Capibara Karol Sudolski
Illustrazione di Karol Sudolski.

Capibara è un'enciclopedia di sé stesso

Abbiamo intervistato il producer romano per parlare di 'Omnia', il suo nuovo album, che racconta la storia della sua generazione.
3.12.18

Capibara è di Roma e fa il producer più o meno dal 2013. Venerdì scorso ha pubblicato per La Tempesta Omnia, il suo nuovo album. È un'opera grandiosa, proprio nel senso che punta a una grandeur architettonica molto ambiziosa, un disco lungo, stratificato e di grande varietà. Tra una traccia e l'altra, ma anche all'interno della stessa traccia, si rischia di sentire il dub mescolarsi alla house e suoni ambient a ritmi latini. L'ascolto dell'album dall'inizio alla fine è un viaggio lungo un'ora e un quarto in cui ci si perde, trasportati in paesaggi artificiali che vanno dal pacifico scenario naturale alla giungla urbana al dancefloor.

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Quello che segue è il racconto di una chiacchierata di mezzora durante la quale abbiamo riso molto e parlato di stare chiusi in casa a guardare anime e giocare ai videogiochi, ma anche di come funziona la natura umana e di come impedire che l'abbondanza di informazioni ci trasformi in zombie.

Noisey: Partiamo dal titolo dell’album, Omnia. Essendo un disco in gran parte strumentale, le poche parole che compaiono sono importanti, quindi che concetto volevi esprimere intitolando l’album “tutto”?
Capibara: Non c’è un vero concetto principale, nel senso che, appunto, la parola rappresenta tutto. Però c’è una cosa simpatica a cui forse non tutti hanno pensato, che sarebbe che Omnia era anche il nome di quella enciclopedia virtuale che usciva con Panorama in edicola a fine anni Novanta o inizio Duemila, che aveva quell’estetica 3D con cui io sono veramente in fissa. Ricordo che ai tempi mettevo i CD nel computer solo per giocare con i menù interattivi. Anche in questo caso, volendo stabilire un parallelo, si tratta di un vocabolario, di un’enciclopedia, una specie di riassunto dell’essere umano. Ecco, invece il mio Omnia è un riassunto di me.

Nel comunicato stampa dici che questo album è un riflesso dell’ambiente in cui sei cresciuto. Puoi descrivermi questo ambiente?
Io sono nato a Re di Roma, un quartiere centrale vicino a San Giovanni. Quando ero piccolo era una specie di oasi felice piccolo-borghese romana, un po’ il simbolo della media borghesia degli anni Novanta. Poi è successo che la classe media italiana è morta, come ben sappiamo. E quindi alcuni sono diventati ricchi, alcuni indigenti. Così il quartiere da “famiglie bianche perbene” si è trasformato lentamente in un quartiere di fuorisede, di stranieri, immigrati. Quindi si notava uno scontro tra la signora di sessant’anni che non aveva mai visto una persona di colore in vita sua e il ragazzo di vent’anni che cercava i suoi spazi nel “quartiere perbene” romano. Eravamo praticamente tutti a disagio. E in questo disagio, in questa difficoltà di comunicazione riconosco il contesto in cui sono cresciuto.

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E questo che effetto ha avuto su di te?
Io seguo molto l’attualità e la politica, quindi applico delle nozioni di politica a quello che vedo nel quartiere o attorno a me. E una cosa che ho capito negli anni è che non esistono le persone giuste o sbagliate, ma solo le persone nate nel posto giusto o sbagliato al momento giusto o sbagliato. Siamo semplicemente il risultato di ciò che abbiamo intorno. Poi come reagiamo al contorno dipende dalla nostra natura. Così, io da bambino ero perfettino, classico prodotto della famiglia medioborghese, e piano piano l’influenza della politica sul mio quartiere e del mio quartiere su di me mi ha cambiato e fatto evolvere.

