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Il vero reggae italiano non l’hanno fatto gli artisti reggae

In Italia il reggae non è solo degli artisti tutti centri sociali, cannoni e Giamaica: quello più interessante viene da gente tipo Vasco Rossi, Lucio Dalla, Loredana Bertè e Pop X.

di Demented Burrocacao
04 settembre 2019, 11:03am

Pop X, artwork dell'album via Bomba Dischi; Alborosie, foto promozionale; Vasco Rossi, foto d'epoca

Siamo oramai nel pieno dell'estate, calda in un modo quasi inquietante che non presagisce nulla di buono per il futuro. Mentre l’Amazzonia arde è necessaria la giusta colonna sonora, quel singolo che ti ronza in testa dalla mattina alla sera, ti fa dimenticare lo schifo, ti rinfresca anche quando sei chiuso in casa a 40 gradi e che poi diventa un grande classico quando si tratta di tuffarsi tra i marosi di tutte le ere cercando speranza.

Ecco, non trovate che quest’anno ci sia il vuoto totale? Ci saranno pure i tormentoni, ma sono tutti uguali: avevo dato una possibilità a "Calipso" di Charlie Charles e compagnia bella, almeno per il testo che aveva una certa profondità e autocritica, ma per quanto fresco, a un certo punto quasi cita musicalmente “A far l’amore comincia tu” della Carrà. E mi sale la nostalgia per il periodo in cui in Italia si provavano a fare pezzi estivi. Per esempio con sonorità reggae, che già da sole evocavano spiagge rinfrancanti ma anche a portata di poveraccio.

Intendiamoci, nulla a che fare con il reggaeton commerciale che si sente ora, tutto fumo e niente arrosto: l'ultima di J-Ax, per esempio, è il clone del clone del clone, nonostante lui provi in tutti i modi a scrivere dei testi quasi impegnati. Ma in effetti che fine ha fatto il vero spirito reggae nel pop italiano? C’è un disco che risponde a questa domanda, ed è Notihng Hill di Pop X.

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La copertina di Notihng Hill dei Pop X, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Il nostro è senza dubbio un genietto del male quando si tratta di rielaborare codici: il disco è un delirio, come al solito, ma un delirio che porta l’idea del reggae in italiano in una specie di Second Life dove un Antonio Di Pietro rimasto intrappolato lì dentro dal suo avatar si fa crescere i dread e si mette a ballare. Insomma, plasticoso e digitale quanto basta per sostituire il desiderio di bagnasciuga con frequentazioni di supermercati al solo scopo di refrigerarsi con l’aria condizionata.

D’altronde in Italia, dove la cultura è lontana anni luce da quella giamaicana, il pop ha sempre provato a trovare una via originale al reggae, proprio come cerca di fare Pop X: se solo negli anni Novanta è partita la “specializzazione”, con i vari Africa Unite, Pitura Freska e Radici nel Cemento, nel decennio precedente le nostre popstar ci andavano coi piedi di piombo. Riuscivano però a fare centro, proprio perché dosavano bene gli interventi cercando di evitare lo scimmiottamento tipico di quando un genere non lo vivi. Vediamo quindi chi sono alcuni dei protagonisti della musica leggera italiana che hanno fatto opera di divulgazione nella penisola di una musica che sembrava quasi aliena, in maniera ovviamente bizzarra.

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La copertina di Bandabertè di Loredana Bertè, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Cominciamo dal principio: leggenda vuole che il primo brano reggae in assoluto in Italia sia arrivato nel 1979 grazie a Loredana Bertè con la sua celeberrima "... E la luna bussò", brano che conoscono anche i sassi. Durante un viaggio in Giamaica la Bertè finisce non si sa come ad un concerto di Bob Marley, ancora abbastanza sconosciuto ma prossimo al botto in tutto il globo terracqueo. La nostra eroina torna in Italia e con Lavezzi, Avogadro e Pace confeziona questo gioiellino di poesia / favola suburbana di stampo marxista, contenuto in un disco storico come Bandabertè.

Ora, rimane poco chiaro come mai la critica abbia detto una cosa simile in maniera quasi unanime: nella realtà dei fatti il reggae in Italia arriva molto prima. Innanzitutto va dato a Rino Gaetano ciò che è suo, visto che nel 1978 "Nuntereggae più" già dal titolo preannuncia sonorità di un certo tipo, sostenute da un testo di denuncia che è perfettamente in linea con il genere. Probabilmente però il primo ad osare davvero in un territorio “Italian reggae” inedito e coraggioso è proprio Lucio Battisti con "Prendi fra le mani la testa", del 1973. Il brano ha senza alcun dubbio un tiro Jamaican style, potenziato con un atteggiamento afrofunk assolutamente inedito nella nostra penisola. Tant’è che la stessa Bertè ne farà una cover "à la Marley” proprio in Bandabertè, in qualche modo incoronandolo come precursore assoluto.

