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opinioni

Cosa penso, da italo-siriano, delle reazioni di Salvini e della sinistra ai fatti in Siria

A proposito di antimperialismo, pacifismo e della vita in Siria prima del 2011.

di Shady Hamadi
18 aprile 2018, 12:08pm

L'autore.

Se sei siriano e vivi in Italia, in questo periodo rischi un esaurimento nervoso. "Venti di guerra soffiano in Siria" è uno dei titoli ricorrenti sui giornali degli ultimi giorni, da quando dieci giorni fa un attacco chimico ha fatto strage di civili nella Ghouta, la periferia orientale di Damasco. Ma la guerra non è cominciata dieci giorni fa—tenti di spiegare—bensì sette anni fa!

L'impressione è che una crisi come quella siriana venga chiamata "guerra" solo quando sono gli americani a intervenire, come successo con i bombardamenti mirati di questa settimana. E ciò ha conseguenze ben precise nel dibattito italiano—che vanno dai trumpisti nel caos al risveglio dei pacifisti di sinistra, che in nome del viscerale anti-americanismo finiscono per convergere sulle posizioni di partiti di destra come la Lega.

Di seguito voglio provare a delineare e analizzare questi fenomeni, più che altro come atto terapeutico nei miei confronti.

COSA CONOSCIAMO DELLA SIRIA?

Dal 2011 mi trovo a partecipare a conferenze e seminari sulla Siria in giro per l’Italia. Spesso mi capita di incontrare persone che ci sono state e che conservano il ricordo di "una nazione sicura" e di "un popolo gentile." In particolare la maggior parte dice di essere rimasta affascinata dalla convivenza fra cristiani e musulmani e non si spiega come sia possibile che un paese così tranquillo sia sprofondato nella guerra civile.

Partiamo da un punto, analizzando tali osservazioni. Hafez al Assad, padre dell'attuale presidente Bashar, ha preso il potere nel 1970 con un colpo di stato e fatto piazza pulita della vecchia guardia del suo partito, il Ba'ath, arrestando e incarcerando a vita Nurredin al Atassi e Salah Jadid, i due uomini forti della Siria prima del colpo di stato.

Dal 1970 in poi si è avviato il consolidamento dello stato di polizia che ha reso il paese "sicuro" grazie al lavoro capillare dei servizi segreti siriani, costruiti da Alois Brunner, ex gerarca nazista riparato in Siria negli anni Cinquanta. Mio padre, che apparteneva al Movimento dei Nazionalisti arabi, è stato testimone sulla sua pelle della brutalità della repressione: incarcerato e torturato diverse volte, è potuto tornare in patria solo dopo trent'anni di esilio.

Dalla presa del potere di Assad è stata avviata anche la confessionalizzazione del paese—intendo una divisone su base religiosa della società, non esplicita agli occhi di uno straniero. Il regime, infatti, ha offerto il suo supporto alle minoranze religiose a discapito della maggioranza sunnita, pur mantenendo stretti legami con la borghesia sunnita. Ricordo che nel 2009 mi trovavo in Siria nel villaggio natale della mia famiglia, tra Homs e Tartus, e nel senso comune chi parlava con la cadenza alawita—la setta religiosa alla quale appartiene la famiglia al Assad—veniva automaticamente ritenuto vicino agli apparati di sicurezza.

I matrimoni misti erano rari e l'unica istituzione religiosa che operava per il dialogo tra Islam e Cristianesimo era il monastero di Mar Musa, fondato da padre Paolo Dall’Oglio, suscitando però solo l’ostracismo delle autorità. Nonostante tutto questo, però, Bashar al Assad viene comunemente ritenuto un laico—come i vari Gheddafi, Saddam Hussein o Mubarak—da certi ambienti di sinistra e destra che si incontrano su posizioni estreme.

PERCHÉ ESTREMA SINISTRA ED ESTREMA DESTRA DIFENDONO ASSAD?

Due anni fa sono stato invitato a Roma a una fiera del libro. Sceso dal taxi ho visto che i muri intorno al parco in cui si svolgeva l'evento erano ricoperti di manifesti di CasaPound inneggianti ad Assad. Per loro, come per Forza Nuova, Lega e a tratti il Movimento 5 Stelle, in Siria è in atto una guerra per procura contro il governo legittimo del paese.

Le posizioni di queste forze politiche si allineano completamente a quelle di Mosca. Ideologicamente, questi partiti sono attratti dall'uomo forte, dall'autoritarismo e da quell'idea di ordine che vorrebbero importare in Italia. La loro naturale islamofobia passa in secondo piano quando devono difendere governi dittatoriali come quello siriano, che vengono dipinti come laici e come modelli da seguire.

