La guida di VICE alle Elezioni

Sei punti per provare a capire il caos uscito dalle elezioni

I Cinque Stelle hanno sbancato, la Lega è partito di destra più forte d'Italia, il PD è esploso e formare un governo sarà un'impresa quasi impossibile.

di Flavia Guidi
05 marzo 2018, 11:44am

Foto via Facebook.

È stata una notte lunga e complicata, a seguito di una giornata altrettanto lunga e complicata—fatta di file ai seggi, servizi di telegiornale di file ai seggi, ricerche emergenziali di schede elettorali ed exit poll falsi.

Oggi è un altro giorno, e i risultati hanno cominciato a prender forma e a dirci cosa è successo e cosa dobbiamo aspettarci:

FORMARE UN GOVERNO SARÀ UN CASINO IMMENSO

Partiamo da un fatto: non ha vinto nessuno. Andando dritti al punto, da queste elezioni emergono sicuramente degli sconfitti (Renzi, Berlusconi, Grasso, Bonino) e dei vincitori (Salvini, Di Maio), ma nessuno ha ottenuto La Vittoria. La soglia del 40 percento necessaria a ottenere la maggioranza, come prevedibile, non è stata raggiunta e nella situazione attuale formare un governo potrebbe richiedere molto tempo e congiunzioni astrali incredibilmente favorevoli.

Una volta assegnata la totalità dei seggi, tutto passerà infatti in mano a Sergio Mattarella. Il primo rebus che dovrà risolvere è questo: dare l’incarico di formare un governo alla coalizione di centrodestra di Salvini, Berlusconi e Meloni, o ai Cinque Stelle? Scegliere la prima opzione vorrebbe dire escludere il primo partito del paese (e primo con margini ampissimi); scegliere la seconda vorrebbe dire non tener conto del fatto che è il centrodestra la coalizione che più si avvicina ad aver effettivamente vinto.

Mai come oggi ringrazio il cielo per non essere presidente della Repubblica. Le ipotesi che in queste ore si stanno formulando sulle alleanze necessarie a formare la maggioranza sono diverse: Lega-Cinque Stelle (che pare priva di fondamento, sebbene insieme i due partiti raggiungano oltre il 50 percento), PD-Cinque Stelle, Cinque Stelle o centrodestra con gruppi di fuoriusciti da altri partiti. Per adesso è tutta fantapolitica, e comunque non aspettiamoci soluzioni in tempi brevi.

IL VOTO AI CINQUE STELLE NON È SOLTANTO UN "VOTO DI PROTESTA"


Il MoVimento 5 Stelle dovrebbe attestarsi attorno al 32 percento. Il che vuol dire dieci punti percentuali in più rispetto al PD, secondo partito, e una crescita sensibile rispetto alle elezioni del 2013.

Se per capire come si muoverà d’ora in poi possiamo solo aspettare, una cosa è certa: il voto Cinque Stelle non è più soltanto un "voto di protesta." Piuttosto, il MoVimento si è affermato come il vero "partito pigliatutto," capace di raccogliere i disertori dei partiti di destra e di sinistra.

Durante la campagna elettorale si è presentato non come partito di opposizione, ma come partito che voleva andare al governo; e tutto ciò con un leader chiaramente identificabile e una squadra di governo. Forse è arrivato il caso di smetterla di definirlo un voto "antisistema," o di dare per scontato che il 30 percento di italiani che lo ha votato lo abbia fatto di pancia, e chiedersi invece quali sono le proposte e i messaggi del MoVimento che hanno convinto gli elettori.

SALVINI SI È MANGIATO BERLUSCONI

In ogni fase della campagna elettorale, Salvini ha alzato l’asticella della provocazione un po’ più su, fino a far temere che si fosse quasi spezzata e che non fosse in grado di ottenere i voti dei moderati di centrodestra, che avrebbero scelto Berlusconi.

Era tra loro due la partita per la leadership del centrodestra, e sembrava alla pari. Bene, non lo era: Salvini va verso il 18 percento dei voti. Praticamente vicinissimo al PD e nettamente più forte di Forza Italia. La leadership del centrodestra, come lui stesso ha ribadito, spetta a lui. Berlusconi questa volta non è riuscito nella rimonta, e il suo ritorno oggi appare più mediatico che politico.

IL PARTITO DEMOCRATICO NE ESCE DEVASTATO

ll Partito Democratico è il vero grande sconfitto di queste elezioni. La voce che non avrebbe raggiunto neanche il 20 percento circolava da tempo, ma sembrava quasi impossibile—invece, era tutto vero. Il PD dovrebbe fermarsi attorno al 19, perdendo circa 2 milioni di voti rispetto al 2013.

La sconfitta non è solo di Renzi, ma è inevitabile che sia lui il primo a doverne rispondere. E infatti, le ultime agenzie parlando di dimissioni da segretario del PD. O forse no, visto che il portavoce smentisce le voci.

Sapremo tra poco come e se si concluderà una parabola iniziata qualche anno fa e che sembrava destinata a durare molto di più.

IN FONDO, TUTTA LA SINISTRA ITALIANA NE ESCE DEVASTATA

A sinistra del PD non se la passano meglio. Liberi e Uguali, che nel picco della sua campagna elettorale in alcuni momenti sembrava poter aspirare a un (relativamente) buon risultato, si fermerà probabilmente appena sopra la soglia di sbarramento.

Di certo non si può dire abbia sottratto troppi voti al PD. Ne esce devastato anche D’Alema, sconfitto nel suo collegio in Puglia.

CASAPOUND HA PRESO LO ZERO VIRGOLA, E ROSICA

Nelle scorse settimane si è parlato molto del ritorno del fascismo in Italia. La notizia positiva è che questo ritorno del fascismo, per quanto sicuramente esistente a livello sociale, non si è trasformato in un voto a CasaPound—forse perché ha trovato sbocco in altri partiti maggioritari, ma questa è un’altra storia.

Quello che è certo, è che il leader di CasaPound, Simone Di Stefano, non l’ha presa bene e ha rilasciato un’intervista tra il comico e il tragico, attribuendo lo scarso risultato alla poca presenza in televisione.

Comunque, per ora possiamo stare comodi e tranquilli: oggi ci saranno i discorsi dei vari leader; il 23 marzo si insedierà il nuovo parlamento; allora ci saranno le elezioni di presidente di Camera e Senato. E solo dopo inizieranno le consultazioni di Mattarella.

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