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Giulio Regeni

La verità sulla morte di Giulio Regeni è sempre più lontana

Oggi il Ministro degli Esteri Gentiloni ha affermato che l'Italia “non si accontenterà di una verità di comodo.” Nel frattempo, le varie versioni fornite sull'omicidio di Regeni – e sui presunti assassini – appaiono sempre più divergenti tra loro.

di Leonardo Bianchi
08 febbraio 2016, 10:55am

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Lo scorso 4 febbraio, un giorno dopo il ritrovamento del cadavere di Giulio Regeni, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi aveva garantito al presidente del consiglio Matteo Renzi sarebbero state "svelate tutte le circostanze" della morte del ricercatore friulano.

Negli ultimi giorni, tuttavia, il ministero degli esteri Paolo Gentiloni ha ammesso che le indagini – seguite anche da un team di sette uomini di polizia, carabinieri e Interpol – non stanno portando a nulla di concreto.

"A quanto risulta dalle cose che ho sentito sia dall'ambasciata sia dagli investigatori italiani che stanno cominciando a lavorare con le autorità egiziane, siamo lontani dal dire che questi arresti abbiano risolto o chiarito cosa sia successo," ha dichiarato Gentiloni. "Credo che siamo lontani dalla verità."

L'autopsia – effettuata dall'equipe di medici legali coordinati da Vittorio Finischi nella notte tra sabato e domenica, dopo l'arrivo del corpo di Regeni a Fiumicino – ha confermato in parte i risultati del primo esame autoptico svolto in Egitto, in cui si era parlato di "chiari segni di percosse e torture."

Secondo quanto emerso, infatti, Giulio Regeni è morto per "la frattura di una vertebra cervicale causata da un violento colpo al collo." I medici hanno inoltre riscontrato "altre fratture evidenti sul corpo del ricercatore," e anche "evidenti contusioni" sulle "parti sporgenti del volto di Regeni." Nel corso dell'esame, tuttavia, non è stato possibile stabilire con certezza la data della morte, che potrebbe essersi verificata tra i tre e i cinque giorni dopo la scomparsa.

Nel frattempo, le varie versioni fornite sull'omicidio di Regeni – e sui presunti assassini – appaiono sempre più divergenti tra loro.

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Una prima ricostruzione della polizia egiziana aveva fantasiosamente ipotizzato un "incidente stradale," mentre la procura aveva subito parlato di "omicidio." Nella giornata di venerdì 5 febbraio, poi, le agenzie avevano dato la notizia di due persone arrestate nell'ambito delle indagini. Il giorno seguente, però, i due "sospettati" – verso cui non era stata formalizzata alcuna accusa, e di cui non si conosce alcun dettaglio – sono stati rilasciati.

L'ultima versione "ufficiale" confezionata dalla sicurezza egiziana, scrive Il Messaggero, "scavalca tutte le ricostruzioni" fatte finora. Secondo il quotidiano egiziano Al Ahram, infatti, "il ricercatore italiano la sera del 25 gennaio ha partecipato a una festa di compleanno in compagnia di un certo numero di amici, e le sue tracce si sono perse."

La circostanza, però, è palesamente falsa: la scomparsa di Regeni è stata denunciata in primo luogo proprio dalle persone – tra cui degli italiani – con le quali doveva trascorrere la serata. Questi amici, annota il Messaggero, ora "si sentono minacciati e a rischio," tanto che "le nostre autorità hanno consigliato loro di lasciare il paese: sono infatti i testimoni principali di una indagine che vorrebbe indirizzarsi verso ben altra soluzione, verso un comune atto criminale o chissà che altro."

In base a quanto trapelato su alcune testate, invece, gli investigatori italiani sembrerebbero convinti del coinvolgimento dell'apparato di sicurezza egiziano e dell'annesso movente "politico."

In un articolo dell'Huffington Post, il giornalista Andrea Purgatori – citando fonti di intelligence – scrive che i responsabili andrebbero individuati "negli ambienti più oscuri e violenti della polizia o politica o dei servizi segreti egiziani, il famigerato Mukhabarat."

Giulio Regeni, continua l'articolo, "sarebbe stato fermato il 25 gennaio in un luogo non precisato, insieme ad una quarantina di oppositori dell'attuale governo che si stavano preparando a manifestare in piazza Tahrir in occasione del quinto anniversario della rivolta." Da lì il ricercatore sarebbe stato trasferito in una caserma della polizia in una sede del Mukhabarat, e successivamente torturato per più di 24 ore.

Negli ambienti di governo egiziani, riporta inoltre Purgatori, sarebbe già iniziata a circolare una "voce tutta autodifensiva" – ossia che il delitto sia addirittura "una trappola organizzata da pezzi degli apparati di polizia o del Mukhabarat legati all'opposizione (i Fratelli musulmani) per sabotare le relazioni con l'Italia e in particolare il nostro ruolo nel negoziato tra Tripoli e Tobruk."

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Secondo un articolo di Repubblica pubblicato l'8 febbraio, Regeni sarebbere stato catturato poco dopo essere uscito di casa, probabilmente vittima di una retata. Le sevizie inflitte al ricercatore, a ogni modo, hanno il marchio "degli interrogatori che le polizie segrete riservano a coloro che vengono ritenuti 'spie', come nel caso di Giulio."

Agli occhi dello "squadrone della morte" che lo ha sequestrato, prosegue il pezzo a firma di Carlo Bonini e Giuliano Foschini, il ricercatore sarebbe stato dunque "colpevole" di "giocare troppe parti in commedia: ricercatore universitario, giornalista con pseudonimo per un 'quotidiano comunista' (il manifesto), militante politico per la causa delle opposizioni al regime."

Chi lo ha seviziato, dunque, "era convinto di poter ottenere informazioni" che Regeni "non poteva consegnare semplicemente perché non le aveva."

Nell'Egitto di al-Sisi, questi metodi di "interrogatorio" sono tristemente noti. Un amico egiziano del ricercatore egiziano, parlando con La Stampa, ha raccontato la sua esperienza personale – un'esperienza che probabilmente ha vissuto anche Regeni, con esiti più tragici.

"Sono venuti a prendermi a casa una sera verso le 19, hanno messo tutto sottosopra, hanno preso l'hard disk del pc, mi hanno bendato e legato le mani dietro la schiena e poi mi hanno caricato in macchina, un'auto grande, grigia," spiega il ragazzo.

"Non potevo guardare fuori dal finestrino ma ho riconosciuto la strada, stavamo andando alla borgata '6 Ottobre' e l'ho capito subito perché ho delle persone care che abitavano laggiù," continua. "E so bene dove si trova la 'prigione' in cui la 'sicurezza dello stato' interroga e tortura la gente."

"Temo che sia lo stesso posto," conclude l'amico di Regeni, "in cui, passando per qualche commissariato di Giza, è stato portato anche il mio amico, vostro connazionale, Giulio con esiti penosamente diversi dal mio, dai segni lasciati sul suo corpo riconosco una firma che mi è tristemente nota."

Mentre le indagini proseguono in un clima difficile e di scarsa collaborazione, proprio stamattina – in un'intervista a Repubblica – il ministro degli esteri Paolo Gentiloni è ritornato sul caso dichiarando che "non ci accontenteremo di verità presunte, come già abbiamo detto in occasione dei due arresti inizialmente collegati alla morte di Giulio Regeni."

"L'Italia pretende la verità e non accetterà versioni di comodo," ha poi ribadito Gentiloni. "Vogliamo che si individuino i reali responsabili, e che siano puniti in base alla legge."


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