Noisey

Abbiamo intervistato Giorgio Poi

E, visto che lui le foto non se le fa mai, gliene abbiamo scattata qualcuna noi.

di Diego De Angelis
07 luglio 2017, 8:36am

Foto di Valeria Dellisanti.

È difficile dire quanto ci sia di buono in Fa Niente. Non a livello musicale, che è arrangiato e suonato benone per essere creazione di un singolo individuo, ma è difficile dire quanto ci sia di buono a livello di testi e semantica. Perché, d'altronde, una cosa che parla di angeli da spiaggia, di madonne urbane e di acqua minerale rischia di essere fatta tanto per seguire l'onda. Quale onda? Lo sapete. Quella di un nuovo cantautorato fatto di cantilene pseudo elettroniche e flirt facili con un ascoltatore assuefatto a versi semplici quanto le frasi d'amore che potreste trovare sulla Smemoranda di un tredicenne del 2001. Potrei citare qualcosa, ma sono un paraculo ed evito.

Ho conosciuto Giorgio Poi in una giornata miracolosamente quasi fresca, in una Bologna bella da morire, quella del parco nei dintorni del Cavaticcio, proprio dove si era esibito qualche giorno prima. In realtà avevo già incrociato Giorgio qualche nottata prima, in un locale in centro. Lo vedo in compagnia di Calcutta e gli chiedo un'intervista proprio mentre se ne sta andando. Mi dice qualcosa del tipo "Sì, ma basta che si parli di musica", un po' preso male e con l'aria da preferirei di no. Non sapevo nulla della recensione che Noisey aveva fatto del disco, e leggendola ho ghignato perché, in effetti, l'album può sembrare una roba costruita un po' per gioco e un po' per furbizia.

È difficile dire quanto ci sia di sincero in Fa Niente. Ecco, ho conosciuto Poi, e ora posso dire che di sincero in Fa Niente c'è tutto. Giorgio, parlandoci, può sembrare uno di quelle migliaia di ragazzi italiani che se ne sono andati all'estero per fare il magazziniere o il cameriere. Che ha dovuto imparare la lingua del Paese che l'ha ospitato con fatica, un po' controvoglia, e che il fine settimana usciva tanto per ricordarsi di essere giovane. Ma forse forse avrebbe preferito starsene a casa.

giorgio poi intervista fa niente bologna 2017 valeria dellisanti

Con la differenza che in questo caso si parla di uno che invece di fare il magazziniere si è messo a suonare con una band chiamata Cairobi. E come tutti gli italiani che finiscono all'estero per amore, lavoro o passione alla fine si ritrovano a giocare con i ricordi e i posti perduti, o forse mai vissuti. Giorgio smette di cantare in inglese e fa una roba schietta in italiano. È un fraintendimento pensare che l'album sia circondato di esigenze retromaniache, anzi. C'è tanto presente vissuto e ascolti di roba recente in Fa Niente.

Ma a parlarci si capisce fin da subito che Poi è un tipo nostalgico, ma non nostalgico alla moda, non è un tizio da maglietta dei Duran Duran e citazione del tipo "Ti ricordi i tempi di Professione Vacanze con Jerry Calà". Non è una nostalgia alla Tommaso Paradiso, insomma. In Poi c'è una nostalgia difficile da inquadrare, è una roba del tipo che se ne sta sul dispiacere per i luoghi e le cose mai vissute. Negli anni ho creato una definizione tutta mia per sta cosa, la chiamo "La sindrome della finestra di notte". Vi capita mai di passeggiare da soli alle ore più buie, e mentre tornate verso casa vi ritrovate con la testa verso l'alto a guardare le finestre dei condomini? Magari è una sera d'estate, le finestre sono aperte e ne esce roba come musica, luci, risate. E fantasticate sulla vita dietro quella finestra e vi prende il magone. Per rubare l'idea ai Gomma, una sorta di Toska: nostalgia di qualcosa, senza sapere bene di cosa. Tutto questo fa stare Giorgio Poi più vicino a Ivan Graziani che a qualsiasi indie idol odierno.

