Perché le neuroscienze non hanno capito un cazzo dell'amore
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Perché le neuroscienze non hanno capito un cazzo dell'amore

"È un po’ come tentare di afferrare il fumo a mani nude.”
29 dicembre 2017, 1:31pm

Le neuroscienze, interessantissimo orizzonte di ricerca medico e scientifico — e sicuramente il più pionieristico degli ultimi anni — vorrebbero catalogare, per dirla in breve, ogni processo neuronale del cervello, ogni iter che compiono gli impulsi elettrici che determinano il nostro modo di agire e, dulcis in fundo, ciò che proviamo. Tutto molto figo, certo. La questione, però, è che le neuroscienze spiegano il funzionamento, il “come” e non esauriscono tout court il fatto in sé.

Rimane quindi un “però” che si riferisce al modo in cui questa disciplina aggredisce e imbriglia, nello specifico, la sfera emotiva che polarizza ogni individuo. Il risultato è una sorta di stupro non volontario di un tema — come l’amore, ma in generale della nostra sfera sentimentale — che ha da sempre riguardato e animato un altro mondo, quello dell’arte. Nel contesto delle neuroscienze, invece, la nostra misteriosa capacità di provare quella cosa, che solitamente chiamiamo amore, si trasforma in una fredda, oggettiva (fino a che punto mi chiedo), semplice categoria.

Per le neuroscienze siamo un oggetto scientifico da ispezionare, del quale fare un’anatomia, un caso clinico, numeri, cartelle, codici. In quest’ottica, le emozioni sono una reinterpretazione corticale, totalmente arbitraria, o meglio, non ancora codificata, di impulsi elettrici che non arrivano — come si potrebbe supporre — dagli organi di senso (della serie: vedo un leone, provo paura, accelerazione del battito etc.). No, gli impulsi fanno un percorso più accidentato e complesso.

L’analisi delle informazioni, in riferimento alle emozioni, ci fornisce uno scenario più o meno come segue: nel momento in cui vengo a contatto con un fenomeno del mondo, un oggetto, qualsiasi "cosa", vengo in contatto con questa "cosa" attraverso gli organi di senso. Questi mandano un impulso al cervello, un impulso che viene miscelato nell’archeocorteccia — dove pare accadano straordinari eventi neurologici, essendo questa un’area primitiva del cervello, dove le informazioni vengono catalogate diversamente rispetto al resto del cervello. Da lì, l’informazione viaggia fino a dei ricettori interni. Solo a quel punto il messaggio è elaborato, compreso e rispedito al cervello: solo a quel punto arriva l’emozione, o meglio, il mio rendermi conto “che sto provando una determinata cosa e non un’altra”.

Di conseguenza ogni emozione è un percorso elettrico ben definito. Tutto è chiaro, ogni emozione viene incasellata dentro una griglia categoriale ben precisa. Molto bene, ma allora — tralasciando il fatto che non sia ben chiaro questo passaggio di informazioni — queste categorie, a cui le neuroscienze associano analiticamente un’emozione specifica, che ho usato in contesti personali diversissimi — in cui tra l’altro l’amore assumeva forme e rifrazioni altrettanto differenti a seconda del contesto, in primis emotivo, in secondo luogo puramente anagrafico, storico, circostanziale — come possono essere specchio di quello che, effettivamente, proviamo? Domanda da un milione di dollari.

Da Antonio Damasio a Mary Helen Immordino-Yang i neuroscienziati sono andati sempre più a fondo nell’analisi dei rapporti tra l’individuo (le sue emozioni) e il mondo, del modo in cui la cultura definisce la maniera in cui le esprimiamo. Per esempio, Helen Fisher si è occupata di cosa accade a chi è ancora innamorato dopo anni, nonostante il partner se la sia già data a gambe da un pezzo. In particolare, sulla base di quest’ultima ricerca, salterebbe fuori che chi rimane innamorato dello stronzo (o stronza) che ha levato le tende, ha delle specifiche aree del cervello attive, tra cui quella adibita al calcolo dei guadagni e delle perdite, oppure la stessa che si attiva quando si assume cocaina.

