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Una mattinata con Paul Kalkbrenner a Roma

"Il mondo techno oggi è pieno di merda EDM o di roba minimale con quella cassa bum bum bum che non mi dà niente", ci ha detto nella pace della suite di un cinque stelle.

di Andrea Bosetti
18 maggio 2018, 9:27am

Il mio apprezzamento per Paul Kalkbrenner negli ultimi tempi ha avuto un’impennata. Galeotto fu il lavoro, ma mi sono ritrovato ad ascoltare il produttore tedesco sempre di più e con sempre maggiore attenzione. Quando, durante la presentazione in anteprima del nuovo album Parts Of Life, da Sony è arrivata la proposta di fissare un incontro in occasione della sua data romana allo Spazio Novecento, lo scorso cinque maggio, mi sono infilato sul primo Italo disponibile. Il risultato è che questa intervista è un po’ la prosecuzione di quanto scritto in precedenza.

Nella sempre bellissima quanto a me alienissima cornice dell’Urbe, trovo Paul nella canonica suite all’interno di un cinque stelle appena sotto Villa Borghese. È sabato mattina, il sole splende alto, gli uccellini fanno cip cip e lui è preso strabene, agitatissimo e ipercinetico. Lo trovo intento a sistemare dei cartoncini sul tavolino, e la prima domanda è naturalmente...

...Cosa diavolo sono?
Questi affari che vedi qua, queste piccole parti, sono le Parti [di Parts Of Life, appunto, N.d.A.]. Quando lavori a un disco hai sempre una serie di titoli provvisori per il materiale sul pc, tipo “Nice Melody” o cose del genere, ma non mi è mai piaciuto dare dei nomi ai pezzi solo perché poi vengono pubblicati. Poi un bel giorno apri il libretto del disco e leggi “Battery Park”, o “Feed Your Head”, wow. Stavolta no. Questa volta ho lasciato i titoli provvisori, e sono tutti scritti su questi cartoncini. Però poi mi sono reso conto che erano noiosi, perché avevo ordinato le parti da uno a quindici. Allora ho fatto qualche aggiunta, ho fatto dei segni colorati sul cartoncino, ogni colore rappresenta una caratteristica della canzone, e poi ho fatto così [sparpaglia i cartoncini sul tavolo alla rinfusa]. E l’ho fatto per un mese! Poi, un bel giorno [schiocca le dita], eccolo là! Ho trovato l’ordine corretto.

Mi rendo conto che oggi la gente sia più interessata a “Part Eight”, al singolo brano, per infilarlo in una playlist o per un ascolto casuale, però a chi è interessato alla musica in modo serio dico che dovrebbe ascoltarlo per intero, nell’ordine corretto. Perché è quello l’ordine perfetto, me lo sono sentito dentro, quando l’ho trovato, poi non ho più toccato nulla. E più lo ascolto in quest’ordine, più mi accorgo che è l’Ordine. Proprio lui. È una cosa così appagante! A qualcuno neanche interessa, semplicemente pensano a come ordinare le tracce in modo razionale. Io no, fin da Berlin Calling faccio così, anche se poi do i nomi ai pezzi. Stavolta ho tolto anche i nomi.

Buono a sapersi, in realtà sarebbe stata una delle mie prime domande, la ragione di una tracklist sparsa e se ci fosse un significato dietro.
Ho mescolato i cartoncini finché non sono stato soddisfatto.

E qualcuno ha interferito? Questo è il tuo secondo album per Sony, e durante la promozione di 7 nominavi come unico difetto del lavorare con una major la perenne presenza di qualcuno intorno a romperti le palle , a te che invece hai sempre preferito lavorare da solo.
Sì, fino a che non sono arrivato in Sony sono sempre stato semplicemente io. Entrando in una major mi sono reso conto invece di quante persone vengono coinvolte nella realizzazione di un disco! Un sacco di gente che parla e parla e parla di quello che stai facendo! Tutti hanno un’opinione, dall’esecutivo di qua al promoter di là. E poi ho fatto l’errore di portare in studio [il produttore] Wolfgang Boss e di fargli ascoltare un po’ di roba... Non so, una volta aspettavo. Lavoravo alla musica e la facevo ascoltare a qualcuno solo quando era pronta. Con questo album è stato tutto diverso, ho fatto sentire delle bozze e delle parti a Markus, il mio manager, a Roman, che organizza i miei concerti, a Wolfgang e ad altra gente della Sony. È stato piacevole avere dei feedback. Per tanti anni mi sono detto “No! Non mi serve, non li voglio!”, ma in realtà questa volta mi sono sentito bene, e credo che questa cosa abbia migliorato il risultato.

Quindi non sei più così geloso della tua musica mentre ci lavori.
Non è tanto gelosia, quando che mi dà fastidio la gente che parla! Basta parlare, pensiamo alla musica, devo creare la musica, state zitti! Ma ovviamente ciascuno ha un lavoro da fare, e quindi ho fatto partecipare Wolfgang, così come i nuovi vertici di Sony, anche se a loro in realtà è sempre piaciuto tutto. Non è che abbiano dato questi grandi feedback.

