Ecco perché Guè Pequeno è ancora il mio rapper preferito

E dovrebbe essere anche il vostro.
9.4.18
Foto via Facebook.

Guè Pequeno si appresta a essere il primo rapper puro (escludendo quindi i vari Caparezza o Fedez) a prendersi il Forum di Assago, in una data che si prospetta storica programmata per il marzo del 2019. Questa è soltanto l'ennesima conferma che Guè è il rapper più forte d’Italia in questo momento.

Secondo i puristi più intransigenti, il rap italiano è morto all’incirca nel 1999, quando Neffa ha smesso di fare rap e sono usciti gli ultimi capolavori di quella fase come i dischi di Melma & Merda e Uomini di Mare. Negli anni successivi il genere è andato un po’ in crisi, almeno per quanto riguarda la sua popolarità, e a mantenerlo in vita, per farlo poi tornare di nuovo anche al successo commerciale nella seconda metà degli anni Duemila, sono stati essenzialmente due nomi: Fabri Fibra e la Dogo Gang (in particolare i Club Dogo e Marracash).

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Se nei primi anni dei Club Dogo il rapper più forte sembrava Jake La Furia (che resta molto forte, ma sembra ormai meno interessato del suo socio alla carriera musicale), con gli anni è stato Guè Pequeno ad affermarsi sempre di più, e a reclamare la propria importanza anche da solista, lavorando senza sosta e pubblicando una media di un album ogni due anni, oltre a quelli del progetto madre e a altre collaborazioni. L'estate scorsa è uscito il quarto album a suo nome, Gentleman, e si può interpretarlo come la rivendicazione di un ruolo che in questo momento non ha eguali nel campo del rap italiano.

Se è vero che Fabri Fibra ha da poco fatto uscire quello che potrebbe essere il suo lavoro migliore su major (Fenomeno), quasi sicuramente il suo disco più personale e sentito, è anche vero che negli anni è stato più discontinuo, e che si tratta di un ottimo disco in cui però continua “semplicemente” a fare il suo, senza provare a confrontarsi con troppa novità.

Non c’è assolutamente nulla di male, ma non si può non notare che Guè invece non smette di guardare avanti, e di dimostrarsi al passo con le tendenze più nuove, senza mai sembrare un vecchio che prova a fare il giovane, ma anzi dimostrando, grazie al proprio innegabile talento stilistico, di potersi posizionare un gradino sopra a tutti anche in territori molto lontani da quelli da cui era partito.

Gentleman è un disco riuscito nel suo obiettivo di essere una macchina da hit, e soprattutto una grande dichiarazione di libertà: il disco è diviso tra un’anima street e trap (genere al quale si era già accostato addirittura nel 2013 con “Business”) e una più ragga, caraibica e da party—passione che Cosimo ha sempre coltivato sin da quando pubblicava su MySpace le playlist delle sue canzoni preferite.

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In un disco sospeso tra la festa e l’ignoranza, secondo la lezione di Drake c’è spazio anche per un po’ di intimismo (sulla linea inaugurata con “Rose nere”) in un pezzo come “Non ci sei tu”—ma si tratta in media di un album divertente, leggero, che parla principalmente di swag e di divertimento, meno introspettivo di altri suoi (più divertente di Vero, ad esempio, che era più scuro).

Ma, e questo è un punto cruciale, rispetto ai Club Dogo di maggiore successo Guè ha abbandonato anche la patina da centro commerciale: quello che coraggiosamente manca del tutto in Gentleman sono le hit appositamente studiate per le radio italiane, quelle con i featuring delle popstar nel ritornello.

È un album in cui, invece, si è circondato di chi voleva davvero nel suo disco: dalle collaborazioni classiche con Don Joe, Luchè (autore di una strofa semplicemente incredibile in “Oro giallo”) e Marracash, al coinvolgimento dei due giovani Re Mida del beatmaking italiano Charlie Charles e Sick Luke, e di due bravi MC e teen idol come Sfera Ebbasta e Tony Effe della Dark Polo Gang.

Per certi versi si può arrivare a dire che, alla faccia di nuove leve fortissime che si stanno prendendo tutto, il migliore album trap italiano, a oggi, se parliamo di un lavoro compiuto dall’inizio alla fine, lo ha fatto uno che va verso i 40 anni. E che dai giovani, sia quelli del pubblico che gli artisti (che sono cresciuti ascoltandolo e che fanno la fila per lavorarci insieme) è ancora assolutamente rispettato e considerato come uno di loro, nel senso migliore del termine, e non come un vecchio saggio ma che non sa più divertirsi. Inoltre, a differenza di molti “vecchi” della scena, fa una cosa molto hip hop nel senso classico del termine, cioè quella di supportare le nuove leve (peraltro non è un caso che sia Ghali che Fedez siano stati in qualche modo “scoperti” da lui).

Del resto tutte le ultime cose di Guè sembrano fatte volentieri, con piacere, con divertimento, manifestando una certa ricerca nei suoni (le produzioni sono tutte di prima classe e i suoni potentissimi), grande amore per la musica e per quello che si sta facendo: forse la cosa più difficile per chi ha già molti anni di carriera alle spalle e a un certo punto solitamente si riduce a fare le cose inserendo il pilota automatico (rischio che i Club Dogo stavano correndo, e forse è giusto che vengano accantonati per un po’).

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Se quasi tutti i rapper dal successo consolidato si limitano a mantenere la loro posizione, quello di Guè è un caso abbastanza unico: è andato migliorando e i suoi ultimi lavori possono tranquillamente essere considerati i migliori della sua carriera - forse anche grazie al fatto che non si deve confrontare con le pietre miliari già fatte, uscite sotto l’egida di un altro progetto.

Brani fortissimi come “Tuta di felpa” o “Trinità” arrivano dopo una carriera già decennale, e tutti gli album che ha fatto negli ultimi anni (da Bravo Ragazzo a quest’ultimo, passando per Vero e Santeria in coppia con Marracash) potrebbero giocarsela per il titolo di suo lavoro migliore.

Sulla stessa linea anche tutte le ultime tracce uscite in cui compare il rapper milanese sono di livello altissimo, potenzialmente tra le sue migliori: parliamo della bonus track “Io non ho paura”, dei due pezzi sul disco di Night Skinny (“Pezzi” e “6AM”), il featuring sul disco di Ernia (“Disgusting”) e l’ultima novità, quella mina assoluta che è “Come se fosse normale”.

Ricordandoci sempre che stiamo parlando di un artista che ormai gioca più o meno nello stesso campionato, quello del mainstream di prima fascia, di un Tiziano Ferro (quando esce un suo disco va fisso in cima a tutte le classifiche), Cosimo non sembra più cercare la hit facile. È radiofonico (leggero, non conscious, non troppo hardcore) ma, a differenza di altri colleghi, non per le radio italiane: scrive avendo in mente radio più urban, più vicine ai club, che qui praticamente non esistono. O forse è l’artista che potrebbe fare entrare la radiofonia italiana nel presente. È più probabile che continuerà ad avere il suo successo soprattutto nello streaming e nei concerti, ma non si sa mai.

Federico è su Instagram.

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