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Il film su M.I.A. insegna come si fa musica impegnata

M.I.A. ha girato un documentario sulla sua vita, è appena arrivato nelle sale italiane e ci insegna un po' di cose sul rapporto tra attivismo politico e musica.

di Tommaso Tecchi, e Shaad D’Souza; traduzione di Giulia Fornetti
28 gennaio 2019, 2:06pm

Christian Bertrand / Shutterstock

MATANGI / MAYA / M.I.A., tradotto in italiano M.I.A. - La cattiva ragazza della musica, è un documentario sulla cantante Mathangi Arulpragasam, in arte M.I.A., realizzato dal suo amico di vecchia data Steve Loveridge. La pellicola è stata presentata al Sundance Film Festival dello scorso anno, dove ha vinto il premio speciale della giuria, ma è arrivata in alcune sale italiane solamente nei giorni scorsi. Questo documentario si discosta dalla prassi dei docu-film biografici musicali già dalle prime scene: gran parte del materiale è stato infatti girato dalla stessa artista, che nel periodo in cui studiava ad un’accademia d’arte londinese con Loveridge voleva anch’essa diventare una documentarista. Grazie a questa coincidenza veniamo subito trascinati dentro l’infanzia e l’adolescenza di Maya attraverso i suoi stessi occhi, attraverso delle amatoriali riprese in VHS che ci mostrano senza filtri scene private della vita di una ragazza da poco sbarcata in Inghilterra dallo Sri Lanka.

Come ci rivela presto Loveridge, mentre tutti suoi compagni di corso si scervellavano sulla storia giusta da raccontare attraverso la loro videocamera, lui aveva già capito chi fosse il personaggio che spiccava su tutti. Maya, infatti, non è solamente uno dei pochi visi scuri di un’università poco diversificata, ma una rifugiata di guerra, scappata dal suo paese d’origine perché di etnia Tamil (dal 1983 al 2009 la guerra civile singalese ha visto contrapposte la maggioranza cingalese che deteneva il potere e a minoranza Tamil, rappresentata dal gruppo terroristico indipendentista delle Tigri per la liberazione della patria Tamil) e perché suo padre Arular era il leader e fondatore di un’organizzazione rivoluzionaria molto attiva durante la guerra. A differenza dei suoi fratelli M.I.A. sembra dare un valore quasi provvidenziale all’impegno politico del padre, nonostante ciò abbia comportato un prolungato distaccamento dalla famiglia, e oltre a capire l’importanza della sua lotta riconosce che è grazie a questa situazione che lei è diventata una ragazza forte e indipendente anche in un ambiente inizialmente estraneo come la capitale inglese.

Da qui in poi il documentario prende una piega molto efficace, su cui in qualunque altra situazione sarebbe sensato fermarsi: si passa molto velocemente dalla giovane Maya, studentessa d’arte a Londra, che ascolta Madonna in radio al successo discografico culminato con il videoclip e la successiva controversa performance al Super Bowl proprio a fianco della regina del pop. Questa non è però un’opera su una rifugiata che ce la fa e si trasforma in una pop star, quanto più un’analisi di cosa significhi essere un artista politicamente impegnato (o meglio “una pop star scomoda”), specialmente quando sei una donna non bianca e quando le tue idee vanno decisamente contro la pigra opinione pubblica dei paesi occidentali che ti stanno ospitando.



I passaggi relativi alla Maya pre-fama sono significativi perché ci fanno capire in una maniera genuinamente disarmante la costruzione della sua identità - l’amicizia con la leader degli Elastica Justine Frischmann e le annesse incomprensioni con la società borghese, il ritorno in Sri Lanka per tentare di girare un documentario sulla sua famiglia e sulla situazione del suo paese - e data la quantità di materiale raccolto in prima persona dalla protagonista i momenti drammatici si alternano alla perfezione a parentesi più ironiche e leggere. L’inizio della carriera musicale arriva invece in maniera quasi casuale, con dei beat e dei testi realizzati per la Frischmann e diventati poi i suoi primi demo. Maya è pronta per entrare negli studi della XL Recordings e dichiarare “stavate aspettando un’artista come me”; nel giro di poco tempo la ritroviamo già sul palco del Coachella per il suo primo live negli Stati Uniti. L’imminente esplosione della pop star, grazie anche ad un periodo rivoluzionario per la musica su internet in piena era Napster, è reso ancora più esplicito dalla presenza di un ancora sconosciuto Diplo, allora suo fidanzato e producer, che assomiglia più ad un tamarro strafatto di energy drink che il maschio alfa dell’EDM che siamo abituati a vedere ora.

