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'Dobbiamo essere come la mafia' – Sulla presunta banda di carabinieri corrotti in Lunigiana

Secondo l'accusa, alcuni militari di Aulla avrebbero fatto ricorso a "violenze sistematiche e metodiche" su cittadini stranieri e italiani per mantenere il controllo sul territorio.

di Leonardo Bianchi
29 giugno 2017, 11:09am

Il carabiniere ritratto non ha nulla a che fare con l'inchiesta. Foto via Flickr/Bruce Turner

Ogni tanto i parlamentari italiani, nell'esercizio della loro attivitità, fanno delle interrogazioni davvero bizzarre. Negli ultimi anni ne abbiamo viste parecchie: scie chimiche, poliziotti che nelle fiction che si fanno una canna, e così via. L'ultima, in ordine cronologico, si inserisce nel filone "abbigliamento poco consono dei magistrati"—inaugurato qualche anno fa dai calzini turchesi del giudice Mesiano.

A presentarla il 25 giugno 2017 è stato Lucio Barani, capogruppo di ALA in Senato e meglio conosciuto come "l'ultimo senatore craxiano." Secondo lui, il procuratore Aldo Giubilaro avrebbe tenuto un comportamento "scorretto" nel corso di una conferenza stampa ad Aulla—paese in provincia di Massa-Carrara, nella Lunigiana, noto per la presenza di una statua dedicata a Bettino Craxi.

Il motivo? Non avrebbe indossato i calzini. Di più, avrebbe tenuto un "atteggiamento sornione di soddisfazione" nel comunicare le misure cautelari nei confronti di otto carabinieri.

La vicenda in oggetto, infatti, è decisamente più seria di questa assurda interrogazione. Si tratta di una specie di Corruzione di Don Winslow in salsa provinciale, ma con elementi sovrapponibili al romanzo: un gruppo di agenti che, stando alle accuse, si comportava come una vera e proprio banda e non esitava a ricorrere alla violenza per mantenere il controllo sul territorio.

Le prime notizie sull'indagine—partita un anno fa a seguito della denuncia di un cittadino—sono filtrate all'inizio dello scorso marzo, quando i carabinieri hanno effettuato perquisizioni domiciliari e sequestri in alcune abitazioni dei loro colleghi, nelle auto di servizio e nelle caserme di Pontremoli e Aulla. I reati contestati in un primo momento andavano dall'abuso d'ufficio alle lesioni personali.

Una parte della popolazione di Aulla si era subito schierata dalla parte dei carabinieri—non quelli che indagavano, ma gli indagati. Su Facebook, ad esempio, era spuntato fuori un evento chiamato "Manifestazione pacifica e silenziosa, senza colori di appartenenza, simboli e bandiere, a sostegno dell'Arma dei Carabinieri e di tutte le Forze dell'ordine chiamate a difendere quotidianamente la vita dei cittadini." Dentro, si potevano trovare foto con il copricapo tipico dell'Arma e il seguente slogan: "Loro per noi ci sono sempre...ci saremo noi per loro? E se le regole sono queste...indagate anche me." Anche il PD locale aveva espresso solidarietà nei confronti dei militari, che "quotidianamente e da sempre costituiscono un punto di riferimento per la cittadinanza."

La manifestazione si è poi tenuta l'11 marzo, di fronte al municipio di Aulla. Si erano presentate più di cento persone, incluso il sindaco del paese e gli amministratori dei paesi vicini. Su uno dei volantini distribuiti era scritto: "La Procura sta mal interpretando la realtà della strada, penalizzando l'esecuzione della nostra sicurezza. Conosciamo bene quei ragazzi in divisa e conosciamo anche coloro che li hanno accusati: sono quelli da cui ci proteggevano." Il presidio era terminato con un lungo applauso e il grido "Viva i nostri carabinieri!"

A un mese di distanza, il 14 giugno 2017, il gip ha spiccato quattro ordinanze di custodia cautelare nei confronti di un brigadiere (che è stato portato in carcere) e tre sottoufficiali, e quattro divieti di dimora per altrettanti sottoufficiali. A finire sotto indagine sono state 27 persone, per un totale di 136 capi d'imputazione avvenuti nel corso di 108 episodi di abusi e violenze "sistematiche e metodiche."

Tra i vari addebiti mossi dalla procura, per citare un articolo di Repubblica, ci sono: "L'uso di mazza telescopica di acciaio. [...] Verbali falsificati. Droga sequestrata che scompare. Stranieri che si presentavano alla stazione anche solo per fare un documento e venivano malmenati. [...] Un giovane cittadino marocchino, fermato per spaccio, non sarebbe stato soltanto malmenato, tanto da finire poi in ospedale, ma anche umiliato con una ispezione corporale per la quale è stata contestata agli indagati una violenza sessuale." Un collega avrebbe commentato così gli arresti: "Era un mondo a parte. Sicuramente è mancato il controllo."

