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La politica italiana e la pornografia della ruspa

Non solo Salvini: sempre più politici italiani, di diversi schieramenti, pubblicizzano sui social le operazioni di sgombero di baracche e campi rom.

di Sebastian Bendinelli
27 novembre 2018, 10:47am

Foto via Twitter

All’alba dello scorso 20 novembre, 600 vigili urbani sono stati impegnati nello sgombero e nelle prime operazioni di demolizione di otto villette abusive appartenenti al clan criminale dei Casamonica, alla periferia sud-est di Roma. La notizia probabilmente non vi sarà sfuggita, dato che ogni minimo dettaglio è stato curato in modo da ottenere la diffusione mediatica più ampia possibile, con tanto di autobus ATAC organizzati per portare i giornalisti sul posto.

Il gesto simbolico dell’abbattimento delle villette, immortalato in diretta su Facebook, ha avuto un ritorno d’immagine indubbiamente positivo per la sindaca, che ha incassato un’approvazione difficilmente evitabile da parte di tutto lo spettro politico. I Casamonica erano un bersaglio perfetto: indifendibili da chiunque, tendenzialmente odiati non soltanto per le proprie attività criminali, ma anche, più o meno esplicitamente, per il fatto di essere di etnia sinti—e cioè (per la maggior parte dell’opinione pubblica) sinonimo di “rom” o “zingari,” come qualche titolista ha pensato bene di far notare e come ha dimostrato anche tutto il sottogenere narrativo dedicato alle suppellettili kitsch che arredavano le villette.

Ci si sarebbe potuti fermare qui: la sindaca della Capitale decide di far eseguire alcune ingiunzioni di demolizione vecchie di vent’anni, per dare un segnale forte contro abusivismo e illegalità. Invece, il successo dell’operazione è stato tale da scatenare immediatamente una sorta di febbre della ruspa, una corsa alla demolizione di tutto il demolibile—preferibilmente baracche di senzatetto o campi rom—che ha tenuto impegnati diversi esponenti politici nel corso di questa settimana.

Appena un giorno dopo “l’operazione Casamonica” è stato il turno della sindaca di Torino Chiara Appendino, che con un post messo in grande evidenza su Facebook annunciava “tra pochi minuti in diretta” l’abbattimento delle “baracche abusive” di un campo rom, come se si trattasse dell’inizio di un programma televisivo.

Si trattava in realtà soltanto della diretta della conferenza stampa che faceva il punto sulla demolizione, ma la scelta infelice delle parole ha riassunto perfettamente un fenomeno in corso da diverso tempo: la trasformazione di sgomberi e demolizioni in una sorta di format televisivo, da spendere sui social, che nella ruspa trova il suo simbolo-feticcio.

Ieri abbiamo assistito alla vetta massima di questa produzione, con le immagini di Salvini in persona che, alla presenza del governatore del Lazio Zingaretti, è salito a bordo di una ruspa per iniziare la demolizione di un’altra villetta abusiva dei Casamonica, alla Romanina. L’evento, naturalmente, è stato documentato con enfasi morbosa sui canali social della Lega e del Ministro dell’Interno, e ha mandato in visibilio i supporter del “Capitano”—che non si sono fatti mancare, anche qui, commenti razzisti riferiti all’etnia dei Casamonica.

Il corpo del leader che sale personalmente sulla ruspa, con un gesto di forza bruta a metà fra Benito Mussolini e Fabio Rovazzi, è servito a riportare prepotentemente al centro della scena il detentore originale del copyright sulla ruspa, che l’insolito zelo demolitore di Virginia Raggi rischiava di mettere in ombra. Per far questo, Salvini si è intentato meriti assolutamente non propri, dato che il destino della villa in questione era già stato deciso a gennaio dalla Regione Lazio. Quella di ieri, quindi, era soltanto una passerella mediatica.

Salvini ripete il tormentone della ruspa incessantemente da anni, invocandola ogni volta che c’è da attirare l’odio dei propri fan sullo straniero di turno: sotto forma di hashtag o nel tipico caps lock, nelle due sillabe aggressive della parola si concentra metaforicamente qualsiasi intervento repressivo o punitivo—anche quando non si tratta letteralmente di una ruspa.

La ripetizione ossessiva è riuscita col tempo a trasformare l’oggetto-ruspa in un simbolo immediatamente riconducibile a Salvini, tanto che, nel corso di una manifestazione a Roma contro il decreto sicurezza lo scorso 25 novembre, alcuni attivisti hanno deciso di dare fuoco a una ruspa giocattolo.

Ma, come spesso accade con le creazioni di fiction più fortunate, anche la ruspa ha cominciato a vivere indipendentemente dall’autore, e un po’ tutti si sono fatti avanti per rivendicarla. Non c’è stata solo la gara di demolizioni tra la Lega e il Movimento 5 Stelle: Dario Nardella, sindaco renziano di Firenze, ha messo sui social il video di uno sgombero avvenuto questa estate. E questa settimana anche Giorgia Meloni si è fatta immortalare alla guida di una ruspa giocattolo, mentre al fianco di Salvini nello stunt di ieri pomeriggio c’era un Nicola Zingaretti leggermente imbarazzato, che—nonostante il ruolo istituzionale—ha fatto da spalla alla propaganda salviniana proprio mentre sta lanciando la propria candidatura “da sinistra” alle primarie di Pd.

D’altra parte, se volessimo risalire indietro nel tempo, la paternità della ruspa contro i campi nomadi spetterebbe all’ex sindaco di Bologna Sergio Cofferati, che nel 2005 le adoperò per sgomberare una baraccopoli lungo il fiume Reno, entrando in conflitto con l’ala sinistra della propria maggioranza. Nel 2015 Cofferati ha esplicitamente respinto il paragone con Salvini, aggiungendo però che “un certo tipo di sinistra buonista e radical chic”—quella che, sembra di capire, non mostra di apprezzare le ruspe contro i poveri—“può inevitabilmente agevolare Salvini e il salvinismo.”

Ora che Salvini è già stato adeguatamente agevolato, possiamo notare come, al contrario, il dilagare della ruspa nel dibattito pubblico sia una dimostrazione efficace di come funziona la macchina della sua propaganda, che non soltanto detta l’agenda, ma anche le forme e i modi della comunicazione: la rincorsa alla ruspa è l’ennesimo tentativo, grottesco, di inseguire Salvini sul suo terreno. Così questo terreno si allarga e diventa la nuova normalità, fatta di amministratori locali che corrono a pubblicare sui social i video dei migliori sgomberi di campi rom e baracche—particolarmente zelanti i leghisti di Pisa—e sindaci che fanno a gara a chi sgombera di più.

Non è difficile capirne l’efficacia: la ruspa dà una gratificazione immediata (“massima soddisfazione,” ha scritto ieri il ministro su Twitter, con tanto di emoji), rappresenta l’esaudimento delle pulsioni peggiori dello spettatore—quelle che invocano la rimozione fisica del nemico, che in questo caso è quasi sempre lo “straniero.”

La banalizzazione di questa simbologia, ottenuta attraverso la ripetizione incessante, le battutine e lo sfottò, rappresenta una deriva particolarmente preoccupante e pericolosa, perché occulta e appiattisce la natura violenta del gesto. Non fa più nessuna differenza se sotto le ruspe ci finiscono le ville abusive di una famiglia criminale (sempre con la malcelata soddisfazione per la loro origine sinti), o gli accampamenti di fortuna di chi non ha altri posti dove andare, com’è successo ai migranti ospitati dal presidio di Baobab Experience il 13 novembre: lo spettacolo è lo stesso.

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