Con il successo arrivano però le prime controversie, e di fatto il tema centrale di questo documentario. Da sempre armata di idee politiche forti e affascinata dalle donne soldato delle Tigri Tamil, M.I.A. risponde all’inasprirsi del conflitto interno singalese affermando in diretta televisiva e radiofonica che con la scusa della lotta al terrorismo il governo dello Sri Lanka sta commettendo un genocidio della sua etnia. Le differenti reazioni dei media mainstream occidentali a queste dichiarazioni racchiudono in un certo senso uno spettro del conservatorismo: vediamo la giornalista del New York Times che vuole mostrarsi progressista ma poi si comporta esattamente come i suoi colleghi di Fox News banalizzando e screditando le idee politiche dell’artista, gli opinionisti redneck che non riescono a capire come un’artista immigrata sia arrivata ad avere un microfono per esprimere la sua opinione, Bill Maher della CNN che - mentre M.I.A. ripete che il suo popolo sta venendo lentamente sterminato - cerca di buttarla sul ridere e continua a farle domande sul perché il suo accento sia così britannico, fino ad arrivare al ministro singalese che afferma in un talk show statunitense che la ragazza è poco informata e che farebbe meglio a limitarsi a ciò che le riesce meglio, ovvero cantare.

Quest’ultima dichiarazione vi ricorda qualcosa per caso? Personalmente mentre l’ho sentita per la prima volta ho avuto una visione del volto scuro di Claudio Baglioni alla conferenza stampa pre-Sanremo. “Canta che ti passa”, la pronta risposta del ministro degli interni Matteo Salvini alle critiche mosse dal cantante verso le sue dure politiche migratorie, è in un certo senso una parafrasi di ciò che è stato rimproverato a M.I.A. durante tutta la sua carriera. Nel documentario ci viene mostrato, tramite una parodia caricata su YouTube, che l’opinione media del pubblico conservatore era che le posizioni di Maya non fossero credibili perché, se anche i suoi connazionali fossero stati veramente in pericolo, lei denunciava la cosa mentre viveva a Los Angeles, guadagnava milioni facendo musica e stava per partorire il figlio di un ricco ereditiero. Quante volte le opinioni di quelli che dovrebbero essere gli intellettuali dissidenti del nostro paese - dagli scrittori ai musicisti, passando per i filosofi e i registi - sono state calpestate con la scusa del radical chic, del milionario, del comunista col portafogli a destra e così via? E, al contrario, quante volte è stata invece incoraggiata una presa di posizione da parte degli stessi professionisti che esprimevano il loro supporto verso il pensiero unico?

Ciò che emerge maggiormente, osservando soprattutto i momenti in cui M.I.A. sta davvero ragionando sulle conseguenze delle proprie azioni e le telecamere sono accese solo per coincidenza, è che un cantante, un musicista, un artista in generale, si assuma un grosso rischio a far trapelare le proprie posizioni in merito alla politica o agli eventi storici più controversi. Per passare in radio e per restare semplicemente la ragazza esotica con l’accento inglese che tanto piace al pubblico dei festival le basterebbe ripetere delle frasi standard senza il minimo signifcato o al limite schierarsi, ma sempre allineandosi con chi comanda e chi gode del favore dell’opinione pubblica. Qualunque politico conservatore sa che le parole di un artista che viene da lontano, ma ora è in una posizione privilegiata, ha più peso della somma delle voci di migliaia di persone anonime che manifestano in piazza e di conseguenza quelle parole vanno censurate e il personaggio va messo alla gogna.

