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10 domande a...

10 domande che hai sempre voluto fare a una persona che è stata in coma

"Non avevo assolutamente idea di cosa mi fosse successo o del perché ero in ospedale."

di Tom Usher
07 dicembre 2017, 5:30am

Lauren. Foto per gentile concessione dell'intervistata.

Immagina che un giorno, completamente dal niente, cominci a sentirti fuori fase. All'inizio non è niente di troppo intenso, ma è comunque abbastanza per spaventarti. Passano i giorni e non va via, e poi peggiora, finché alla fine ti ritrovi su un letto d'ospedale con un medico che ti dice che devono metterti in coma farmacologico per un tempo indefinito per darti anche solo una possibilità di sopravvivere.

Sembra un incubo, e invece è quello che è successo a Lauren Baton Williams, 28 anni, che—più o meno in questo stesso periodo l'anno scorso—è stata colpita da miocardite fulminante, una patologia cardiaca che consiste sostanzialmente in un'infiammazione del cuore causata in molti casi da infezioni di natura virale e malattie autoimmuni. Lauren è stata messa in coma farmacologico per quasi tre settimane, durante le quali ha avuto un arresto cardiaco che le ha fermato il cuore per 30 minuti interi. Contro ogni probabilità—e intendo che le probabilità di sopravvivenza erano realmente dello 0,1 percento—è ancora viva.

Le ho chiesto com'è stato essere in coma e così prossima alla morte.

VICE: Ti ricordi com'è stato finire in coma?
Lauren Banton Williams: L'ultima cosa che ricordo prima di perdere coscienza è che mi hanno detto che mi avrebbero indotto il coma, ma non sapevano per quanto tempo mi avrebbero tenuta così. Pensavano circa due settimane. Ero molto infelice perché mancavano pochi giorni al mio compleanno e avevo organizzato tutto! Quando mi sono resa conto che non sarei sicuramente stata in piedi per il mio compleanno ho iniziato a preoccuparmi di Natale—ce l'avrei fatta per Natale? I dottori mi hanno detto che non avevano certezze, se non una: che essere in coma era la mia unica possibilità di sopravvivere. Ho cominciato a spiegare freneticamente che volevo davvero continuare a vivere. Una delle ultime cose che ho fatto prima di addormentarmi è stata guardarmi il petto e dire, "Dai piccolo cuore, ce la puoi fare." A quel punto sapevo che c'era la possibilità che non mi svegliassi mai più, ma non potevo smettere di sperare del tutto.

Hai avuto coscienza del periodo che hai passato in coma?
Stare in coma è stato un po' come dormire per settimane—non ho ricordi di essere stata consapevole di nulla che mi accadesse, o delle cose che dicevano le persone intorno a me. Mi hanno detto che a un certo punto, quando ho alzato una mano per portarmela alla bocca, dove avevo il tubicino dell'ossigeno, l'infermiere mi ha detto di rimettere giù la mano lungo il fianco e io l'ho fatto, quindi qualcosa forse mi arrivava.

Quindi non ricordi sogni o altre cose, memorie, di quando eri in coma?
Ho delle memorie, ma quando dico "memorie" non sono sicura se fossero sogni o che altro. La cosa che ricordo meglio è quando ho sognato che mi avevano rimesso insieme, ma le parti del mio corpo erano fatte di legno. Stavo aspettando in una specie di ingranaggio insieme ad altri corpi che fosse il mio turno di andarmene, e l'uscita avveniva attraverso una specie di artiglio meccanico che si apriva periodicamente, ma di poco, e i corpi venivano spinti dentro e cadevano in una specie di campo fangoso...

Sei mai stata consapevole di essere a un passo dalla morte?
L'arresto cardiaco è avvenuto meno di un'ora dopo che mi avevano addormentato, e mia madre è stata la prima ad accorgersi che ero diventata freddissima, dato che mi teneva per mano. Ha chiamato l'infermiera qualche secondo prima che le macchine segnalassero il problema. Io non avevo nessuna idea di cosa stesse succedendo.

Com'è stato quando ti sei svegliata?
I primi ricordi appartengono a qualche giorno dopo essere stata svegliata: sono io che do la mano ai miei fratelli, visto che non riuscivo a parlare perché non avevo voce—l'intubazione aveva fatto parecchi danni. Ricordo di aver sentito un movimento, come essere in barca. Non avevo assolutamente idea di cosa mi fosse successo o del motivo per cui ero in ospedale, ma ricordo di essermi sentita sollevata nel vedere i volti delle persone che amavo—e ricordo che mi sono venute le lacrime agli occhi.

Come hai fatto a rimetterti in pari con tutto quello che era successo nel mentre?
Ricordo di essere rimasta molto sorpresa quando mi hanno detto che giorno era. Non ho contattato i miei amici per un paio di settimane dopo essermi svegliata, non ho nemmeno guardato il telefono, perché mi sembrava di gestire meglio la situazione non contestualizzandola all'interno della mia vita precedente; sapere che intanto i miei amici si stavano vivendo la situazione tranquillamente mi faceva solo sentire peggio.

Quale luogo comune sul coma è assolutamente sbagliato, per la tua esperienza?
Penso che la cosa più sbagliata che pensiamo sia che una persona in coma possa sentire o avere dei sentori delle cose che succedono intorno a lei. Forse a livello subconscio puoi avere delle sensazioni, ma in generale sei completamente disconnesso. Penso anche che sia importante ricordarsi che per i medici è difficile portare una persona fuori dal coma nel momento in cui vogliono farlo; spesso ci vogliono svariati tentativi, e può essere un percorso lungo e stressante per tutti quelli coinvolti.

Hai dovuto cambiare radicalmente le tue abitudini, dopo il coma?
Non tanto per il coma, quanto per il fatto che c'è qualcosa di molto sbagliato nel mio cuore—comunque sì, ho cambiato abitudini in molti sensi. Non saprei dire se era una cosa che dovevo fare o se sia stata una conseguenza del vedere la morte in faccia, ma ho un forte desiderio di prendermi cura di me stessa—una specie di presa di coscienza che la vita è preziosa e che non voglio sprecarla. Insomma, non sono più la festaiola di prima! Mi piace andare a letto presto e svegliarmi presto, non ho più quell'attitudine nichilista.

Come è cambiata la tua visione della vita e della morte, con il coma?
Penso alla vita e alla morte molto più di prima. So che sembrerà un cliché, ma non posso farci niente: la morte è parte della vita, e ci sono dovuta arrivare così vicino per rendermene conto. Mi pare di aver più rispetto della vita, ora. Ho dovuto lottare per tenermi la mia, e ci sono stati giorni in cui stavo malissimo per il dolore o per gli effetti collaterali degli oppiacei. È un'esperienza spaventosa, in cui sei solissimo, e non la auguro a nessuno.

Le tue priorità sono cambiate, da quando ti hanno dimesso?
Dopo quell'esperienza i miei valori e le mie priorità mi sono molto più chiare. È difficile spiegarlo, ma mi pare di sapere finalmente cosa mi importa davvero. La mia famiglia è sempre stata importante per me, ma ora lo è in modo diverso—la metto davanti a tutto. Mi sembra anche che loro abbiano molto più chiaro di tutti gli altri cosa abbia significato quest'esperienza per me. Ne hanno vissuto le conseguenze più di tutti, quindi mi sembra che in qualche modo sia più facile relazionarmi con loro. La cosa che mi interessa di più è essere circondata da persone che ho a cuore e, dall'altra parte, essere felice e in salute. È esattamente quello che volevo anche prima, solo che ora non ho bisogno di tutti quegli "extra".

Grazie, Lauren.

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