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Perché gli scienziati italiani devono citarsi da soli per fregare la legge

Con la riforma Gelmini del 2010 è cambiato il criterio di accesso alle cattedre universitarie scientifiche, per cui è necessario avere molte più citazioni. Ma fatta la legge, trovato l'inganno.

di Alessandro Tavecchio
15 giugno 2018, 10:02am

Immagine: Pexels

Negli ultimi decenni di ricerca scientifica sono stati utilizzati un crescente numero di indicatori quantitativi e bibliometrici per valutare la qualità della ricerca, l’uso di fonti, le assunzioni e le promozioni. Con il crescere di questi indicatori si è aperto un enorme dibattito non solo sulla loro validità, ma anche sugli effetti collaterali di queste misure.

Nel dicembre del 2010 la riforma Gelmini (240/2010) ha, tra molte polemiche, cambiato la modalità di accesso alle cattedre universitarie, introducendo una procedura di abilitazione nazionale. L’intenzione era quella di ridurre il nepotismo, aumentare la meritocrazia e contrastare lo strapotere dei baroni. I due criteri fondamentali diventano quelli dell’oggettività e della produttività: per tutti i settori disciplinari in cui l’abilitazione utilizza criteri bibliometrici, per poter accedere a una cattedra da professore associato o ordinario è necessario avere un numero di pubblicazioni e citazioni superiore alla media(na).

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Fatta la legge, trovato l’inganno: le strategie per fregare il sistema sono tante, ma la più immediata è aumentare il numero di auto-citazioni, citando più spesso i propri lavori già pubblicati. Non c’è niente di male, in linea teorica, nell’auto-citazione: specialmente in sotto-campi molto specialistici, o quando si tratta di ricerche che naturalmente evolvono dai lavori precedenti, è abbastanza normale fare riferimento a sé stessi. In una pubblicazione su Research Policy dello scorso dicembre, però, analizzando la produzione scientifica di 886 accademici italiani in 4 campi tra il 2002 e il 2014, il ricercatore Marco Seeber, insieme a un gruppo di colleghi, ha mostrato che l’introduzione delle nuove regole ha portato a un aumento statisticamente significativo nel numero di auto-citazioni da parte degli accademici italiani.

Il sistema universitario italiano, tra l’altro, ci fornisce anche una sorta di caso di controllo naturale: ingegneria gestionale è considerata una disciplina scientifica, con relativi criteri di produttività bibliometrica da raggiungere; al contrario, economia applicata, per quanto sia un ambito di studi simile dal punto di vista concettuale, è considerata una disciplina umanistica, a cui non si applicano i nuovi criteri di produttività. E, guarda caso, lo studio di Seeber conferma che gli economi applicati non hanno aumentato il numero di autocitazioni in maniera altrettanto statisticamente significativa.

La ricerca mostra che il numero di auto-citazioni è aumentato in maniera sproporzionata rispetto all’aumento generale della produttività, ma l’effetto è visibile anche con una misura più ingenua come nei due grafici qui sopra, che tracciano il numero di auto-citazioni medie in quattro discipline.

Il numero di auto-citazioni non è automaticamente o necessariamente un indicatore di pratiche scorrette, ma è un buon “canarino nella miniera” per misurare se, come in questo caso, l’introduzione di nuove misurazioni bibliometriche porti ad un uso più opportunistico delle citazioni, specialmente rispetto a pratiche scorrette più estreme ma più rare, come plagi o fabbricazioni di dati.

L’aumento dell’autoreferenzialità è solo una delle strategie possibili per aggirare i nuovi criteri: dal momento che la procedura di abilitazione conta il numero di pubblicazioni in cui compare l’autore, indipendentemente dal contributo, ci potrebbe essere un incentivo verso l’aumento del numero di co-autori per articolo. “In quel caso l’effetto, ammesso che esista, è più difficile da rilevare,” ha spiegato Seeber in una mail a Motherboard. “Occorre più tempo per osservarlo e distinguerlo dal trend generale verso gruppi di ricerca più grandi e più fluidi.”

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