Prima di cominciare con l'intervista discutiamo dei posti dove varrebbe la pena vivere, per starsene tranquilli sulla Terra. Entrambi concordiamo sul Portogallo. L'intervista, come vi dicevo, è stata fatta in un parco, e chi conosce bene la città sa che si è sommersi dal cicalio costante, manco fosse un film giapponese. Provate a immaginarvelo mentre leggete l'intervista: queste sono le cose che ci siamo dette.

giorgio poi intervista fa niente 2017 bologna valeria dellisanti

Togliamoci il dente da subito. Vorrei chiederti se hai cominciato a drogarti dopo la recensione di Noisey. Che forse non era una vera e propria recensione, ma una considerazione sul Giorgio Poi come artista e scrittore.
[Ride] Non sono contro la droga, ma sai che non l'ho mai coltivata la passione? Già gli attacchi di panico verso i diciotto anni mi fecero passare la voglia di farmi le canne. Un rapporto breve quello con la droga. Ma in compenso adesso calpesto la merda in giro per strada. Sai, quello che non capisco è che la recensione magari era anche positiva, ma mi si diceva cose personali che non avevano granché senso.

Vorresti dire qualcosa all'autore del pezzo?
Mi ha stupito il fatto che alla fine non si parlasse davvero del disco. Non ho mica fatto un blog sullo stile di vita.

Sai, l'Italia a livello musicale sta cambiando. Si fanno avanti nuovi gusti e stili musicali, e si impone anche qualcosa di diverso a livello semantico dei testi...
Per quanto mi riguarda diventa un cliché e anche limitante adattarsi. Il mio stile di scrittura è quello.

Partiamo dall'aspetto fisico dell'album. Mi parli della copertina?
E' una cartolina che ho comprato per cinquanta centesimi su eBay. Mi piaceva tantissimo l'immagine di questo ragazzino che balla con questa tipa e lui urla sguaiato. E poi è un misto di colori, ci sono decorazioni asiatiche, un signore con un cappello a pois. Mi piaceva l'idea di non riuscire a contestualizzare quel momento.

La foto sembra stata scattata all'incirca negli anni Ottanta.
Anche prima! Qualcosa come gli anni Sessanta. E ti dirò, non mi piaceva questa cosa di voler dare un'idea vintage. Era l'unica cosa che non mi piaceva della foto.

E dire che pensavo il contrario!
Non sono un grande fan di quell'immaginario, non sono un retromaniaco. Mi ha un po' annoiato, questa moda del vintage, preferisco le cose che sanno di nuovo.

Musicalmente l'album si percepisce il suo vivere nel presente. Ma spesso va a finire che nelle recensioni vieni avvicinato, per fascino e appeal, al passato. Ci sono molti paragoni a Ciampi, ma sinceramente non l'ho capita, vedo la sua scrittura così lontana dalla tua. È dissacrante e severo.
Sì, ma mi ci sento vicino, certo non umanamente. Ma vedi, lui [Ciampi, N.d.R.] ti racconta la sua storia tramite cose, oggetti, fatti, molto semplici. E' questo che mi piace, l'uso della quotidianità.

E invece mi sembra ci sia qualcosa di vicinissimo a Ivan Graziani. Un po' la voce, ma forse anche nei testi, con quella malinconia che c'è per le cose perdute, le persone, i viaggi.
Sì, me lo dicono spesso. Mi fa piacere sentirlo dire, anche se non è stata una vera ispirazione. Ho viaggiato poco, sai. Ho vissuto molto all'estero, ma alla fine dei conti ho viaggiato poco. Anche perché quando avevo tempo libero ne approfittavo per tornare dai miei amici.

Mi racconti di come hai registrato l'album? E' stata una produzione "casalinga", giusto?
Sì, come se fosse a casa, ma non lo era tutti gli effetti. Avevo preso in affitto un ex ufficio postale a Berlino Est. Un luogo tristissimo, una traversa di uno stradone che veniva utilizzato durante le parate della DDR. Nulla attorno, neanche un cazzo di bar. Dovevo portarmi da mangiare tutti i giorni.

giorgio poi intervista fa niente 2017 bologna valeria dellisanti

Pensavo fosse un progetto rilassato, una roba parallela e secondaria rispetto al tuo standard, i Cairobi.
No! In realtà gli album sono usciti assieme, è vero, ma quello dei Cairobi è stato registrato prima. Fa Niente è stato un lavoro intensivo, comunque giornaliero.

