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politica

Ogni giorno che passa, i Cinque Stelle sono più simili a quelli che criticavano

Banche, trivelle, Ilva, immunità e mandati: la propaganda M5S continua a scontrarsi con un piccolo problema—la realtà.

di Vincenzo Ligresti
09 gennaio 2019, 9:47am

Foto via Wikimedia Commons.

[Il 22 luglio del 2019, il vicepremier Luigi Di Maio ha annunciato la fine della regola aurea del Movimento Cinque Stelle: quella del doppio mandato. La deroga vale solo per i consiglieri comunali e municipali, ma rappresenta l'ennesimo strappo rispetto al passato. E in effetti, da quando è al governo, il M5S di "ripensamenti" ne ha avuti davvero tanti. Abbiamo così deciso di aggiornare e riproporre questo articolo pubblicato originariamente nel gennaio del 2019.]

Sono ormai passati diversi anni dall'ingresso trionfale in Parlamento del Movimento Cinque Stelle. All'epoca, lo ricorderete, Beppe Grillo aveva promesso di aprire l'aula "come una scatoletta di tonno"; una dichiarazione che avrebbe dovuto segnare l'inizio di una nuova era fatta di onestà, trasparenza e pratiche radicalmente diverse da quelle dell'odiata Casta.

La partecipazione del M5S in un governo di coalizione, tuttavia, si è rivelata molto più complicata del previsto. Il partito nato all'insegna del "cambiamento" si è infatti scontrato duramente con la realtà, e molti punti fondanti della sua identità sono stati accantonati o traditi—con pesanti ripercussioni elettorali.

E la cosa più rilevante è che non si tratta affatto di casi isolati. Per questo, abbiamo raccolto le più clamorose giravolte dei Cinque Stelle da quando è stata proclamata la "Terza Repubblica dei cittadini."

LE BANCHE

Nel consiglio dei ministri tenutosi il 7 gennaio, il governo gialloverde ha approvato un decreto di emergenza intitolato “Disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio” (poi convertito in legge nel marzo del 2019). Nella sostanza, questo significa che lo Stato è intervenuto per salvare Carige, l'ultima banca italiana finita sul lastrico dopo un fallito aumento di capitale.

L’istituto bancario avrà la possibilità di “accedere a forme di sostegno pubblico” per l’emissione di nuovi bond. Ma anche di “accedere a una ricapitalizzazione pubblica a scopo precauzionale,” dato il “recente esercizio di stress cui la banca è stata sottoposta." Se la questione vi suona familiare è perché il decreto Carige, come evidenziato da Il Sole 24 ore, sarebbe una "fotocopia" del decreto che, nella scorsa legislatura, venne approvato per salvare la Monte dei Paschi dei Siena, Pop Vicenza e Veneto Banca.

Questo conferma che il salvataggio delle banche non è una pratica nuova per i governi, ma sembra stridere parecchio con anni anni di critiche e affermazioni di chi era dall’altra parte della barricata: il Movimento Cinque Stelle. Ricordate per esempio di quando Alessandro Di Battista affermava a gran voce, “Se i poveri o i migranti fossero banche li avreste già salvati?” O quando i senatori M5S, guidati da Barbara Lezzi, gettavano in Senato banconote da 500 euro false per protestare contro il salvataggio delle banche venete? O ancora le decine di status o dichiarazioni di Di Maio contro il salvataggio di MPS?

L'ILVA DI TARANTO

La chiusura dell’Ilva di Taranto—definita a più riprese anche “il mostro”—è stata uno dei grandi cavalli di battaglia del M5S. In un’intervista a Vista del 2015, per esempio, Luigi Di Maio parlava di “un’alternativa per i lavoratori”—un loro riposizionamento per la “bonifica” della zona che ha causato “la morte per cancro di tanti cittadini.”

Si tratta di una posizione—che è lecito immaginare abbia influito sul 47 percento delle preferenze ottenute a Taranto alle elezioni—ribadita fino a qualche mese fa sul Blog delle Stelle. In un post del maggio 2018 infatti, poche settimane prima dell’insediamento del governo giallo-verde, si diceva che “nel contratto di governo” si si sarebbe lavorato “per la chiusura dell’Ilva,” in quanto “il denaro pubblico va investito sulle vere priorità del Paese. Non sulle opere inutili e dannose.”