"I negri sono degli idioti, sono delle scimmie," avrebbe detto un militare in una conversazione intercettata. "Profugo? Io ti do una randellata nel muso se non stai zitto." E ancora: "Lo abbiamo preso, lo saccagnavamo di botte perché non voleva entrare in macchina... quante gliene abbiamo date." Non mancano nemmeno riferimenti nostalgici a politici del passato: "Come siamo caduti in basso! Questa [ riferendosi a Alessandra Mussolini] dice: 'Tagliate i capelli al negro clandestino' [ in realtà è Bello Figo]. Il nonno tutte saponette ha fatto. Cioè, vuoi mettere la differenza proprio di utilità di sta gente? Ha capito tutto tuo nonno, te non capisci un cazzo."

In un caso, sempre in base alle intercettazioni, uno dei carabinieri avrebbe infilato una pistola in bocca a un "negro che è scappato", chiosando con la frase: "Se devo andare in galera ci vado per qualcosa." In un'altra occasione, due militari si sarebbero impossessati di "cd-dvd dal contenuto musicale e pornografico" e addirittura "un cazzo di gomma così" sequestrati a un ambulante marocchino. Se trovavano auto con il contrassegno dell'assicurazione scaduto, inoltre, bucavano le gomme per punizione; questa sorta è toccata anche a una sarta "colpevole di fare prezzi troppo alti." Agli indagati sono stati sequestrati anche alcuni taser—che non sono in dotazione—con cui "ogni tanto damo una scaricatella a qualcuno." In un'altra conversazione, uno dei carabinieri invita un collega a una sorta di patto di omertà: "Da questa caserma non deve uscire niente, dobbiamo essere come la mafia."

I militari, inoltre, sembravano avere un concezione del loro ruolo simile a quella di Vic Mackey, il protagonista della serie tv The Shield: quella di solerti giustizieri con le mani legate dalla legge e dalla burocrazia. "Se i nostri vertici volessero veramente che smettono con i furti… ci danno carta bianca," dichiara uno di loro. "Tu nel giro di un mese debelli il 90% dei delinquenti. [...] Tutti i marocchini che ci stanno qua, che spacciano, che cosano… li prendi una volta al giorno, li carichi in macchina… tutti i giorni e li gonfi di botte. Gli devasti la casa, gli devasti tutto quello che c'ha. Un po' di sana violenza, vedi che nel giro di un mese già le cose son cambiate da così a così."

Non a caso, nell'ordinanza il gip ha sottolinea come "l'imponente mole di elementi indiziari ne dimostra un impressionante abituale ricorso alla violenza"; un carabiniere, in particolare, è descritto come non in grado di "svolgere la sua attività senza commettere numerosi e frequenti delitti. E soprattutto, quando si trova a interagire con extracomunitari o con persone socialmente emarginate, è privo di qualsiasi capacità di autocontrollo."

Il procuratore Giubilaro—proprio nel corso della conferenza stampa che è divenuta oggetto dell'interrogazione di Barani—ha ribadito che "illegalità e abusi erano quasi la normalità," aggiungendo che "le misure prese sono dolorose, ma nessuno deve considerarsi al di fuori e al di sopra delle leggi dello Stato."

Non sorprendentemente, la seconda tornata di provvedimenti giudiziari ha gettato Aulla nello sconforto—anche perché a essere messa sotto indagine è stata l'intera caserma dei carabinieri. Un aspetto davvero peculiare dell'intera vicenda è che il neo-sindaco di Aulla—Roberto Vallettini, eletto il 12 giugno con una lista di centrosinistra—è l'avvocato di alcuni dei militari indagati. "Io conosco i carabinieri sotto accusa e mi sento di escludere i pestaggi," ha riferito, "Non credo che gli eventuali abusi fossero un sistema. Rispetto il lavoro della magistratura inquirente, però io faccio il lavoro della difesa. E come cittadino rimangono perplesso."

Per una strana coincidenza, gli arresti sono avvenuti quasi in contemporanea con la presentazione della docufiction Storie in divisa, che va in onda su Canale 5 ed è stato descritto come "il primo tentativo di documentare in presa diretta il lavoro di chi assicura il servizio della polizia." Al lancio era presente anche il generale dell'Arma, Tullio Del Sette, che ha sottolineato come "sia necessario avvicinarsi all'opinione pubblica attraverso i mezzi di comunicazione, dando forza a quel fondamentale legame di fiducia tra carabinieri e cittadini."

Qualcosa, però, mi dice che storie come quelle in Lunigiana—che dovranno comunque essere provate in un eventuale processo—non depongano esattamente a favore di questo legame di fiducia.

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