Hai suonato tutti gli strumenti, mi ha colpito la sezione ritmica. E dire che la tua formazione è da chitarrista.
Sì, a dirla tutta suonare la chitarra mi ha un po' annoiato. Infatti nell'album non ha un gran rilievo, rispetto al basso e alla batteria che sono le cose si muovono di più sul disco. Mi sono divertito di più a suonare gli strumenti per me secondari, a cercare soluzioni un po' diverse.

L'album vive di questa fascinazione nei confronti del mare. Al tempo stesso mi sa di una roba registrata, come mi hai confermato, in una città inflitta dalla modernità o dal grigiore. Questo distacco e le invenzioni sui luoghi mi hanno fatto pensare a quella cosa che fece Kafka con America, ovvero scrivere di un luogo che non ha mai vissuto. Il tuo disco vive di alterità nei confronti del mare e di quei luoghi.
Sì, diciamo che ho vissuto poco in quelle ambientazioni, proprio come il mare. Ho sempre vissuto in luoghi dove l'estate dura una settimana. Ogni volta che scendevo in Italia, in questi anni, mi sentivo catapultato in una realtà parallela dove esistono le stagioni [ride]. Colori e cose che non avrei vissuto. Sì, da qui nasce la fascinazione che mi dicevi.

Ne "Le foto non le fai mai" dici "Sento un angelo afferrare dalla tasca un cellulare", la Madonna è presente in "Tubature", anche nel video. Ma sei un credente? O fai tipo Nick Cave che usa la religioni per questioni iconiche?
No, non sono credente, ma ho avuto un'educazione religiosa. Sarà rimasto qualcosa, in senso estetico. Poi in "Le foto" mi rubano il cellulare. L'angelo è il ladro, che mi fa un favore praticamente, così non posso più fare le foto.

Ah! Quindi questo angelo ti libera da una condizione, da una sorta di dipendenza ai social.
No! La canzone è tratta da una cosa vera, cioè che io non faccio mai le foto. E la mia ragazza mi accusa spesso di 'sta cosa. Dover prendere il cellulare, inserire il codice, aprire l'applicazione... Non fa per me.

E dire che saresti pieno di follower su Instagram!
Ce l'ho, ma non lo uso mai!

A questo punto il video di "Acqua Minerale" fa sorridere, perché ci sei tu che ti riprendi in modalità selfie per tutto il video.
Lì sono stato costretto! (ride) Il risultato finale mi è piaciuto, ma è stata un'ansia per me fare quel video, perché il processo, doversi riprendere mentre fai cose, insomma, non fa proprio parte di me.

Per un'oretta buona ho cercato di capire l'intro di chitarra de "Le foto non le fai mai". Mi ricordava troppo un pezzo che ho ascoltato tante volte in passato. Per caso è "Schizophrenia" dei Sonic Youth?
Sì, allora, c'è questa cosa dei Sonic Youth...

Inizialmente pensavo alle atmosfere e all'intro di Daydream Nation, "Teenage Riot".
Esatto, pensavo a quella soprattutto! Sai che sei la prima persona che me la coglie? O almeno che me lo dice.

E invece "Doppio Nodo" è britpop.
Mh, in realtà è meno sfacciata la cosa da parte mia, meno voluta.

Blur o Oasis?
I Blur li preferisco.

Capisco, ma gli Oasis sono più da gruppo della vita.
Vero, ma di Damon Albarn ho amato l'intero percorso da musicista, anche dopo i Blur.