Per ora le cose sono andate diversamente: l’acciaieria di Taranto è ancora in funzione. Con la differenza che è stata ceduta ad Arcelor-Mittal, con un piano ambientale e industriale simile nella sostanza a quello che era stato discusso (e criticato in precedenza dal M5S) con l’ex ministro del Lavoro Calenda.

Alla fine delle trattative, Di Maio ha affermato che si è trattato del “Risultato migliore possibile nelle peggiori condizioni possibili.” Una fetta dei tarantini, invece, si detta “tradita.”

IL TAP

Lo stop definitivo dei lavori per la costruzione del Gasdotto TAP, in provincia di Lecce, è stato un altro punto cardine della narrazione M5S in campagna elettorale.

Dalla promessa di fermare “in due settimane” i lavori del TAP da parte di Alessandro Di Battista, dalle dichiarazioni sulla stessa linea dell’attuale ministro per il Sud Barbara Lezzi, o dal no al Tap in quanto inutile di Di Maio, sembra passata un’eternità.

Del resto, è stato proprio lo stesso vice premier a sbloccare nuovamente i lavori lo scorso luglio, sostenendo di averlo fatto per evitare “penali per quasi 20 miliardi di euro” (a conti fatti, non sarebbe andata proprio così).

A fine luglio Marco Potì, sindaco di Melendugno—comune nell’area designata al gasdotto—ha affermato che “quasi il 70 percento” dei suo concittadini aveva votato il M5S perché aveva creduto “ad Alessandro Di Battista, al ministro Barbara Lezzi che sono venuti qui a dire che in 15 giorni avrebbero annullato il progetto del Tap.” “Perché ci state tradendo così?,” ha chiosato.

IL CASO TRIVELLE

Nonostante il M5S si fosse speso nel referendum del 2016 sulle trivelle e abbia garantito più volte il fermo delle ricerche petrolifere nel tratto di mare che costeggia Calabria, Puglia e Basilicata, alcuni ambientalisti, in particolare il comitato No Triv, hanno scoperto che nel Bollettino ufficiale degli idrocarburi e delle georisorse pubblicato l’ultimo dell’anno sono stati accordati tre nuovi permessi alla compagnia americana Global MED LLC.

“Mi si accusa di aver autorizzato trivelle nel mar Ionio. È una bugia. Queste ‘ricerche di idrocarburi’ (che non sono trivellazioni) erano state autorizzate dal Governo precedente,” ha commentato Di Maio. Aggiungendo che un suo funzionario “ha semplicemente sancito quello che aveva deciso il vecchio governo”, “perché altrimenti avrebbe commesso un reato”.

Secondo Di Salvatore del comitato No Triv, però, è proprio questo il punto: “politicamente è compito del governo o del Parlamento adottare un atto normativo per bloccare i procedimenti.” Al momento l’esecutivo ha fatto sapere che il tutto verrà corretto con una norma nel decreto semplificazioni—che non è ancora stato approvato.

MATTARELLA

Quando il Presidente della Repubblica, nei giorni dell’insediamento del governo Conte, pose il veto sul nome del sovranista Paolo Savona a Ministro dell’Economia, il vicepremier Luigi di Maio disse che bisognava mettere “in stato di accusa” la massima carica dello Stato. Seguirono giorni convulsi, copiosi #impeachment e congetture su quanto questa ipotesi fosse possibile.

Appena sette mesi dopo, Di Maio ha definito Mattarella “il garante della Costituzione,” “l’angelo custode del governo,” che ha seguito sempre “in modo imparziale la legge di Bilancio,” permettendo di evitare una procedura d’infrazione da parte dell’Unione Europea.

E anche qui ce ne sarebbe da dire. Ma basta ricordare che dal deficit del 2,4 che non si tocca “perché manteniamo le promesse” e “siamo uno stato sovrano” si è passati a un più timido 2,04. Una retromarcia che ha creato scontento tra i militanti M5S (e anche della Lega, in effetti).

GLI F-35

Nella lista dei tagli agli sprechi del Movimento Cinque Stelle ha sempre campeggiato il programma dell’acquisto progressivo di 90 cacciabombardieri F35—definiti fino a qualche tempo fa “strumenti di morte”—da parte del Ministero della Difesa, per un totale di 14 miliardi di euro circa.

Ma come ha ricordato Giulio Marcon, portavoce della campagna Sbilanciamoci, è bastata una del tutto nuova consapevolezza per passare dagli “appassionati interventi dei deputati Di Battista e dell'attuale vice presidente della Camera Maria Edera Spadoni” alle dichiarazioni del dicembre 2018 del sottosegretario alla difesa Angelo Tofalo, secondo cui il M5S ha parlato “spesso in maniera distorta” del programma degli F35 che esiste ”da oltre 20 anni” e “a cui non possiamo rinunciare.”

