altra notizia ancora più assurda si è fatta strada. Un ex militare americano si sarebbe infatti autoaccusato degli omicidi del Mostro, ma non solo: diventato agente nella polizia criminale americana e poi direttore dell’American Cemetery and Memorial di Firenze dal 1974 all’1989, avrebbe anche confessato di essere il serial killer Zodiac, che tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta insanguinò la California e che rappresenta a tutt’oggi, insieme probabilmente agli omicidi di Jack lo Squartatore, uno dei cold-case più famosi e irrisolti della storia. Tutto nascerebbe dalle confessioni spontanee rese dal sedicente serial-killer al giornalista Francesco Amicone, che le avrebbe raccolte in quattro pagine di “verbale”, allegando in questo dossier inviato alla procura di Firenze (che tutt’ora come dicevamo, indaga sui delitti del Mostro) anche 4 crittogrammi di Zodiac, gli strumenti usati dal serial killer per comunicare con la polizia. Giuseppe Bevilacqua, il nome italianissimo del’ex militare americano e funzionario cimiteriale, non è un mistero per quanti si sono appassionati al caso, dato che proprio egli rese una testimonianza sfavorevole a Pietro Pacciani nel processo del 1994, che fu trasmesso quasi per intero dalla tv, rappresentando il primo caso di processo in diretta nel nostro Paese.

Al momento, da Firenze, il procuratore Capo Giuseppe Creazzo e l’aggiunto Luca Turco (che coordina l’indagine) non hanno ancora rilasciato dichiarazioni a riguardo, considerando anche che negli ultimi due anni le indagini si sono concentrate su altri nomi: l’88enne ex legionario Giampiero Vigilanti, e il medico fiorentino di 87 anni Francesco Caccamo. Su di loro ci sarebbero ancora una volta supposizioni, ma niente di concreto. Come si può quindi coniugare questa nuova figura, che sarebbe insieme il Mostro di Firenze e Zodiac, con tutti gli altri indagati e processati “ufficiali”? Con Pietro Pacciani, con i compagni di merende, con i misteriosi satanisti mandanti e con l’anziano legionario e il suo amico medico? Senza contare un altro piccolo ma fondamentale tassello, il "clan dei sardi" a cui le sentenze passate in giudicato attribuirebbero il primo delitto, nel ’68, capostipite e ispiratore dei successivi.

Ma come si è arrivati a questo punto?

L’ASSENZA DEL GIORNALISMO E UNA UNA FICTION SENZA FINE

Abbiamo già detto di come la storia del Mostro di Firenze non abbia eguali, ma è bene fare una precisazione: questo primato non è da ritrovarsi nel modus operandi del killer, nella categoria vittimologica o nei macabri rituali e nemmeno nella cronologia, con periodi di cooling off (raffreddamento emotivo e conseguente inattività del killer) che per esempio lo assimilano al BTK killer. Ciò che ha reso unica e particolarmente spaventosa questa vicenda, al netto dei 16 morti, è la deformazione e l’allucinazione collettiva creata dalle indagini degli inquirenti e dai media, con modalità che anticipano il trattamento dei casi cronaca nera degli ultimi anni.

Abbiamo già accennato a come il processo Pacciani fu un evento mediatico fondamentale nella storia della tv italiana, paragonabile a quanto accadde in America con O.J. Simpson. Ma se nel primo processo a Pacciani gli inquirenti fecero di tutto per costruire un solido caso indiziario (in realtà gli indizi si rivelarono pochi e inconsistenti) ciò che seguì l’assoluzione di Pacciani generò quella confusione che trasformò la tragedia in farsa e poi ancora in tragedia. Se la tesi accusatoria a carico dei compagni di merende si reggeva su farneticazioni di mitomani, ubriaconi, calunniatori, prostitute e anziani con forme più o meno gravi di demenza, condite qua e là da “riti satanici” mai accertati, sarebbe bene ricordare che tali testimonianze, prese per oro colato dalla magistratura, ebbero conseguenze durissime sulla vita di molte persone.

Come nacquero quindi tali teorie e piste “sataniche”? Sembra assurdo, ma questo immaginario da film di serie C fu suggerito agli inquirenti da Gabriella Carlizzi, scrittrice e sedicente giornalista morta nel 2010, esperta di esoterismo, medium, ospite regolare a trasmissioni come Maurizio Costanzo Show e Porta a Porta. Carlizzi aveva udienza e credito presso la polizia e la magistratura, alle quali suggerì negli anni le sue strampalate teorie e i moventi esoterici dietro tutti i fatti di cronaca più importanti d’Italia—dal caso Moro a Cogne, dal delitto di Meredith Kercher all’11 settembre, al presunto omicidio di Walter Chiari (del quale ottenne di far riesumare il cadavere). Nel caso del Mostro di Firenze, Carlizzi riferì a Michele Giuttari e a Giuliano Mignini di una fantomatica setta, che avrebbe pagato i compagni di merende per compiere dei delitti al fine di procurarsi le parti anatomiche femminili da utilizzare per riti propiziatori (e che una suora infiltrata in Vaticano avrebbe nascosto sotto il materasso di Papa Wojtyla per condurlo alla morte).