Mi ricordo di un'intervista piuttosto recente con Francesco Locane su Radio Maps. Si parlava delle dissonanze e degli accordi aperti dell'album, mi piacerebbe parlare della tua formazione come jazzista. Anzi, chiederti se esiste il jazz nell'album.
Non esiste. Cioè, è dentro di me, è una cosa che ho studiato e suonato per anni, ma ora faccio altro. Non lo suono da tanto, l'ultima volta è stato al mio esame al conservatorio londinese. Adoro Coltrane, A Love Supreme, "My Favorite Thing" è il pezzo della vita.

Ti pensavo amante dell'ultimo Miles Davis.
Anche, ma Coltrane ti prende e ti porta dove cazzo vuole lui.

giorgio poi intervista fa niente 2017 bologna valeria dellisanti

Ci sono altre arti che ti influenzano?
Negli ultimi anni ho più letto che ascoltato musica. Soprattutto letteratura italiana. Una delle mie letture preferite è Ennio Flaiano, in particolare Tempo di Uccidere.

Mai letto Tondelli?
No, quello mi manca.

Potrebbe piacerti. Ma senti, ti offendi se ti dico che il tuo album lo ascolterei per andare a dormire?
No, anzi, è un bellissimo commento per quanto mi riguarda!

Poi sei in buona compagnia, ascolto Bonnie Prince Billy per addormentarmi. Oppure Pet Sounds. Esiste un metodo preciso per fare "album per addormentarsi"?
Non penso, non credo. Cos'è che rende un album adatto al momento in cui ti stai addormentando, o che riesca a subliminare quel momento? Non saprei definirlo, è qualcosa che galleggia... Sai, Pet Sounds è perfetto. E' l'album perfetto per tutto, in effetti.

Il tuo è un album generazionale? E' una roba che hai fatto per i ventenni, o per i tuoi coetanei? O è qualcosa che vuole starsene nel passato? TI hanno messo affianco a Calcutta, Motta, e via così.
Non ci ho mai pensato, l'ho fatto e basta. Poi ovvio che mi affianchino a loro, mica mi possono mettere con i cantautori giapponesi! Certo, il mio non è un disco che può essere trasmesso su Radio Deejay. Poi artisti come Calcutta e Thegiornalisti hanno un suono molto vicino e fatto per la radio.

E' un percorso che vorresti fare? Finire nel nazionalpopolare.
Sai, non escludo niente, ma per il semplice fatto che mi sta sul cazzo fare quello che si vuole allontanare, essere classista. Deve piacermi quello che scrivo e suono, mi basta quello.

L'album si conclude con "Fa Niente", che è un pezzo strumentale che a me sa non di conclusione, ma di apertura ad un nuovo capitolo.
Davvero? A me sa di stacchetto finale. Però sì, la verità è che sto scrivendo nuove canzoni. E no, ovviamente non posso darti anticipazioni e cose del genere [ride].

Che palle, mi è già successo anche con Asia Ghergo qualche mese fa.
Ma sai che ho scoperto solo pochi giorni fa di Cambogia?

Secondo me è non è stata tutta stan gran cosa. Quei ragazzi hanno dimostrato di essere stati bravi a fare videoclip e un po' di storytelling, ma per il resto il progetto Cambogia non aveva fatto tutte ste views e hype.
Ma si, i pezzi non erano il massimo, hanno scopiazzato un po' da Calcutta. O roba simile. Il discorso è che è questa cosa esiste, a dispetto di quanto si dica. Hanno fatto delle canzoni. Poi non è lui, ok, ma ci sono delle canzoni, qualcuno le ha scritte e suonate, possono piacere e non piacere. Penso sia interessante, se il progetto avesse funzionato di più a livello di hype magari sarebbe andata diversamente.

Il maestro rimarrà pur sempre Contessa con I Cani.
Ma sai, quella però è una roba diversa, basata sull'anonimato, sul non sai chi sono. Liberato è più una roba del genere.

Come mai ti sei spostato a Bologna?
Volevo tornare in Italia, sono di Roma. Ma Roma per me è invivibile, è troppo. E poi è sempre vissuto in grandi città, stavolta volevo qualcosa di più piccolo, di un posto che puoi attraversare a piedi. Mi piace tanto questa città.

Tutte le foto sono di Valeria Dellisanti.

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