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La copertina di Nuntereggae più di Rino Gaetano, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

C’è da dire che nel 1977 un altro Lucio spopolerà con un brano innovativo effettivamente reggae, anche se in Italia non si sapeva ancora dargli un'etichetta: stiamo parlando di Dalla e del suo "Disperato Erotico Stomp". Anche a livello testuale il brano metteva al centro erotismo sfacciato, parole volgari, la slackness—elementi che nel reggae classico sono all'ordine del giorno e che per l’audience italiana arrivarono invece nelle radio come un fulmine a ciel sereno.

Insomma, la questione della paternità del reggae in Italia è una faccenda ancora aperta, forse di lana caprina, e molto legata alla fattura degli arrangiamenti e al “lifestyle” più che alla sostanza in sé. Di sicuro nel 1979 è avvenuto il pieno sdoganamento di queste sonorità caraibiche, tanto che ci sono anche timidi tentativi di Finardi di saltare sul carro con la sua esplicita "Legalizzatela", l'Enzo Carella pericolosamente vicino al levare di "Malamore" e i Pooh che incidono una versione inglese di "Pronto buongiorno e la sveglia” per il disco che avrebbe dovuto lanciarli negli USA, ovvero Hurricane.

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La copertina di Hurricane dei Pooh, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

In questo caso la timidezza non esiste: "Ready, Get Up and Good Morning" presenta un arrangiamento certosino che poi riproporranno solo un'altra volta per "Tropico del Nord", contenuto nell'omonimo disco: chissà cosa avrebbero potuto regalarci se avessero insistito. Confessarono anche che nel periodo si fecero un megaspino su un palco canadese, finendo a ridere come cretini suonando improvvisamente ognuno quello che cavolo gli pareva.

Ma oramai il reggae sta per diventare la nuova moda globale: Marley suona a San Siro nel 1980 e da quel momento in Italia c’è la corsa per stare sul pezzo. Complice anche il successo del reggae bianco dei Police, ecco Vasco Rossi cimentarsi col genere in "Voglio andare al mare", che oltre ad essere un microplagio dei Police stessi sostiene un testo “di evasione” che ben ricorda dune popolate da giamaicani tutti cannoni e belle donne. Il Blasco bissa poi la faccenda nel 1982 con "Vado al Massimo". Nella zona '81 anche il Fossati di "Panama", che nella sua tematica clandestina è un'altro pezzo importante nel puzzle dello sdoganamento dei colori verdegiallorossi con il suo esplicito verso su "l'erba da fumare".

Mentre Camerini e la Rettore sembrano più interessati allo ska punk (o forse sarebbe meglio dire speed reggae) con le famose "Ska-tenati" e "Donatella", il loro compagno di parrucchiere Enrico Ruggeri nel 1981 scrive "Una fine isterica" (con la sua versione "lover" col testo cambiato, "Un amore isterico") dedicata al clamoroso scioglimento dei Decibel, un reggae che poi diventa post-punk nel giro di poche battute. Nel 1983 nel disco Polvere utilizzerà ancora un reggae glaciale per il brano "Salviamo Milano": non è ancora chiaro se se la prenda con gli infiltrati camorristi al nord o con i meridionali nel loro totale (cosa che gli ha attirato accuse di proto-leghismo) ma il brano nel suo controsenso funziona.

Nel 1982 ecco invece Edoardo Bennato alzare l’asticella con "Nisida", un 45 giri che non si aspettava nessuno, in quanto i fan dello zoccolo duro attendevano un nuovo album dopo la doppietta Uffà Uffà / Sono solo canzonette del 1980. Il brano è un reggae tostissimo nato dalle scorribande di Bennato e Tony Esposito in Giamaica, probabilmente (a giudicare da questo video) in compagnia di buon fumo e liquori autoctoni all'altezza delle aspettative.

Ebbene Nisida, a tutti gli effetti un'isola che fa parte di Bagnoli, a Napoli, viene dipinta nella canzone come un luogo paradisiaco – se non fosse per le industrie siderurgiche che ci scaricano dentro e per la NATO che la rende inaccessibile (per non parlare del carcere minorile tornato a far parlare di sé di recente per le teorie complottiste su Liberato). Sempre usato per una canzone di denuncia e apertamente anarchica, il reggae fa capolino nel 1983 nel disco concept È arrivato un bastimento. "Eccoli i prestigiatori" sembra scritta oggi nel denunciare le malefatte e la farsa delle democrazie occidentali moderne.

bennato è arrivato un bastimento
La copertina di È arrivato un bastimento di Edoardo Bennato, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Nello stesso anno di "Nisida", nell'album 'Nu jeans e 'na maglietta, Nino D’Angelo vorrebbe inserire un pezzo, "'O spinello", che tratta del problema della droga a Napoli come unica alternativa all'ingiustizia sociale: per la tematica forte il brano non verrà accettato dalla casa discografica ma Nino la canterà tranquillamente durante il tour: è un brano micidiale, un reggae dal tiro muscolare che non avrebbe fatto cattiva figura in un disco d'oltreoceano.