Se gli inquirenti sposarono totalmente questi elementi facendone la tesi ufficiale, anche la stampa ebbe ovviamente il suo peso. Uno dei protagonisti assoluti di questa narrazione lunga mezzo secolo è stato senza dubbio il giornalista de La Nazione Mario Spezi, morto nel 2016. Fu lui il primo a “coprire” tutti i delitti per il suo quotidiano dal ’74 in poi, e a coniare la sigla “Mostro di Firenze”. Quello di Spezi rappresenta uno dei lavori più interessanti di giornalismo investigativo nella storia italiana, e la sua teoria legata alla cosiddetta “pista sarda”, seguita anche dai Carabinieri di Firenze prima della pista Pacciani, rappresenta ancora oggi una delle più credibili. Spezi, che sul tema scrisse insieme all’americano Douglas Preston il romanzo-inchiesta Dolci Colline di Sangue (i diritti del libro furono comprati da Tom Cruise, che voleva girare in Toscana un film con George Clooney protagonista), finì in carcere per un mese in isolamento perché accusato da Giuttari e Mignini di depistaggio, come favoreggiatore della setta satanica, e anzi di essere l’assassino di Francesco Narducci, morto affogato nel lago Trasimeno.

Al bivio che si pose all’informazione e agli inquirenti di stare coi piedi per terra oppure di venir sedotti dall’immaginario fantastico legato alla remunerativa fiction del Mostro, purtroppo nessuno seppe resistere. Oltre agli instant movie sciacalleschi sul Mostro di Firenze (il primo diretto da Cesare Ferrario è del 1986), praticamente chiunque abbia indagato o partecipato attivamente ai processi ha sentito la necessità di scrivere un romanzo a riguardo, a iniziare da 1994 con Ruggero Perugini a capo della prima SAM (Squadra anti mostro) per proseguire con il super-poliziotto Michele Giuttari, che pubblicò un primo romanzo con il processo ai compagni di merende in corso (fatto piuttosto grave, poiché le indagini portavano la sua firma) e successivamente un altro volume scritto a quattro mani con Carlo Lucarelli. Lo stesso Lucarelli, che ha sempre fatto un lavoro eccezionale nello storytelling, impegnandosi con il suo team a ricostruire attentamente realtà legate alla malavita italiana e fatti come il G8 (in uno dei migliori documentari mai realizzati su questo tema), nelle puntate del febbraio 2003 di BluNotte dedicate al Mostro di Firenze sposò totalmente la pista esoterica, contribuendo così al consolidamento di quella strampalata teoria nell’immaginario collettivo.

Come tutte le storie di seriali, infine, anche quella del Mostro di Firenze ha attirato il suo pubblico di appassionati. Oltre ai romanzi già citati, non si contano le ricostruzioni televisive che da trasmissioni come Telefono Giallo e Mixer sono arrivate agli anni Duemila con programmi e fiction sempre meno precisi sul caso. Eppure, nel mare di produzioni più o meno amatoriali, negli ultimi anni alcuni autori hanno lavorato con grande attenzione arrivando, se non a stabilire delle verità, quantomeno a definire elementi oggettivi. Un esempio è il lavoro di Paolo Cochi che, con i suoi saggi e documentari dedicati al Mostro di Firenze, ha ricostruito frammenti importanti di questa lunga vicenda, mondandola da sensazionalismi e riportando le perizie scientifiche al centro della sua indagine. Sorprende in tal senso notare come al netto delle molte lacune nelle indagini ufficiali e piste rocambolesche esista ormai in rete una comunità di appassionati che hanno prodotto analisi assai convincenti come quelle contenute nel blog di Antonio Segnini.

LA SCIENZA DEL MOSTRO

Se è evidente ormai a tutti che nemmeno un miracolo potrebbe mettere una parola fine a questa storia che dura da 50 anni, la scienza rappresenta l’unico perimetro entro il quale scorgere punti certi: a iniziare dalle perizie balistiche, che vedono la stessa arma, una Beretta calibro 22, con gli stessi proiettili esplosi in tutti gli otto duplici omicidi dal ’68 all’85, collegandoli inequivocabilmente fra loro. Il modus operandi che è sempre lo stesso, e che una perizia, chiesta nel 1989 dalla procura di Firenze agli esperti dell’FBI di Quantico (gli stessi che abbiamo visto recentemente raccontati nel serial di Netflix Mindhunter) individuava non un nome ma un profilo criminale molto preciso che vedeva in un unico killer solitario il Mostro di Firenze.

E se da un lato il Mostro di Firenze continua a suggestionare il pubblico, ciò che rimane di silenzioso e triste è la rassegnazione. La rassegnazione delle molte vittime dirette e indirette di questi fatti, trascinate in un fiume di fango durato troppo a lungo, di professionisti come l’avvocato Vieri Adriani—che, incaricato dalle famiglie dei ragazzi francesi uccisi nell’ultimo delitto del Mostro, ha chiesto l’avocazione non credendo più nella possibilità di avere giustizia—e di altri protagonisti “storici” dei processi ai compagni di merende come l’anziano avvocato Nino Filastò, che la sete di verità e le personali convinzioni hanno trasformato quasi in un personaggio del romanzo di Dürrenmatt La Promessa.