Pochi giorni fa, ad esempio, in seguito ai bombardamenti americani sulla Siria, Matteo Salvini ha scritto che "qualcuno con il grilletto facile insiste coi missili intelligenti, aiutando peraltro i terroristi islamici quasi sconfitti," seguito dall'hashtag #stopIsis. Le posizioni della Lega sulla Siria non si sono mai distanziate da quelle della Russia, che ha sempre liquidato la crisi siriana come un complotto organizzato da potenze straniere per sovvertire il governo legittimo.

A rilanciare le parole di Salvini sono però arrivate due figure molto diverse da lui: il vignettista Vauro e Gino Strada, pacifisti per antonomasia. Cosa spinga Vauro e Strada—e riguardo a quest'ultimo non è in discussione il valore di quello che ha fatto e continua a fare—a intervenire pubblicamente sul conflitto siriano soltanto ora è piuttosto chiaro: quel sopracitato viscerale anti-americanismo che offusca la loro visione delle cose.

Mentre, ad esempio, l'indignazione per quello che accade nelle carceri in Siria—e non da sette anni, ma da 40—rimane congelata. Un testimone importante di queste atrocità è Mustafa Khalifa con il suo libro La conchiglia, che fa parte di quel filone della "letteratura del carcere" e nel quale racconta la sua prigionia nel penitenziario di Palmira dove, negli ultimi decenni, sono stati trucidati decine di migliaia di oppositori del regime.

I casi di Vauro e Gino Strada non sono particolari: la sinistra italiana ha un rapporto bizzarro con la Siria. Un altro esempio è Marco Rizzo, leader del Partito Comunista, che in un comunicato recente ha parlato proprio di un'ennesima "guerra imperialista" degli americani.

"Un conflitto," afferma il comunicato, "per il petrolio che ha causato più di mezzo milione di morti, destabilizzando un’intera regione e consegnandola nelle mani dei fondamentalisti islamici." In questa frase c'è tutta la miopia di un partito arroccato sugli scogli della sua ideologia. Liquidare la guerra in Siria come un conflitto per il petrolio significa non riconoscere che nel 2011 c’è stato un movimento pacifico che ha chiesto aperture al governo, e che la risposta di quest'ultimo è stata la violenza.

Inoltre, il fatto stesso di far sembrare che la guerra in Siria sia iniziata una settimana fa con i bombardamenti mirati degli americani non dà certo dignità alle vittime e alla storia dei siriani. Sarebbe bello chiedere a Rizzo se lui o i compagni di partito sono mai andati in un campo profughi a parlare con chi è scappato dalla guerra, se hanno mai visitato un carcere siriano per vedere i bracci in cui vengono rinchiusi i comunisti dissidenti.

Lo stesso discorso vale per quanti, oggi come in passato, si sono svegliati solo di fronte alla minaccia dei bombardamenti americani, dopo aver volontariamente ignorato gli altri bombardamenti, quelli russi e siriani... come se quelle sì fossero bombe intelligenti. Perché la giustificazione che molti di loro danno è che quei bombardamenti colpiscono i terroristi. Solo i terroristi!

COME USCIRE DALL'IGNORANZA SUL CONFLITTO SIRIANO?

"Chi dobbiamo sostenere?" è la domanda ricorrente che si pone una parte dell'opinione pubblica. La risposta dovrebbe essere scontata: la società civile, che rigetta sia la dittatura sia il fondamentalismo.

Anni fa, a Beirut, ho avuto la grande fortuna di incontrare dei ragazzi che avevano aperto una biblioteca ad Aleppo est, nella parte di città controllata dall'opposizione che di lì a poco sarebbe stata messa sotto assedio. Mi hanno raccontato che sotto i bombardamenti leggevano libri "per preservare la loro umanità."

Con realismo possiamo affermare che sotto l'aspetto militare—armi chimiche o meno—le sorti della guerra, che sarà ancora lunga, siano a favore del regime, grazie al supporto russo e iraniano. Ma la battaglia politica, cioè il riuscire a riaccreditarsi come interlocutore internazionale, non è scontata. Mezzo milione di morti e la pratica generalizzata della tortura sono due questioni che rendono ancora difficile il riproporsi di Damasco.

Oggi più che mai—lo abbiamo visto anche con il caso Regeni—è giusto e importante ascoltare quelle voci della società civile che agiscono sul campo in Siria per trasformarle in attori politici. A livello culturale, invece, mi chiedo come mai in Italia non ci sia un movimento che solidarizzi con gli autori siriani.

Shady Hamadi, classe 1988, è uno scrittore e attivista italo-siriano. Fino al 1997 gli è stato vietato di entrare in Siria in seguito all’esilio del padre.