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Sono stata al concerto dei Justice con Quentin40

Lui aveva la febbre ma è voluto lo stesso venire a parlarmi della sua vita e del suo rap ascoltando gli eredi dei Daft Punk in un mare di zanzare.

di Carlotta Sisti; foto di Kevin Spicy
20 luglio 2018, 9:41am

L'autrice e Quentin40.

Non so che cosa amiate fare voi, se vi viene la febbre a luglio e siete a Milano, ma so quello che amo fare io: rollarmi in un lenzuolo e desiderare di morire. Ah, e ovviamente rendere compartecipe di quel desiderio di non esistenza chiunque si trovi nei miei paraggi. Quando va appena un po’ meglio desidero insultare il prossimo, ascoltare la Bandabardò e guardare film con Hugh Grant, non so se per stare meglio o peggio. Ecco, questo per dire che tra le ultimissime cose che mi verrebbero in mente di fare, subito dopo la doccia-male-assoluto, ci sarebbe andare a un concerto.

Ed è invece quello che ha fatto Quentin40, che nonostante stesse male (proprio male) è comunque venuto con noi al Milano Summer Festival, piazzato in quella location da rave party di zanzare che è l’Ippodromo di San Siro, per vedere i francesi Justice. Un’impresa stoica quella di Vittorio, e su più strati: il primo quello segnalato dal termometro, il secondo quello del contesto, che vedeva in line-up anche MGMT e Parcels. Tutta roba che non lo fa esattamente volare via di testa. Ma lui, che come leggerete è un ragazzo realmente sorprendente, ha tenuto botta, e meno male, perché chiacchierarci è stata senza dubbio la cosa più bella della giornata.

Fan degli MGMT al concerto degli MGMT.

Noisey: Partiamo dai Justice. Fanno parte dei tuoi ascolti?
No, però qualcosa conoscevo, alcuni pezzi me li sono andati a cercare in vista di oggi, perché non li sapevo ricondurre a dei titoli. Non è il mio genere, ma sono carichi e questo mi piace.

Un legame tra te e loro c’è, visto che usi il francese nei tuoi pezzi.
Il francese è andato di pari passo con il tagliare le parole, è stata più una scelta stilistica che non qualcosa di dettato da un legame con la Francia. Ho provato, suonava bene, mi è piaciuto farlo, e da lì ho cavalcato un po’ questa commistione, che si sposa bene con le parole a metà.

Ti piace il rap francese?
Mi piace, non sono un super appassionato che sa tutto, però apprezzo tanto la cultura musicale rap che c’è lì. È una cultura vera, a differenza della nostra.

Questo è un momento in cui Francia e Italia stanno andando d'accordo, tra l'altro, a livello di scena hip-hop.
Iniziano a esserci dei bei legami ma penso proprio a livello europeo, sai? C'è voglia di collaborare tra artisti di varie nazioni, piuttosto che di chiudersi. E lo dobbiamo soprattutto ad alcuni di noi italiani che hanno fatto queste cose pazze, nuove. Come Sfera, che è riuscito ad uscire dai confini nazionali senza fare roba pop, senza fare cose da centro sociale. Ecco, oggi i grandi numeri li puoi fare anche senza per forza rientrare in quelle due categorie lì.

Al di là della tecnica che usi, mi sembra che nei tuoi nuovi pezzi tu abbia anche voluto cambiare le tematiche che tratti.
Sì! Anzi, sarà ancora più evidente nei prossimi pezzi. Ho cercato di stravolgere non solo la metrica, ma anche il concetto che arriva all’ascoltatore.

Quanto è difficile in Italia essere innovativi?
Abbastanza. Le cose più semplici sono quelle che funzionano meglio, che vengono cantate da tutti ai concerti. Questo lo sapevo anche quando ho fatto le parole a metà. Solo adesso, per dire, le persone iniziano a cantare qualcosa di "Thoiry" quando mi vengono a sentire. All'inizio arrivavano per me ma non la sapevano cantare.

Da che cosa è nata questa voglia di cambiare tutto?
Innanzitutto bisogna considerare che siamo tantissimi, oggi, a fare rap. Già un anno fa lo eravamo e io ho iniziato in un mondo che già straripava di gente, quindi l’obiettivo che mi sono posto è stato quello di colpire nei primi secondi di ascolto. Magari può sembrare che le parole a metà siano una scemenza ma è qualcosa di particolare, e questo può fare la differenza. A livello di testi, invece, resto il più lontano possibile dal gangsta rap. Non mi rappresenta in alcun modo.

In che senso?
Lo vedi. Non sono tutto tatuato e anche se sono cresciuto in una periferia tosta di Roma non ho mai sentito il bisogno di dover continuare a dimostrare qualcosa. Per me il rap è condivisone, non è una dimostrazione. I voglio arrivare ai ragazzi con dei valori veri. Non con questa cosa della paura, del rispetto che ti fa dire che “io devo essere rispettato per questo, questo e questo”.

