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fumetti

Questo manga su Lovecraft ti farà avere paura di impazzire

Il senso dell'orrore di Lovecraft ci parla ancora, e il tratto di Gou Tanabe lo dimostra egregiamente.

di Stefano Santangelo
08 febbraio 2018, 5:00am

La copertina e una pagina interna de L’abitatore del buio. Tutte le immagini per gentile concessione di J-POP.

Il 2017 è stato, tra le varie ricorrenze, l'ottantesimo anniversario della morte di H. P. Lovecraft. Per chi non lo conoscesse, Lovecraft è stato uno scrittore statunitense dell'inizio del Novecento le cui opere sono oggi dei veri e propri classici della letteratura horror e weird. Ha scritto per lo più racconti, che mescolano elementi tratti dalla letteratura fantastica e gotica del Diciannovesimo secolo a elementi fantascientifici. La sua opera più famosa è il cosiddetto Ciclo di Cthulhu, che mette insieme racconti e romanzi brevi con una cosmologia più o meno comune e che ha influenzato in modo profondo la cultura pop—dalla letteratura al cinema, dai videogiochi, ai fumetti ai manga.

Per festeggiare degnamente l'anniversario, J-POP—uno dei principali editori di manga in Italia che, per restare sul genere, ha pubblicato anche il celebre Tomie di Junji Ito—è da poco uscito con L’abitatore del buio di Gou Tanabe, mangaka famoso soprattutto per i suoi adattamenti di opere di Lovecraft di cui J-POP ha già pubblicato altri due volumi. In particolare, L’abitatore del buio contiene, oltre all’adattamento dell’omonimo racconto lovecraftiano del 1935 (l’ultimo scritto prima della morte, se non si contano un paio di collaborazione con altri autori), quello del racconto Dagon, del 1917.

Dagon è il testamento di un uomo impazzito dopo aver intravisto un essere mostruoso e ricoperto di scaglie abbracciare un misterioso monolito apparso in una secca in mezzo all’Oceano Pacifico. L’abitatore del buio è invece la storia di Robert Blake, uno scrittore di horror che vive a Providence (dove viveva lo stesso Lovecraft) e si mette ad indagare su una chiesa abbandonata e le dicerie sul circolo esoterico che l'avrebbe usata per evocare un’entità malvagia. Si tratta dei due racconti considerati, sul piano cronologico, il primo e l’ultimo del Ciclo di Cthulhu.

L’abitatore del buio di Gou Tanabe

Nel Ciclo di Cthulhu l’universo appare come uno spazio buio, freddo e immenso, dominato da forze insensate e totalmente disinteressate alle sue sorti e popolato fin dai primordi da razze e civiltà che sono nate e morte nell’indifferenza, di cui l’umanità è solo una tra le ultime e meno rilevanti.

Ci sono degli Dei Esterni: Azathoh, il Signore dell’Universo “cieco e idiota” che siede al centro del Caos Primigenio circondato da danzatori amorfi e dementi che ballano al suono monotono di un flauto demoniaco (così è descritto ne L’abitatore del buio); Yog-Sothoth, che racchiude in sé tutto lo spazio-tempo ma al contempo è esiliato dall’universo sensibile; Nyarlatothep, il messaggero degli Dei, l'unico ad agire in prima persona sulle sorti dell’universo e a non essere caratterizzato come indifferente ma come malvagio. E poi le divinità minori, come Cthulhu, la cui sola vista fa impazzire la mente umana, che "sogna e attende" tra le architetture impossibili della città sommersa di R’lyeh.