Omnia è un disco molto lungo e denso. Da cosa deriva questa scelta?
Di’ pure che è un disco pesante [ride]. È proprio perché a me piacciono le cose lunghe e pesanti, tipo se vedo che un film dura 2 ore e 40, o se un videogioco dura 70 ore, o un libro è particolarmente spesso, sono contento. Significa che c’è una potenzialità immersiva maggiore, che hai più tempo di ambientarti all’interno del suo mondo e di trovare quello che più ti rappresenta. E poi in un momento in cui si va sempre più avanti a singoli per cercare di monetizzare, visto che io tanto non faccio la musica giusta per fare soldi, tanto vale curare di più la parte estetica e artistica, tanto mica devo muovere i milioni. Posso fare il cazzo che mi pare.

Inoltre la lunghezza del disco serve proprio ad ammorbidire i passaggi di genere in genere, nel senso che levando alcuni brani sembrerebbe veramente un album schizofrenico, che passa da IDM a dancehall, da techno berlinese a rap.
Io l’ho concepito come un film, e ogni canzone per me è fondamentale. Se ne togli una non ti torna più l’insieme dell’album perché ti sei perso qualcosa. Ogni cosa sta lì per raccontare un passaggio fondamentale, se era superflua l’ho tolta anche perché altrimenti sarebbe venuto un disco infinito.

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A proposito di film, mi interesserebbe sapere come è avvenuta la scelta dei campioni spoken word che hai inserito nelle canzoni.
I sample derivano dal fatto che magari mi sono messo a guardare quel film o a giocare a quel videogioco mentre stavo cercando di chiudere una traccia, e le due cose si sono fuse insieme nella mia mente. Non sono cose messe a caso tipo clickbait, sono delle specie di easter egg, anche se alcune le posso capire solo io.

Questo è un disco dall’atmosfera solitaria, ma a un certo punto si apre a tre featuring (Maldonado, Dengue Dengue Dengue e Sxrrxwland), tutti piazzati uno vicino all’altro. Come va interpretata questa scelta?
Nulla è fatto a caso in questo disco. Come descrizione della mia vita, c’è la parte della solitudine e c’è la parte della “costrizione” della socialità. Però Maldonado e Sxrrxwland sono tra le poche persone con cui mi trovo a mio agio. Maldonado è un genio, passo grandi serate a casa sua a fare discorsi filosofici, è il Kant della Repubblica Dominicana. Dei Sxrrxwland sono il manager, e per me si meritano tutto il successo del mondo. I Dengue Dengue Dengue invece sono stati un incontro fortuito a un festival, e rappresentano un po’ tutte le persone che ho avuto la fortuna di conoscere in questi anni passati a fare musica, oltre che un onore perché hanno accettato di collaborare e come l’hanno fatto, restando sempre super disponibili, bravissimi e rapidissimi. Ognuno di questi featuring rappresenta una diversa parte della mia vita.

In questo disco ci sono tanti generi diversi e tante influenze. È un’idea che segue una tendenza più generale al crossover nel mondo del clubbing mondiale o soltanto una tua fissa?
Secondo me forse il difetto principale di questo disco, ma anche un suo pregio, è che non è troppo da club ma nemmeno troppo da live. Perché per il club le tracce sono troppo spezzate, non c’è la cassa che tiene la ritmica per tutto il pezzo. Se tu metti “Santa Roma” in un club, anche se ti pare coatta, probabilmente non funziona, perché non è pensata per quell’ambiente. Se a momenti può sembrare “dance”, è perché ne sentivo il bisogno, perché mi sembrava rappresentativo di quello di cui stavo andando a parlare. Non c’è intento di avere una certa “riuscita”, più ballabile o meno. Come esce, esce.