Le facce di Salmo, Saviano, Toscani sui manifesti della Lega sotto l’hashtag #luinoncisarà sono un campanello d’allarme che anche il nostro paese sta diventando un luogo ostile per ogni opinione dissidente, in primo luogo se tale opinione viene dalla bocca di un artista e non di un personaggio appartenente “al popolo”. La questione diventa ancora più familiare quando verso la fine del documentario M.I.A. parla di immigrazione e ci mostra il backstage del discusso video da lei diretto per il singolo “Borders”. La maniera di presentarci bambini di diverse realtà svantaggiate del mondo come singoli individui con gusti, interessi, idee e prospettive per il proprio futuro è forse il manifesto più efficace che si può ergere contro l’ondata di razzismo e nazionalismo che sta pian piano inghiottendo la nostra società. “Non sapete se quel ragazzino possederà una 505 e diventerà Michael Jackson” afferma in quella che è probabilmente la frase più significativa di tutto il film.

Qualche settimana fa, Noisey ha intervistato Arulpragasam, questo il suo nome di battesimo, dopo la proiezione di M.I.A. La cattiva ragazza della musica al Melbourne’s Cinema Nova. Il risultato è questa conversazione appassionata sulla sua vita, la sua carriera e sulla censura del suo documentario.

Noisey: Il film è fatto principalmente di scene girate da te o dalla tua famiglia. Quando hai iniziato a documentare la tua vita in video, avevi uno scopo preciso in mente?
M.I.A.: Ho filmato tutto e basta. Sono stata fortunata ad avere una telecamera a disposizione, non tutti possono permettersela. La prendevo in prestito a scuola, me la lasciavano usare una volta ogni due settimane circa. Quindi quando ce l’avevo filmavo tutto. Era prima che ognuno disponesse di una telecamera, prima che diventasse normale.

Come hai preso le critiche al tuo documentario, considerato che è quasi la prima volta che parli della tua arte a modo tuo, senza giornalisti o media a fare da tramite?
È un po’ strano, perché da un lato, tratta di talmente tante cose diverse per essere un documentario musicale, e dall’altro lato racconta soltanto in minima parte tutte le cose che sono successe nella realtà. Ci sono tantissime scene che non sono state incluse.

Quindi, per me, le reazioni riguardano la mia storia raccontata dal punto di vista americano, e in quel caso, credo che sia un film carino. Se fosse stato montato ed editato altrove, chissà cosa ci sarebbe stato dentro? Io ho ancora tanto da imparare, ma ai miei fan è piaciuto tanto. L’hanno capito fin dall’inizio, mi hanno dimostrato grande supporto, non mi hanno mai criticato per il contenuto del film. Per quanto riguarda i media americani, è piuttosto strano, ora mi dicono “siamo qui per aiutarti.” Ma per me è difficile ora fare un passo indietro e dimenticare tutto quello che hanno detto di me in passato...

Alcuni giornalisti sono stati buoni, e penso che a volte funzioni, e altre volte no. Ma la mia sensazione è che non riguardasse mai me personalmente. Soprattutto in America, c’entra più la cultura del ‘guarda lì sta succedendo qualcosa, guarda.’ È strano fare un film in cui racconti la tua storia, e in cui spieghi cose che hai detto dieci anni prima. D’altra parte, raccontare una storia dal punto di vista personale è l’unico modo possibile per raccontarla in America, e io sono stata fortunata ad avere tutto quel materiale video: molte persone non mi credevano e mi accusavano di essere solo un’arrivista bugiarda. [I media dicevano] ‘Lei è una terrorista e razzista’ ma a me non interessava dimostrare loro chi fossi.

C’è stata una grande mancanza di comunicazione e fraintendimenti. Un personaggio può rappresentato dai media in così tanti modi diversi, che doveva essere tutto ripreso in video per far sì che la gente credesse a quello che dicevo.

Se avessi diretto tu il montaggio, come pensi sarebbe venuto?
Be’, avrei sicuramente messo Julian Assange nel film! Aveva assolutamente senso ai fini della storia. Non si può parlare del genocidio Tamil senza parlare di WikiLeaks. Ma loro l’hanno tolto perché il film è stato fatto in America, dopo le elezioni. Se fosse uscito prima, penso che ci sarebbe stato. Penso che è un tassello importante della storia che ora però manca. Avrebbe avviato un dialogo sulla società contemporanea e su Internet, e sull’attivismo moderno. E invece questi temi diventano difficili da affrontare senza quell’elemento nel film.