E per quanto riguarda il sampling? Arrivi da un album in cui hai campionato gente come i Jefferson Airplane, qui invece che è successo?
Non volevo più farlo. Dopo l’uscita di 7 mi sono accorto che un sacco di gente aveva iniziato a prendere cose classiche e portarle sul dancefloor. Se ripenso a 7 posso dire che “Feed Your Head” è un gran pezzo. Gli altri due singoli invece non mi piacciono più così tanto, e in generale non lo sento come un lavoro completamente mio. Quando apri il booklet, per esempio: c’è tanto di quel testo perché bisogna chiarire i diritti d’autore per questo o quel sample che ho usato, perché abbiamo ricevuto l’autorizzazione di questa o quell’etichetta, che menata. Specificare tutto è stato una roba da matti. Stavolta non volevo specificare niente. Volevo solo fare io. C’è soltanto una canzone con un testo cantato, anche se le voci sono in diversi brani, perché volevo che le linee vocali fossero libere, tipo *mmmh mhh mmmh aah ahaaaa*, senza il costrutto strofa/ritornello.

Effettivamente, ho avuto modo di ascoltare Parts Of Life parecchie volte prima di oggi proprio per preparare l’intervista, e suona molto più Paul Kalkbrenner di 7 . Sempre molto accessibile, ma più…
Sì! Sono tornato alle origini dei suoni che amo e sono felicissimo. Più di vent’anni fa usavo dei sampler della Roland, e salvavo tutto quello che facevo su un disco grosso così [gesticola con le mani una dimensione che non sono riuscito granché a capire]. Per più di un anno ho provato con quelli della Roland a recuperare quello che c’era salvato su quel disco, senza successo. Poi l’anno scorso Markus ha trovato questa piccola azienda che si occupa di recupero dati a Berlino, e loro sono riusciti a recuperare tutto. Così mi sono ritrovato una collezione completa di campionamenti dei primi anni ‘90 a disposizione. All’epoca ovviamente non potevo fare granché, gli strumenti erano quelli che erano, ma oggi…

Quindi hai usato quel materiale per il disco?
Tantissimo!

Allora il suono più old school si spiega così…
Assolutamente. Ma anche il mio approccio è stato diverso. Continuavo a chiedermi cosa servisse a quel pezzo, di cosa ci fosse bisogno in quel punto, e ne è uscito un disco lento, un po’ troppo pensato, come quando il professore pensa troppo. Come quando non vedi più gli alberi. Cioè, quando vedi gli alberi ma non vedi la foresta.

E volevi che Parts Of Life suonasse più urgente, diretto?
È semplicemente successo, anche a causa di Back To The Future [il triplo mixtape in cui Paul mette mano alla techno delle origini]. È stata un’esperienza che mi ha scosso, mi sono reso conto di quanto fosse semplice fare ottima musica pur in quegli anni, con quegli strumenti limitati. Ascolti quella roba e ti accorgi di come gli artisti non avessero grandi piani o che altro; oggi c’è gente che mette insieme una traccia e poi la promuove e poi vuole andare in studio e poi e poi e poi. All’epoca, prendi, che ne so, il ‘91, ci si divertiva. Punto e basta. L’obiettivo, forse, era di arrivare a stampare 500 copie di un album e fare in modo che qualche dj potesse passarlo e che quindi della gente ballasse sui tuoi pezzi.

Back To The Future è stata quindi un’esper…
Mi ha ripulito. Ho buttato fuori tutto e mi ha permesso di liberarmi di tutto quello che non era necessario.

Ah. Nemmeno questo ti ha fatto scattare la voglia di scoprire cosa succeda nella scena techno contemporanea.
No. [per la prima volta da che sono entrato nella stanza Paul rimane in silenzio…] No.

È stata l’unica risposta secca che mi hai dato finora!
Il mondo techno oggigiorno è pieno di quella merda EDM o di roba minimale con quella cassa bum bum bum che non mi dà assolutamente niente. Li rispetto come artisti, ma non fa per me. Oppure quelle cose atroci BRUM BRUM BRUM WO WO [presumo si riferisca ai drop raffinati].

Ok, capito l’antifona. Arriviamo così al prossimo argomento: l’importanza di essere soli. Ti piace lavorare da solo, e questo si vede abbastanza nei tuoi ultimi video, che sono delle registrazioni in locali vuoti. Il tuo manager poco prima di entrare mi raccontava che oggi pomeriggio filmerete un brano allo Spazio Novecento, dove suonerai stasera. Oggi però il posto sarà deserto.
Sì, tanto le canzoni finiranno su YouTube in ogni caso, quindi ci siamo detti che tanto vale che le carichiamo noi con un video fatto bene, piuttosto che vederle uploadate da chissà chi.

Farete un video per ogni canzone?
Massì, tanto ci mettiamo un quarto d’ora.

