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I video dei The Blaze raccontano quello che ci rende umani

Abbiamo incontrato il duo elettronico francese che sta facendo impazzire l'Europa, ma il loro capolavoro resta l'opera cinematografica che accompagna i loro singoli.

di Ryan Bassil
07 settembre 2018, 11:06am

Guillaume e Jonathan Alric, fotografia di Benjamin Loyseau

Sono nello scantinato di un'etichetta discografica di Parigi e ho di fronte solo un laptop e due ragazzi francesi, Guillaume e Jonathan. Assieme si chiamano The Blaze e mi stanno mostrando il video di "Queens", il nuovo video tratto dal loro album d'esordio Dancehall. È una proiezione intima e privata ma mi sento come se fossi alla premiere di un film a un festival del cinema. Mi vengono i brividi a guardare quel video, ultimo di una serie che ha fatto cominciare il mondo intero a parlare di loro.

È dal primo giorno che i The Blaze lavorano ai video tenendo un approccio emotivo e ricco di sfumature, cogliendo spesso lati intimi e vulnerabili di persone che non sono solite apparire di fronte a una telecamera. "Facciamo un'operazione umanista" dice Guillaume Alric, in una nuvola di fumo al mentolo appena svapato.

Guillaume ha 32 anni, ha studiato fotografia nei suoi primi vent'anni e ha viaggiato in Nepal e in India per dei progetti di fotografia di strada, i cui rullini sono ancora custoditi in un armadio di casa sua. Per qualche anno ha fatto musica dub celestiale a nome Mayd Hubb. Suo cugino Jonathan studiava cinema all'università e, quando gli venne chiesto di preparare un video musicale per un esame, pensò di contattarlo per lavorare assieme. Ed è così che sono nati i The Blaze. I pezzi di Guillaume erano però troppo lunghi, difficili da accompagnare con delle immagini che raccontassero davvero qualcosa. Quindi Jonathan, che ha tre anni in meno di lui, gli consigliò di provare a comporre qualcosa di diverso, più elettronico.

Tutto questo è successo sette anni fa. I due cugini sapevano di avere qualcosa di speciale, una sorta di simmetria creativa. Il loro primo video a nome The Blaze uscì nel 2016. Girato con un budget quasi inesistente, “Virile” è un affascinante ritratto quasi-romantico (Sono amici? Stanno insieme? Chissà) di una coppia di ragazzi che la telecamera segue durante una festa in un appartamento ai piani alti di un palazzo. I ragazzi cominciano a ballare giocosamente e poi cominciano a comunicare fisicamente, raccontando storie attraverso i loro corpi. È come se la telecamera, nascosta e non notata, catturasse uno scambio perfettamente naturale.

Dopo "Virile" è stato il turno di “Territory”, pubblicato nel 2017: la storia del ritorno a casa di un ragazzo algerino. Il video catturò l'attenzione di Barry Jenkins, regista di Moonlight, che per un po' usò addirittura uno screen come sfondo del telefono. Nel giro di qualche mese, "Territory" vinse un premio al festival di Cannes per "la sua storia che celebra la condizione umana". Il loro ultimo lavoro è “Heaven”, un'allegoria visiva dell'utopia, "per dimostrare che il paradiso è composto da tutti i colori che la pelle può avere, in mezzo alla natura, a contemplarla", spiega Jonathan. Possiamo vederlo? "Certo, è per questo che ti abbiamo preso dei popcorn", dice, ridendo e indicandomi gli snack sul tavolo a cui siamo seduti.

“Queens”, che potete guardare qua sopra, è il loro lavoro più vivo finora. La sua palette di colori è simile a quella di Andre Arnold, Sean Baker o Larry Clark – registi che raccontano i margini della società con un realismo tanto crudo quanto tenero – e celebra la vita di una donna zingara attraverso dei flashback che la seguono nella sua adolescenza, insieme a un'altra ragazzina. Forse sono amiche, forse sono sorelle, "non lo sappiamo, non ci interessa", dice Jonathan. L'unica cosa che vediamo sono i sentimenti, i più viscerali. Le due ragazzine nuotano al tramonto. Si accendono una canna sul sedile posteriore di una macchina. Sparano. E quando qualcuno ha bisogno di loro si fanno trovare pronte: spingono un'altra ragazza a terra, sul marciapiede, e le fanno sputare sangue.

Sono momenti che mi fanno crescere un tremito lungo la schiena, dato che lo sfondo su cui vengono raccontati è quello di un funerale. Sia il pezzo che il video sono radicati in un forte senso di perdita, palese fin dalla veglia a lume di candela che apre la cerimonia, enfatizzato dal testo, continuamente ripetuto: "Addio, addio, addio / Eri tutto per me / E canto per te". Sono immagini difficili da guardare, piene di nostalgia. "Stiamo provando a fare musica emotiva", dice Guillaume. "Non vogliamo fare musica felice, vogliamo esplorare tutto". Ma "Queens" è comunque attraversata da un senso di pace, dall'idea che la vita possa venire celebrata attraverso la morte, che il lutto possa essere un'esperienza triste e, allo stesso tempo, piena di euforia.

A quanto mi dicono, per i The Blaze è importante immergersi nelle location che scelgono per i loro video. "Parliamo di culture, e quindi per essere sinceri e onesti nei nostri video dobbiamo conoscerle veramente", spiega Guillaume. Prima di girare "Queens", i due si sono preparati: hanno guardato film e documentari, letto articoli e libri, "cercato informazioni ovunque", oltre a passare tempo nel luogo in cui il video è stato girato. Mi spiegano che gli zingari bruciano la roulotte di chi muore, il motivo per cui non pronunciano mai il nome della persona scomparsa. Parliamo un po' di tradizioni e di spiriti.