Nel frattempo, nel 1981 si formavano gli Africa Unite: mentre loro cercavano ancora di accordare gli strumenti, i Cugini di Campagna nel 1982 sfornavano "Gomma", un autentico pezzone reggae dall’arrangiamento roccioso e un testo che colpisce politici corrotti e malcostumi polizieschi, poi inserito nel disco omonimo, il più estremo di tutta la loro discografia. Nel 1983 saranno invece i Matia Bazar ad ottenere lo scettro per il miglior pezzo reggae italiano: "Il video sono io" è infatti non solo reggae, ma un reggae elettronico mai sentito prima in Italia, e che resterà un esempio unico o quasi per molto tempo a venire.

Nello stesso anno, Teresa de Sio diventa un'altra icona del reggae napoletano, ad esempio con “Oggi o dimane” contenuto nel vendutissimo Tre (nonché alcune chicche su Africana, un disco che dovrebbe essere approfondito su queste pagine). Il 1983 è anche l'anno in cui Venditti si cimenta col genere nel pezzo “Circo Massimo”, presente nel disco live dallo stesso nome: anche se si tratta di un esercizio di stile pericolosamente vicino ad un altro pezzo italian reggae dell'81 come l'irresistibile “Movin' Cruisin'" dei fratelli La Bionda aka Fantastic Oceans, è il prodromo per l'inno alla cultura rasta, tutto in levare, di “Piero e Cinzia”, che uscirà nel bestseller Cuore del 1984 diventando la seconda canzone più celebre di quell'album dopo “Ci vorrebbe un amico”.

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La copertina di Tre di Teresa De Sio, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

E poi nel 1987 c’è il brano forse più avanti di tutti, quello più vicino ai concetti di Adrian Sherwood: è "Scrack" di Pino Daniele, contenuto nel grandissimo Bonne Soiree. Anche se è ibridato con dub e fusion, idealmente è uno spartiacque, perché l’anno dopo arriva Jovanotti con "Gimme Five 2", un ragamuffin paraculo che è poi la cover della stessa "Gimme Five". Improvvisamente le cose si complicano, in quanto l’italodisco digitale e plasticosa si insinua nel reggae della musica leggera italiana rendendolo edulcorato e commerciale.

Da una parte non ci sarebbe niente di male, si impara (male) la lezione degli UB40 (all'epoca all'apice insieme agli Afrika Bambaataa di "Reckless"), ma dall’altra ovviamente questa cosa creerà non pochi equivoci. Se Papa Winnie con la sua “You Are My Sunshine” è infatti il nome più influente del periodo anche e soprattutto per le sue origini caraibiche, è anche vero che piano piano il reggae affonda nell'underground, come se di fondo l'Italia avesse bisogno approfondire i valori del genere, oltre al mero fattore musicale.

Arrivano i Novanta e sappiamo bene come è andata: gli Africa Unite diventano una realtà indiscussa, sfornando dei dischi che sono la colonna sonora di una generazione sì, ma peccano a volte di eccessiva pulizia anche quando tentano delle commistioni con l'industrial e l’elettronica. È un underground che però ha in mente un suono mainstream. Gli altri li conosciamo: i 99 Posse di "Curre curre guaglio'", i Sud Sound System, gli Almamegretta, Alborosie che è addirittura emigrato nei Caraibi sono tutti act che hanno coccolato una gioventù tutta centri sociali e cannoni nel sogno di una vita migliore e di uno “star ben” perenne: sogno spesso, loro malgrado, basato sulla presunzione di aver davvero capito la cultura reggae.

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La copertina di Sanacore degli Almamegretta, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

A conti fatti, per quanto nei Novanta in Italia sia uno dei generi più popolari anche per l’intelligente commistione coi vari dialetti, il vero reggae italiano è forse quello nato in seno al pop di alta classifica, in zone in cui codificarlo era ancora impossibile e aveva ancora un valore “anti” per il nostro paese, forse proprio per il fatto paradossale che non se ne sapeva abbastanza. Dal momento in cui il reggae è diventato riconoscibile, però, in Italia c’è stato una specie di autocompiacimento o quasi, una sorta di blocco energetico conservatore.

“L’italiano che ascolta la musica reggae si può grossolanamente dividere in due categorie: il primo tipo è colui che idealizza la figura del rasta e, al seguito di uno stile che pesca molto dallo stile freak, simboleggia il simbolo dell’insubordinazione al sistema. Il secondo tipo è il serio, colui che intellettualizza il concetto di unità tra bianco e nero”: così si recita nel libro Viaggia la musica nera di Assante/Gullotta/Melanco del 1991. Noi pensiamo ce ne sia un terzo, cioè quello che fa a meno dei dread e di codici ma si bea delle good vibes, magari da sconvolto. Praticamente il Pop X di “No, Womano Cry”. Chissà cosa ne penserebbe Marley se la sentisse, forse sorriderebbe compiaciuto davanti a un piatto di spaghetti.

Demented è su Twitter.

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