Questa cosmologia riflette alcune delle credenze personali di Lovecraft stesso, che era ateo e aveva una visione materialista e meccanicistica dell'universo. Lo studioso S. T. Joshi ha definito la sua prospettiva "cosmicismo": in un universo potenzialmente infinito e governato da leggi meccanicistiche, l’umanità è solo un fenomeno passeggero e insignificante. In questa visione materialistica va tuttavia problematizzato il tema del razzismo di Lovecraft, che permea la sua opera e non va minimizzato, come spesso la critica italiana legata all’estrema destra ha fatto. Anzi, citando Wu Ming 1, "L’opera di HPL è grande anche perché ci rovesciò dentro le sue fobie, le sue paranoie, la sua angoscia, il terribile senso di estraneità e finitudine. Nella fiction di HPL si legge la tragedia di un uomo a contatto con un mondo grande e complesso che non riesce ad affrontare."

Il manga di Gou Tanabe riesce a trasmettere bene questo senso di "orrore cosmico." Il disegno ha sfondi spesso totalmente neri e in generale toni scuri. Le tavole di Dagon in particolare sono dominate da cieli stellati bui e immensi, le cui proporzioni rendono il senso dell’immensità del cosmo. La Luna si staglia nitida nel cielo, in Dagon ma anche ne L’abitatore del buio, come una sorta di doppio, morto, della Terra, che rende evidente la natura di entrambe come atomi insignificanti che galleggiano nell’infinito.

La bellezza del tratto di Gou Tanabe è notevole soprattutto nelle tavole paesaggistiche, ma il mangaka rende molto bene anche il senso di ansia e di attesa, tramite disegni che riproducono particolari inquietanti o espressioni dei protagonisti. Il montaggio delle vignette, che in molti casi non hanno didascalie né balloon, è limpido—il che è notevole, se si pensa allo stile notoriamente prolisso e verboso di Lovecraft e al fatto che Tanabe è sempre molto fedele alla sua fonte.

L’abitatore del buio di Gou Tanabe

Quello che da estimatore di Lovecraft mi ha convinto meno è la raffigurazione delle creature e delle entità mostruose. Il mostro-pesce di Dagon è quasi ridicolo nel suo essere ritratto con precisione zoologica, mentre L’abitatore del buio va un po' meglio: l'Abitatore è un ammasso nero e informe, di cui spiccano solo ali, tentacoli e zanne. Ma viene comunque mostrato troppo e vedere il mostro non fa paura—mentre la forza dell'orrore di Lovecraft sta nel suo essere solo suggerito, come quando il buio rende molto più paurose le sagome familiari degli oggetti domestici.

Ho letto Lovecraft per la prima volta a 15 anni, divorando tutta la sua produzione in pochi mesi. Oltre al fascino letterario ed estetico mi rispecchiavo nel senso di orrore che permea le sue opere e in cui ritrovavo anche le mie, di fobie. Fin da piccolo ho sofferto di attacchi di panico durante i quali i miei pensieri si concretizzavano intorno a temi simili: la percezione dell’insignificanza e all’impotenza della vita umana nell’universo, l’ineluttabilità e l’insensatezza della morte. Erano temi che mi procuravano ansia, ma non potevo fare a meno di cercarli per la stessa pulsione che ci fa vedere film splatter pur sapendo che ci disgusteranno.

È questo senso di insostenibilità della verità sull'universo, misto al desiderio irrefrenabile di conoscerla anche a costo di impazzire, che mi è sempre parso la vera radice dell'orrore in Lovecraft. I protagonisti dei suoi racconti, infatti, spesso impazziscono quando comprendono—o meglio, intuiscono—l’orrore cosmico che sta dietro ai vari fatti misteriosi su cui non possono fare a meno di indagare. Il senso dell'orrore che crea la sua scrittura nasce proprio così: dall’intuizione di un orrore inconcepibile connaturato alla struttura stessa della realtà, che fa capolino tra le confortanti illusioni della vita quotidiana, e alla cui attrazione tuttavia non si può resistere.

E il senso dell'orrore di Lovecraft ci parla ancora: forse perché è fatto di spettri connessi alla precarietà stessa della condizione umana, o forse perché si ricollega alle nostre paure ambientali ed ecologiche e a quella di perdere la sanità mentale. Di certo, 80 anni dopo anche le narrazioni di Lovecraft fanno ancora paura.

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