IL TERZO VALICO

"Se andremo al Governo verrò a Genova a dire che il Terzo Valico non si fa più, ho preso l'impegno in campagna elettorale, chi mi vota sa che prenderemo i 6 miliardi dell'opera e li investiremo nel trasporto pubblico locale," affermava Di Maio nel febbraio del 2018.

Un concetto ribadito un mese dopo dai parlamentari M5S dell’allora commissione Trasporti che definivano il Terzo Valico “un’infrastruttura devastante per l’ambiente e le casse dello Stato.”

Ed è così che si arriva al dicembre del 2018 quando—dopo valutazioni su costi e benefici di un eventuale stop all’opera—il ministro alle Infrastrutture Toninelli ha affermato che il Terzo Valico “non può che andare avanti,” in quanto “il totale dei costi del recesso ammonterebbe a circa 1,2 miliardi di euro.”

IL VOTO DI FIDUCIA

Nel 2015 Paola Taverna si scagliava contro il governo Renzi per la scelta di porre la fiducia al governo e far passare il cosiddetto “decreto Salva Italia”. In quell'occasione, immortalata in un celebre video, disse: “siamo in dittatura.”

Poco più di tre anni dopo, Taverna è diventata vicepresidente del Senato. Da allora il governo Conte ha posto la fiducia alla Camera per il decreto mille proroghe, alla Camera e al Senato per il “decreto Salvini,” ancora al Senato per la legge anticorruzione, e nuovamente alla Camera per la manovra economica.

In sostanza, come ha evidenziato una analisi di Openpolis, il 31 percento delle leggi del Governo gialloverde è stato approvato con questa modalità. In base al rapporto di voti di fiducia e leggi approvate, dal 2008 a oggi, hanno fatto maggiormente ricorso alla fiducia solo il governo Monti (45 percento) e quello di Gentiloni (35,9 percento)—ma non è detto che il governo del cambiamento non possa recuperare terreno col tempo.

L'AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE

L’immunità parlamentare è indubbiamente uno degli spauracchi del M5S. Nel 2014, giusto per fare un esempio, Luigi Di Maio declamava che "i nostri parlamentari hanno sempre rinunciato a qualsiasi immunità: vogliamo essere cittadini comuni, senza godere di alcun privilegio."

Poi però è arrivato il caso della Diciotti (la nave militare italiana che aveva a bordo 177 migranti, ed è stata bloccata per giorni da Matteo Salvini nel porto di Catania) e la richiesta di autorizzazione a procedere per una serie di reati piuttosto pesanti contro il ministro dell'interno.

Dopo mille tentennamenti e giri di parole, e dopo aver scaricato la decisione sugli iscritti della piattaforma Rousseau con un quesito non troppo chiaro, nel marzo del 2019 il M5S (insieme a Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia) ha infine salvato il vicepremier leghista negando l'autorizzazione a procedere. Rimangiandosi dunque anni di battaglie contro il privilegio per eccellenza della Casta.

LA REGOLA DEL DOPPIO MANDATO

Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio ne avevano fatto la pietra angolare del M5S: dopo due mandati, i "portavoce" sarebbero tornati a fare i cittadini. Avrebbero, cioè, lasciato la politica.

A dieci anni dalla fondazione del partito, tuttavia, questa regola ha mostrato tutti i suoi limiti—su tutti quello di impedire la formazione di una classe dirigente, soprattutto a livello locale, dove ultimamente si sono registrate batoste su batoste. Per tentare di ovviare a queste disfatte, nel luglio del 2019 Luigi Di Maio ha così annunciato l'introduzione del cosiddetto "mandato zero."

Questa è la spiegazione fornita dallo stesso Di Maio in un video su Facebook: "Un mandato, il primo, che non si conta per la regola dei due mandati, è un mandato che non vale." In sostanza, ha continuato, varrà "solo e soltanto per i consiglieri comunali e municipali" e non per i sindaci "che gestiscono potere; la regola dei due mandati è nata per non far gestire troppo potere in mani di poche persone per troppo tempo."

E pur essendo circoscritto, ci sono pochi dubbi sul fatto che questo "mandato zero" segni l'inizio della fine della regola principale del M5S.