È quest'idea di condivisione che ti ha fatto conoscere Achille Lauro?
Con Lauro è andata che io ero sempre alle sue serate, anche quelle piccole nei centri sociali. Poi lui ha sentito "Thoiry", s’è preso bene, mi ha chiamato e mi ha detto “è Natale per te”. E in effetti lo è stato, perché mi ha cambiato la vita. Io da ottobre sto a Milano, prima lavoravo al bar.

"Thoiry" inizia con una citazione de L’Odio, quindi ti chiedo: fino a qui tutto bene?
Penso sia presto per avere paura dell’atterraggio, però non ci vedo un futuro a lungo termine in questa cosa. Anche se adesso è il momento del rap, io non penso sia l’arma per arrivare al cento per cento ai ragazzi.

Quentin40 e l'autrice.

Ti piace guardare avanti?
Sì. Penso molto a che cosa voglio realmente dalla vita. Figli, moglie, famiglia. Non che non possano convivere con una carriera nel rap, però sono obiettivi diversi.

Nel video di “Scusa ma” unisci spesso le mani in segno di preghiera: è stato causale o è qualcosa che fa parte della tua vita?
Rispecchia molto di me. Diciamo che c’è stata una lunga parte della mia vita molto legata a questo. Per me la spiritualità è molto importante.

Questa cosa la riesci a condividere con i tuoi colleghi?
Sì, ma vorrei che fosse proprio il mio discorso, capisci? Quello che vorrei veramente far arrivare ai ragazzi. Ci sono tante cose molto più importanti di quelle che oggi vengono ostentate. Non voglio fare il nonno della situazione, però fino a qualche mese fa stavo al bar a lavorare e in TV vedevo cose che non mi rispecchiavano per niente. Allo stesso tempo, sognavo di esserci dentro anch'io, ma dicendo cose diverse. Senza omologarmi pur di arrivare, che è una cosa terribile. A volte penso "Fortunato chi sveglia una mattina, impazzisce e cambia tutto quanto". Se qualcuno lo facesse lo apprezzerei tanto.

Questo è anche un momento in cui si stanno rompendo certi tabù, penso a Gemitaiz che ha detto di essere stato in analisi.
Certo, questo è molto importante. Tanti artisti, che piacciano o meno non conta, hanno aperto un varco a discorsi più intimi ed è una cosa che fa bene a tutti quanti.

Credi sia un po' finito il tempo del dissing?
Incredibilmente sì. E penso sia legato al fatto che ci siano più professionisti del settore che lavorano meglio e fanno sì che prevalga l’amore piuttosto che il voler pestarsi i piedi.

Con Roma, invece, che rapporto hai?
Ho sempre voluto non dico scappare, ma allontanarmi sì. Preferisco Milano per mille motivi, sia professionali che personali. Sono legato al mio quartiere e mi mancano gli amici, perché qui non ne ho, però Roma è L’odio. L’odio vero.

Chi è la persona che ti ha supportato di più?
Il mio migliore amico. Lui ha scritto al mio attuale produttore per farmi andare a registrare, perché io facevo tutto a casa col telefonino. Mi ha proprio spinto. Glielo devo a vita, non ce l’avrei mai fatta senza di lui. Ma proprio nemmeno ad aprirmi, ce l’avrei fatta, figuriamoci il resto.

E a casa i tuoi come l’hanno presa questa scelta di fare musica?
Mio padre non l’ha mai presa bene. Anche se ho preso il diploma lavoravo quasi tutti i giorni al bar e iniziavo ad avere una vita normale. Comprare la macchina, portare una ragazza a cena fuori. La musica è stata vista con paura, come qualcosa che potesse distrarmi dalla normalità e farmi perdere tempo. Oggi i miei sono un po' più sereni, ma cambia poco.

Tre tipici membri del pubblico dei Justice e l'autrice.

Sei uno cha va spesso ai concerti?
Ci andavo di più prima e soprattutto in situazioni piccole, da caciara proprio, da centro sociale, perché sono quelle che ti fanno stare più vicino all’artista che ami. Comunque sono stato anche ad eventi più grossi. Sono un grande fan di Max Pezzali e sono andato un sacco di volte a vederlo al Palalottomatica. Di lui, come di altri artisti americani che fanno un genere più dolce e delicato, mi attrae il fatto che poi nella vita di tutti i giorni siano un matto vero, che abbiano una personalità così forte che, appunto, uno di solito associa al gangsta rapper, al maschi alfa per eccellenza.

Mi dici qualcosa in più di "Fahrenheit", il tuo ultimo pezzo?
È nato poco tempo fa a Milano ed è l'ultimo che ho registrato. Per me è molto importante perché è semplice ma contiene la situazione più reale di tutte, sia a livello di sonorità che di mio racconto. C’è dentro Milano, l'Enjoy, tutte le cose nuove della mia vita.

Nelle tue canzoni hai citato Ruben Sosa e Bobo Vieri, riferimenti calcistici di qualche tempo fa. Perché?
Oggi di bomber ce ne sono tanti, ma più bomber di Vieri non c’è stato nessuno. Ruben Sosa è un gioco di parole riferito al mio produttore, Dr. Cream, che si chiama Ruben e io tormento chiamandolo così. Anche per la leggenda legata a Sosa, che lo voleva mezzo criminale.