E la scelta di essere da solo nei video, di nuovo, è qualcosa di specifico?
Beh, il locale è chiuso, chi altri ci dovrebbe essere?

Ok, messa così, stronzo io a chiederlo.
Ah! Prima che tu mi faccia la prossima domanda, sono io ad avere una richiesta, anzi, un annuncio! Sto cercando qualcuno! Sto cercando il tizio che canta in “Part Six”! Non so chi sia!

Come sarebbe non sai chi sia.
È una registrazione che ho trovato sul mio hard disk. Poi mi sono ricordato, dev’essere stato quindici, sedici, diciassette anni fa. Questo tizio mi venne consigliato dai ragazzi della Electric Kingdom, mi dissero che aveva una bella voce e che poteva passare da me per registrare qualcosa. Così un bel giorno di sedici anni fa questo tipo venne da me, io ero giovane e lui era molto più vecchio di me, era inglese ed abbastanza ubriaco. E registrò quei versi.

Abbiamo già il titolo per l’articolo: Paul Kalkbrenner sta cercando il cantante della sua canzone.
Sì, se sei là fuori per favore mettiti in contatto con noi! Ci sono anche dei diritti d’autore per te! E devo essere sincero, non mi sarei mai ricordato di lui se non fosse stato per quel file. Non l’ho mai più visto, penso se ne fosse andato da Berlino. Uomo, inglese, che una quindicina d’anni fa era più o meno sulla quarantina.

Quindi stiamo cercando un inglese di circa cinquantacinque anni che viveva a Berlino ad inizio duemila e che ha cantato la tua canzone.
Aveva una giacca di pelle. E quella voce davvero particolare, dovrebbe essere in grado di riconoscersi.

Lo troveremo. Parlando di anni passati, quest’anno è anche il decennale di Berlin Calling, e il tuo manager poco fa lamentava di come ancora un sacco di giornalisti arrivino alle interviste e ti chiedano del film. A te scoccia questa cosa?
Nah. Anzi, te lo anticipo: per il decennale potremmo avere in cantiere dei remix di altri artisti.

Adesso vorrei parlare un attimo dei tuoi concerti, visto che stasera suonerai qui e sarai in Italia per diverse date nel corso dell’estate. Hai già visto il posto?
No, l’ultima volta che ho suonato a Roma in un club di queste dimensioni sarà stato almeno dieci anni fa, sono molto contento di rifare una cosa del genere. Oltre al fatto che concerti più piccoli servono anche per perfezionare lo spettacolo che poi farò ai festival estivi più grandi. Luci, proiezioni, tutte quelle cose, così una volta che inizia ufficialmente la stagione estiva siamo tutti pronti.

Già, perché tu ogni volta che sali sul palco suoni, non mixi.
Mi porto i semi sul palco, poi li pianto e li faccio crescere e diventano canzoni. Cerco di fare live il più possibile.

E vista questa tua modalità di lavoro cosa preferisci: concerti più raccolti e intimi o i megafestival con platee sterminate?
Amo i festival e le folle oceaniche. Dopo tutti gli anni passati a farmi venire l’agorafobia a furia di suonare in posti da claustrofobia mi sento molto più al sicuro in mezzo a centomila persone. Almeno il palco è grande e ci sto sopra. Non come facevo una volta, dove stavo in mezzo alla pista, l’unica cosa che avevo con me era la console e la gente mi ballava sopra e io ero tutto agitato [si guarda attorno allarmato con aria preoccupatissima].

Immagino che dev’essere stato un bel salto, da situazioni come quelle alla porta di Brandeburgo per i venticinque anni della caduta del Muro. Come ti sei sentito in quell’occasione?
È stato meraviglioso. La caduta del Muro è un po’ ciò che ha reso possibile quello che faccio oggi. Oltre al fatto che, insomma, un invito da parte del governo non è che ti capiti tutti i giorni.

Un po’ la quadratura del cerchio, che tu sia chiamato a celebrare l’evento che ha reso possibile che la techno arrivasse a Berlino.
Non proprio, la techno c’era già a Berlino ovest, ero io che ero a Berlino est, e se il muro non fosse caduto non avrei mai avuto modo di scoprirla. In realtà la caduta del muro mi ha permesso di “andare ad ovest”.

Ultima domanda: il prossimo film in cui reciterai?
Eh. No, basta. Non è roba per me. Non sarei nemmeno più in grado di farlo, all’epoca non ero viziato come sono ora, non facevo la star come oggi. Adesso con tutte quelle telecamere attorno non sarei più in grado nemmeno di seguire la prima regola: non guardare nella telecamera.

Paul Kalkbrenner suonerà al prossimo I-Days Festival, che si terrà tra giovedì 21 e domenica 24 giugno nell'area Expo di Rho, appena fuori Milano. Se poi ti stiamo molto simpatici, ci sarà anche la Cameretta di Noisey, uno stand tutto per noi.

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Andrea è uno dei Lord di Aristocrazia Webzine, vai a seguirlo su Instagram.

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