Nonostante le ultime ricerche diano, a conti fatti, una spiegazione cristallina del fenomeno, il fenomeno non si esaurisce — e non può esaurirsi — all’interno di una risonanza magnetica. È un po’ come — per citare una comparsa di Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban — “tentare di afferrare il fumo a mani nude”.

Da uno studio della University of Science and Technology of China di Hefei in collaborazione con l’ateneo americano Ichan School of Medicine di Mount Sinai (New York) risulta che presso gli innamorati sono attive le stesse specifiche aree del cervello. Però quei soggetti amano donne diverse, in modi diversi. Indipendentemente cioè dal processo causale che determina neurobiologicamente il manifestarsi del sentimento, quel sentimento è diverso in ogni individuo: sia in sé che nel suo manifestarsi al di fuori del cervello, nel mondo.

In mother! di Aronofsky. Jennifer Lawrence, isterica madre del Mondo, sta per saltare in aria, Javier Bardem, poeta fuori di testa e bisognoso di affetto, la fissa disorientato. Lui: ti amo; lei: tu non mi hai mai amato, amavi solo il mio amore per te. Ho realizzato in quel momento che quella battuta, qualora fosse riferita a me, sarebbe stata la perfetta istantanea di quello che ho provato durante gli ultimi mesi della mia ultima relazione. Ma è chiaro soprattutto che una questione del genere, così lucidamente espressa, non potrebbe mai essere letta alla luce della metodologia neuroscientifica.

Il punto è che nel tempo, fortunatamente, si cambia. E così muta anche il nostro manifestare ed esperire un sentimento. I neuroscienziati mi dicono che non capisco un cazzo, che l’amore dell’arte, l’amore stupido e melenso nel quale mi crogiolo, stuzzicandolo e odiandolo, non è altro che un impulso elettrico che proviene da ricettori interni al mio corpo. Ma quello che gli scienziati chiamano amore è una definizione del dottor Ortigue: “Love is the existence of a complex rewarding emotional state involving chemical, cognitive and goal-directed behavioral components. Romantic love is a mammalian brain system for mate choice”.

Ma definire l’amore in questo modo vuol dire ucciderlo, snaturarlo, chiamare amore qualcosa che, di fatto, è un’altra cosa; qualcosa di limitato e sicuramente distante dalla nostra personale e individuale percezione dell’amore. Certamente sono fenomeni che possono essere compresi anche attraverso processi neurobiologici, ma per una loro comprensione critica, più elaborata, è necessario andare oltre; non per scartarli, anzi, quanto piuttosto per preservare la plurivocità che il termine “amore” ha sempre avuto. Inoltre quei dati derivano da strumenti specifici, macchinari, e quindi sono già, di fatto, frutto di un interpretazione (seppur derivante da un metodo scientifico). L’amore, insomma, non è il suo funzionamento puro e semplice.

Ne Il cavaliere svedese di Leo Perutz un ladro vagabondo ruba l’identità a un cavaliere svedese fifone e imbranato. Il ladro stipula un patto col diavolo, si innamora della sua bella — che è la bella del cavaliere svedese — e ci passa insieme il resto del suo tempo, prima di tornare ad essere quello che è: un ladro. Dall’Iliade a Leo Perutz ne sono passati di anni, eppure, nonostante il mondo sia cambiato radicalmente, e così anche gli uomini, nella letteratura si continua a parlare di amore, di struggimenti, di scelte folli e di clamorosi due di picche.

In definitiva, i risultati delle neuroscienze sono il prodotto di un sistema, un sistema con un suo proprio metodo — dentro al quale tutti i calcoli devono quadrare, e dentro il quale non c’è spazio per ciò che non è quantificabile. Le neuroscienze guardano i dati, i fatti, considerano l’amore nella sua eziologia e come processualità, e lo leggono poi attraverso nessi causali rintracciabili nei processi cerebrali. Ma l’ambito del possibile eccede sempre quello del reale, ed è per questo che sarebbe poco scientifico fermarsi lì, e poco onesto accontentarci.