Quindi non sei laziale?
No, assolutamente. Questo lo scriviamo bello grande, eh.

Hai un'estetica e un modo di riferiti alle cose che sembra essere quella di uno sportivo. Oserei dire di un pugile.
Sì, facevo proprio pugilato. Sia sul ring che sul palco, lo sport è sia forza esplosiva che rigore e freddezza. In ambito musicale sto iniziando solo ora ad avere questo controllo. Prima l’emozione mi sopraffaceva, ora riesco addirittura a mangiarmi una pizza prima del live. Per me sono passi da gigante. Sono molto ansioso, quindi ho dovuto lavorare il triplo su questa cosa, ma adesso me la vivo molto meglio.

I Parcels.

A questo punto abbiamo abbandonato i divanetti incandescenti su cui eravamo seduti per raggiungere la zona concerti, dove la gente ingannava l'attesa del concerto inventandosi modi per scacciare le zanzare. Immaginate un pubblico formato dai pupazzi gonfabili che salutano come degli scemi dei Griffin. Seppur in modo involontario il tutto si sposava bene al live dei Parcels, cinque ragazzi che sembravano essere in uno stato di presa bene completa che però non ha contagiato me, Vittorio e la sua manager. Tant’è che ne abbiamo approfittato per mangiare e chiacchierare ancora un po’.

Mentre diventata via via più pallido e si accasciava sul tavolo, Quentin mi ha raccontato che “a differenza di molti che fanno il mio genere, io durante il live non ho la voce registrata in base. Inizialmente non era un presa di pozione, semplicemente mi andava così. Poi quando tutti mi hanno voluto convincere a metterla, allora mi sono proprio impuntato e ho detto no". Poi alle 20 e 20 spaccate hanno iniziato gli MGMT e io avrei voluto avere una fascetta da mettere intorno alla testa per tuffarmi appieno negli anni della nu rave.

Andrew VanWyngarden degli MGMT.

Il loro concerto è stato segnato da luci e ombre. L'idea era quella di un viaggio psichedelico aperto da "Little Dark Age", un brano che però parla un sacco di morte e non ha quindi aiutato il mio ospite a riprendere colore. Nel frattempo il nostro fotografo, Kevin, aveva cominciato a lagnarsi del fatto che gli altri fotografi stessero guardando la sua macchina ("la più piccola di tutte") con un misto di tenerezza e disprezzo. In un tentativo di risultare affascinante si è messo a farsi una foto con Xavier dei Justice, che era sceso sotto la transenna per guardare il concerto degli MGMT. Quando questo gli ha chiesto perché si tagliasse via la faccia dal selfie gli ha risposto "I'm a mysterious photographer". Questo è stato il momento in cui tutto sembrava dover precipitare, ma poi gli MGMT hanno fatto un mash-up tra "Kids" e la canzone de La storia infinita, confondendo tutti i nati dopo il 1988, e tutto è tornato degno di essere vissuto.

Xavier dei Justice a guardare gli MGMT.

Alle 22:30 è arrivato il momento dei Justice, che hanno deciso di toccarla piano piazzando una quarantina di casse Marshall sul palco (che poi si sarebbero rivelate, come da loro tradizione, solo dei grandi LED). Sono passati poco più di dieci anni dallo storico concerto all’Arena Civica di Milano, quando avevano fatto uscire solo il loro primo album capolavoro . Oggi che sono arrivati al terzo si presentano all'Ippodromo di San Siro con un repertorio molto più vasto e anni di tour trionfali alle spalle, ma con un hype decisamente più basso. E invece quando Xavier De Rosnay e Gaspard Augè si sono presi il palco hanno ricordato all’istante a tutti perché ha senso definirli gli eredi dei Daft Punk.

I Justice.

I Justice sono e saranno sempre delle rockstar armate di sintetizzatori, ma con tutta la classe di chi ha interiorizzato e perfezionato l'arte della French Touch. Quello che mi ha colpita, guardando i gesti scomposti di chi divideva con me un pit non eccessivamente denso di umanità, è stato che i fan dei Justice sono trasversali. Ci sono hipster, raver, metallari, fighetti, cinquantenni, e un trio di geni vestiti uguali ma provenienti da angoli diversi del globo.

I Justice.

E poi c’era Quentin, che ormai non ce la faceva più e che desiderava solo ingurgitare della tachipirina e infilarsi a letto. Ma dato che, come avrete capito, è uno che tiene fede ai patti, prima di salutarmi ha così commentato il live a cui lo abbiamo trascinato: "Trovo molto interessante come un gruppo diciamo del passato possa risultare così all’avanguardia, anche grazie al fatto che sanno mixare perfettamente i generi. Non c’è gap generazionale quando artisti del genere danno una vera dimostrazione di personalità sul palco, nella loro musica e nella vita".

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