Cosa pensi sia cambiato dall’inizio della tua carriera a oggi? Da quando le popstar dovevano sfornare hit e non esprimere opinioni, a oggi in cui è richiesto loro di parlare di politica?
È molto interessante perché il materiale video è fisicamente in America dal 2014. E dal 2014 in poi, il panorama politico è cambiato. Prima di allora, era una cosa sbagliata da fare, sai, parlare di attivismo o sostenere una causa. Da quando quelle 700 ore di girato sono arrivate a New York, il panorama dei media, della cultura pop e della moda è cambiato radicalmente e ora l’attivismo è diventato trendy.

Hanno fatto uscire il film nel 2018. Quindi per quattro anni, quei video sono rimasti lì, inutilizzati. Steve [ il regista] mi aveva dato gli hard-disk un paio di mesi fa e quindi ora li ho. Quando guardo le riprese – perché non le ho mai guardate per intero, ci sono cose di 25 anni fa, che ho girato e poi buttato in una scatola. Poi, siccome la tecnologia si è evoluta negli anni, alla fine per mancanza di mezzi adeguati non li ho mai rivisti. Ma rivedere quelle pellicole oggi, digitalizzate, è interessante. Ci sono tantissime parti interessanti che non sono state inserite nel film, è un peccato.

C’è stato ovviamente dell’editing, e quando ho parlato con Steve lui mi ha detto “Ora dura 90 minuti, devi stare zitta e ringraziare!” [ride] ma io continuavo tipo adesso, a dirgli che sarebbe stato bello inserire questo, e questo e anche questo [nel film]. Chi ha fatto l’edit del film, aveva una certa idea di come presentare l’attivismo, in modo che lo rendesse carino. C’erano sono tantissime scene molto più sconvolgenti, ma saranno nel sequel.

Perché pensi che, soprattutto in America, la gente non abbia capito che tu volevi parlare di un problema collettivo e non di un problema individuale?
Sì, penso che sia per lo stesso motivo per cui in America è impossibile trovare una popstar che dica no al successo, alla notorietà. Qui tutto è incentrato sull’individualismo, ‘sull’Io’ e la fama è l’obiettivo finale di qualsiasi cosa. Penso che sia talmente radicato nello stile di vita di tutti, che diventa difficile capire perché qualcuno voglia mettere a rischio la popolarità per parlare di una battaglia collettiva del popolo da cui proviene ma con cui non ha nessun legame diretto in questo preciso momento. Il sogno americano è il ‘mio’ sogno, mai il ‘nostro.’

Hai già parlato, in passato, di voler abbandonare la carriera musicale. Pensi che da quando hai iniziato a fare musica, questo ha dato vita a un cambiamento politico?
Hmm. Non lo so. È strano perché ovviamente ho visto altri cambiamenti, tipo la gente che porta i leggings fluo, o anche se ascolti la musica mainstream oggi, Diplo è conosciuto a livello mondiale – ma comunque sai da dove viene – e io sento di averlo influenzato in qualche modo, e quindi forse ho influenzato anche la musica che ascoltiamo oggi, il modo in cui le persone si rapportano alla cultura pop, forse questo ha influenzato le persone nella Silicon Valley che hanno inventato Instagram, da Myspace. È difficile da individuare, perché è un processo ancora in corso. Nel caso dello Sri Lanka, sentivo che se non l’avessimo fermato in tempo, non si sarebbe mai trovata una soluzione. Ora siamo ancora in attesa. Ma la gente è più consapevole della situazione politica e non si fa problemi a parlarne, soprattutto i giovani sono più sicuri di sé, e forse io in qualche modo ho contribuito.

L’intervista, a cura di Shaad D'Souza e pubblicata originariamente su Noisey Australia, è stata editata per chiarezza.

M.I.A. La cattiva ragazza della musica è nei cinema dal 20 gennaio 2019.

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