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Ma come spieghi questo incontro di sonorità tra Berlino e i Caraibi?
Beh, io sono praticamente cresciuto nelle dancehall di Macro Marco. Quindi da là ho preso tutta la roba del mondo caraibico, diciamo così, ma nel frattempo mi sono iniziato ad appassionare ai primi Telefon Tel Aviv, i primi Modeselektor (che mi hanno completamente distrutto il mondo)… e quindi sono cresciuto tra questi poli opposti, continuando a portarli avanti parallelamente. Tra l’altro io faccio elettronica ma è anche il genere che ascolto di meno, anche perché l’elettronica non è tanto un genere quanto un metodo. Per dire, uno dei gruppi che mi piacciono di più sono i The National, che non c’entrano un cazzo con quello che faccio. Però mi hanno influenzato tantissimo per come spezzano le tracce, per come costruiscono e mettono insieme le parti di una canzone, per le melodie che usano. Quello che voglio dire è che “Santa Roma”, per esempio, è più influenzata dai The National che da Berlino, per come la vedo io.

Hai detto che questo disco, più che una tua fotografia, è un “ritratto di come vivo la mia generazione”. Che cosa significa?
Come dicevo prima, io sono il prodotto del mio ambiente ed è questo ambiente che voglio rappresentare. Ma il mio ambiente più o meno condiziona tutta la mia generazione. Per dire: se io non ascolto techno, ma tutti i miei amici ascoltano techno, volente o nolente sono influenzato anche da quella. Quindi io sono il prodotto anche della mia generazione.

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Come ti inserisci nel contesto del panorama musicale italiano? Perché a volte ho la sensazione che sia il momento perfetto per fare una musica eclettica e personale come la tua, altre volte mi sembra che il pubblico voglia sentire sempre le stesse cose. Tu come la vedi?
Questo è un discorso lunghissimo, sono cose a cui ho pensato molto. Sai, siamo nel momento più ricco d’informazioni della storia dell’uomo. Però allo stesso tempo è il momento in cui abbiamo meno interesse a informarci. Metti che conosco dieci persone: solo una è appassionata a qualcosa. Le altre nove ricevono passivamente i propri ascolti musicali, le proprie visioni cinematografiche o i propri interessi. Intendo gente che va al cinema a vedere il film di cui parlano tutti, gioca a Fornite perché ci giocano tutti, si ascolta la trap perché mi sembra che esista solo la trap. Il momento è quello che è. E io non saprei davvero come collocarmi, nemmeno m’interessa. Sembra brutto da dire, ma l’unica cosa che m’interessa alla fine è che l’album piaccia a me.

capibara karol sudolski

Una delle grafiche di Karol Sudolski per Omnia.

Parlami un po’ del fattore estetico del disco, le grafiche. Che cosa c’è dietro?
Per quanto riguarda tutto quello che ha fatto Karol [Sudolski] è stato tutto molto veloce, nel senso che ci siamo capiti subito. La copertina preferisco sempre curarmela da solo, e mi è piaciuto cercare di andare in una direzione diversa dal lavoro di Karol, per creare un contrasto. Così fuori c’è questa copertina tutta bianca, un po’ “povera”, e dentro invece le grafiche ricchissime di Karol.

Qualche anno fa sarebbe stato stranissimo trovare un disco come il tuo sul catalogo de La Tempesta Dischi. Com’è nata la collaborazione?
È stata una cosa molto naturale e graduale. Stavo ultimando il disco, Molteni l’ha sentito e si è detto interessato, e siamo andati molto d’accordo fin da subito. Il lavoro è andato avanti in maniera molto naturale. Come dici tu, qualche anno fa sarebbe stata una collaborazione strana, ma da un po’ di tempo a questa parte, con Populous, Yakamoto Kotsuga e Myss Keta, hanno portato avanti un discorso che si avvicina molto alle mie idee. Certo, il suono “classico” de La Tempesta è diverso ed è quello che li ha portati a essere quello che sono, ma non ci vedo nulla di male ad ampliare gli orizzonti.

Del resto dal mio osservatorio privilegiato posso constatare che è un momento nella musica in cui tutti fanno un po’ il cazzo che gli pare, che è un fatto molto positivo a mio parere.
Siamo in un momento in cui non ci sono confini né barriere per le persone, per le idee, per le informazioni; figurarsi se si possono mettere confini o barriere all’arte.

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