Foto di Benjamin Loyseau

I The Blaze fanno musica perché vogliono che la gente provi emozioni e fanno video perché vogliono avvicinare gli esseri umani ai loro simili, mostrando che emozioni come il dolore, la nostalgia, l'amore e la paura trascendono le culture e definiscono l'essere-in-vita. O qualcosa di simile. C'è un traduttore insieme a noi, pronto ad aiutarci a risolvere eventuali incastri comunicativi – che possono anche capitare quando parli di un argomento vasto e astratto come la condizione umana. Ma il loro lavoro parla da solo. Cinema e musica sanno creare reazioni uniche in ognuno di noi, se ben fatti, e i The Blaze li sanno combinare con l'eleganza di veri maestri.

Chiaramente, i due non hanno paura di parlare delle loro emozioni. Guillaume mi dice di avere da poco pianto guardando Lion, con Dev Patel. Naturalmente i due cugini sono grandi appassionati di cinema – tra i loro registi preferiti ci sono Ken Loach, Alfonso Cuarón e Terence Malik – ma ogni tanto, come tutti noi, ogni tanto si concedono un filmone tutto effetti speciali e budget milionari. I loro gusti musicali sono piuttosto liberi. Jonathan adora la musica classica e mi parla della prima volta che ha sentito la Nona di Beethoven, mentre Guillaume da piccolo suonava la batteria e ascoltava i Nirvana. Nei The Blaze c'è un po' di tutto: salsa, dub, rap, elettronica. Quello che esce è una sorta di dance music emotiva, perfetta per fare giochi di parole con l'acronimo EDM.

Nessuno dei due cugini viene da Parigi. Jonathan è nato in Costa D'Avorio, è cresciuto in Normandia, si è trasferito da ragazzino in Peru con i suoi genitori, ha studiato cinema a Bruxelles e poi finalmente è arrivato a Parigi. Guillaume – che ha fatto viaggi per esibirsi in Sud Africa, Canada ed Europa con il suo progetto Mayd Hubb – è cresciuto in un paesino in Borgogna e sente spesso bisogno di tornare in campagna. "È come se la gente che cresce vicino all'oceano sviluppi una necessità di vederlo, e se almeno ogni tre mesi non torna a vederlo impazzisce. Con la natura funziona allo stesso modo", dice a bassa voce, sorridendo a denti stretti.

Dancehall, il loro album, è stato scritto e registrato a Parigi e nel sud della Francia, a casa di loro nonno, che ha 98 anni. "Volevamo creare un contrasto tra il luogo in cui lavoriamo, le strade di Parigi, e la campagna", spiega Jonathan. I due cugini andavano in vacanza in quella casa da piccoli con i loro familiari e ritornarci, ricordando le loro corse per quelle stanze, ha creato in loro una forte nostalgia. Il fatto che loro nonno sia praticamente sordo li ha aiutati, dato che potevano registrare quando volevano. Sa che ormai fanno i musicisti? "Lo sa, ma penso non gliene fregasse un cazzo!", scherza Jonathan, ed entrambi sorridono, ricordando le cene passate assieme a tavola a mangiare grandi scodelle di zuppa.

Se "Get Lucky", la canzone estiva perfetta, si svolge idealmente sulla pulitissima e affollata spiaggia di un'isoletta, allora l'album di debutto dei The Blaze è quello che viene appena prima della festa. Sabbia sulle dita dei piedi, e non nelle fessure di sandali e ciabatte di Gucci. Dancehall vuole ispirare un senso di comunanza: la parola si riferisce al luogo in cui si balla, e non al genere. "Non è un ballo tipo, woo! È un ballare assieme, uno scambiarsi qualcosa", spiega Jonathan.

Detto questo, le feste non possono essere accompagnate solo da lunghe introduzioni e voci strascinate. A differenza, per esempio, di Knock Knock di DJ Koze, Dancehall è un po' troppo ripetitivo. Il fascino dei loro primi pezzi ogni tanto si perde, evocando grandi palchi illuminati e non aree fumatori alle tre del mattino. Ma ci sono ancora momenti capaci di stimolare l'ascoltatore: il modo in cui "Rise" si innalza, la fluida sensualità di "Places". Ci sono frangenti in cui la musica è attraversata dallo stesso senso di vita che definisce i loro video, e altri a cui viene spontaneo associare stati dell'animo: un ritorno a casa, lo spezzarsi di un cuore, il perpetuarsi di un ricordo.

"Non so come la vedi tu, ma io credo che l'arte ci piaccia per le emozioni che ci fa provare", dice Jonathan. "Se vado al cinema è perché voglio piangere, provare qualcosa". Quando invece parliamo di musica, continua, "è perché voglio viaggiare, trovarmi in un altro luogo. Ed è questo il semplice motivo perché ci piace creare basandoci sulle emozioni". Guillaume aggiunge: "Quando diciamo emozioni, intendiamo tutte le emozioni: la tristezza, la felicità, ogni cosa".

Questa, dicono i The Blaze, è "la poesia". È un'affermazione che potrebbe anche non avere alcun senso: creare qualcosa di poetico potrebbe significare anche solo essere esageratamente sinceri. Ma quando esce dalle loro bocche sembra avere senso. I The Blaze non sono tanto un duo, una band, quanto un'esplorazione poetica, un tentativo di portare alla luce un elemento nascosto della vita umana di cui non ci accorgiamo ma che ci unisce tutti. A volte riesce. A volte no. Ma che succede quando Guillaume e Jonathan toccano le corde giuste, quando tutti i mondi possibili collidono nel loro lavoro, spiegando qualcosa che va oltre la musica, o i video, o le esibizioni? Bé, allora sono brividi.

Questo articolo è comparso originariamente su Noisey UK.