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Brexit

Cosa succederebbe se venisse approvata una ‘Brexit’ italiana

La Gran Bretagna ha votato a favore della Brexit, e un po' ovunque si è cominciato a parlare di uscita dall'Unione Europea. Ma sarebbe davvero possibile fare una cosa del genere anche in Italia? E cosa succederebbe?

di Cristiana Bedei
28 giugno 2016, 10:44am

Foto via (Mick Baker)rooster/Flickr

Lo scorso giovedì, 23 giugno, la Gran Bretagna ha votato a favore della Brexit. A partire da questo, si è cominciato a parlare di uscita dall'Unione Europea un po' ovunque, con la politica che soffia forte su questa vittoria in chiave anti-UE.

Ma sarebbe davvero possibile proporre un referendum del genere in Italia? E cosa succederebbe? Come andrebbe a finire se anche noi conoscessimo una nostra "Brexit", quella che qualcuno pensa potrebbe essere soprannominata "Quitaly" o "Italeave"?

Innanzitutto, bisogna considerare che si tratterebbe solo di un caso di studio, uno scenario del tutto ipotetico, dal momento che il nostro ordinamento costituzionale non consente di seguire gli stessi passi della Gran Bretagna — come spiega a VICE News Roberto Mastroianni, professore ordinario di diritto dell'Unione europea presso l'Università Federico II di Napoli.

"Non è possibile indire un referendum come quello della Gran Bretagna perché la nostra Costituzione non consente referendum abrogativi sulle leggi di ratifica di trattati internazionali, tra cui ovviamente i trattati che legano l'Italia all'Unione Europea," chiarisce.

Tuttavia, in diversi Stati membri si riscontra una tendenza sempre più critica nei confronti dell'UE. E l'Italia, dove l'euroscetticismo sembrerbbe in crescita, non fa eccezione.

L'ultimo rapporto nazionale dell'Eurobarometro relativo all'Italia, pubblicato lo scorso marzo, aveva rivelato che il 50 per cento degli italiani non si sente cittadino europeo, e ben il 57 per cento dichiarava di non sentirsi attaccato all'Unione.

"Ovviamente c'è un malcontento sociale e qualcuno deve prenderlo in considerazione," spiega a VICE News Eleonora Poli, esperta di politiche economiche europee e ricercatrice presso l'Istituto Affari Internazionali di Roma.

"Il risultato del referendum in Gran Bretagna, per quanto sia sconcertante e allarmante, deve esser preso come una sorta di shock che può portare però risultati positivi," continua. E insiste sul bisogno non solo di promuovere una nuova visione dell'Unione Europea, ma soprattutto di rispondere ai bisogni dei cittadini perché questi tornino a credere nelle istituzioni europee come organi che lavorano per creare un bene comune.

"In Italia si tendeva – e si tende ancora, in alcuni casi – a fidarsi maggiormente delle istituzioni europee rispetto a quelle nazionali," continua. Ma con le difficoltà derivate dalla crisi economica, questa tendenza è andata diminuendo: "Al momento, vedo forte scetticismo."

Scetticismo che si basa però su una visione più forte dell'ideale di Unione, rispetto alla Gran Bretagna, secondo Poli. "In Gran Bretagna, l'Unione Europea è stata vista sempre come solamente un mercato unico di cui [il paese] doveva far parte per avere accesso a un certo numero di benefit. Non c'è mai stata l'idea di far parte di un nucleo di paesi con lo scopo di creare un'integrazione più forte." Insomma: ammesso si potesse votare, secondo Poli in Italia - in qualche modo - prevarrebbe comunque il buon senso.

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Resta comunque il fatto che, se l'Italia dimostrasse realmente la volontà di discutere un potenziale abbandono dell'UE, la decisione non sarebbe rimessa al voto popolare. Come spiega il professor Mastroianni: "Sarebbe una decisione interna che ogni Stato prende in base alle proprie caratteristiche costituzionali. Nel nostro caso, visto che è il Parlamento ad aver ratificato i trattati dell'Unione Europea, dovrebbe essere il Parlamento a fare una legge contraria."

E sebbene uscire dall'Unione sia possibile - ogni Stato membro può farlo, seguendo l'iter previsto dall'Articolo 50 - secondo Mastroianni, le possibilità che l'Italia si spinga a tanto sarebbero "sotto zero."

Anche Poli mette in evidenza tutte le difficoltà che ne scaturirebbero: "Intanto, la libertà di movimento." Uscendo dall'Unione, l'Italia perderebbe la libertà di spostamento concessa dal Trattato di Schengen, che permette ai cittadini di 26 paesi europei di circolare liberamente all'interno dei vari stati senza controlli di frontiera.

"Ricordiamoci che abbiamo un gran numero di cittadini italiani che si spostano in altri paesi per lavorare e questo crea anche una situazione economicamente più sostenibile per il nostro paese, un gran numero di giovani si sposta in Gran Bretagna, Francia, Germania, perché in Italia non ha sbocchi professionali, quindi ci sarebbe da affrontare questo problema," aggiunge Poli.

Inoltre, com'è facile forse intuire e come anche sottolinea la ricercatrice, le esportazioni subirebbero un crollo. "Siamo un paese che esporta molto e se non avessimo accesso al mercato unico, questo avrebbe forti ripercussioni per la nostra economia."

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Infine, poiché uscire dall'Unione europea significherebbe molto probabilmente abbandonare anche l'unione monetaria, il ritorno alla lira sarebbe un disastro. "Avremmo una moneta molto debole, e con un debito pubblico molto alto, questo avrebbe conseguenze devastanti per la nostra economia." Questo anche alla luce del fatto che i mercati finanziari tenderebbero a non fidarsi delle istituzioni italiane, sostiene l'esperta, data il passato instabile dei nostri governi.

Il professor Mastroianni è categorico: "[L'uscita dell'Italia dall'UE] sarebbe un disastro da tutti i punti di vista, quindi non lo voglio nemmeno prendere in considerazione, sinceramente."

Poli è più cauta, dopo il risultato del referendum britannico: "Direi [che la possibilità] non è molto concreta, ma vedendo i trend e la radicalizzazione della politica, non voglio esprimermi, perché fino all'altro ieri sembrava impossibile l'uscita della Gran Bretagna e invece è successo."


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Foto via (Mick Baker)rooster/Flickr, rilasciata su licenza Creative Commons