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Perché bloccare la proposta sulla cannabis significa avere paura del futuro

Legalizzare determinate sostanze significa smettere di credere che l'unico problema della dipendenza da una sostanza sia il suo utilizzo.
Giulia Trincardi
Milan, IT

Mercoledì pomeriggio, il Comitato ristretto del Senato e le Commissioni riunite di Giustizia e Affari Sociali hanno bocciato la proposta di legge sulla legalizzazione della cannabis. O, meglio: anziché passare al Parlamento il testo presentato inizialmente — proposto per la prima volta nel 2016 dal parlamentare Benedetto Della Vedova, e nel frattempo rimbalzato senza speranza tra migliaia di emendamenti — hanno scelto di approvare un testo alternativo redatto dalla deputata Anna Margherita Miotto (PD), che riguarda però esclusivamente l'uso medico (limitato) della sostanza, e ne esclude del tutto, a differenza del primo, l'uso ricreativo.

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Ma ritardare (o boicottare del tutto) l'entrata in vigore di una legge che legalizzi la cannabis anche a scopo ricreativo significa escludere l'Italia da un dibattito e un cambiamento in corso a livello mondiale che non solo si sta rivelando significativo economicamente, ma anche da un punto di vista sociale e scientifico.

Quello economico è uno degli argomenti su cui si insiste di più quando si parla di legalizzazione, tanto per i ricavi effettivi che la legalizzazione della cannabis ha generato per gli stati che l'hanno implementata, quanto per l'ovvio contraccolpo che subirebbero mafie e mercato nero. Per non parlare di come si potrebbero ridurre i costi di tribunali e carceri, smettendo di perseguire penalmente chi gira con mezza canna in tasca.

Ma è anche uno dei più facili da fare: legalizziamo l'erba, così lo stato può tassarla e siamo tutti felici.

Un argomento più complesso da fare è invece quello che riguarda i pregiudizi che il proibizionismo comporta a livello sociale e di ricerca: "In Italia a parlare di cannabis si passa ancora per drogati," riportava Vice News l'anno scorso, in un articolo che trattava il caso di un ragazzo affetto da sclerosi multipla recidivante-remittente e per cui procurarsi legalmente la cannabis con cui curarsi era praticamente impossibile.

Negli ultimi anni, la ricerca psichedelica sta recuperando un terreno che le era stato sottratto nei precedenti 50. La messa al bando dell'LSD nel 1968 — e il generale giro di vite sull'uso di sostanze leggere e non nei decenni seguenti — ha reso estremamente complesso e dispendioso studiare qualsiasi sostanza psicoattiva per il suo potenziale medico, terapeutico e persino creativo. Il discorso vale anche per la cannabis.

Istituti come il MAPS o la Beckley Foundation stanno facendo la storia della ricerca psichedelica oggi — non solo perché utilizzano sostanze "proibite" (come MDMA, funghetti, LSD o ketamina), ma perché contribuiscono a cambiare il significato culturale e sociale di un determinato tipo di alterazione psico-fisica.

"Essere un drogato," quando la droga è legale, è una frase che perde molto del suo significato. Non è più, in altre parole, una scusa per emarginare determinati soggetti della nostra società. Legalizzare determinate sostanze significa smettere di credere che l'unico problema della dipendenza da una sostanza sia il suo utilizzo, e cominciare a valutare responsabilità e cambiamenti sociali diversi.

Come ha scritto Vice News, c'è sicuramente un parallelo tra la bocciatura di questo decreto e la fatica con cui l'anno scorso è stato approvato (previa ampia modifica) il DDL Cirinnà. In Italia, sembra sempre davvero difficile fare passi verso un progresso reale e non di facciata.

La cannabis si è già rivelata una sostanza efficace nel trattamento di numerose malattie e sindromi gravi (che, presumiamo, saranno state incluse nella proposta votata mercoledì), ma la decriminalizzazione del suo utilizzo anche a scopo ricreativo, implicherebbe un cambiamento ben più radicale, oltre che la possibilità di osservare gli effetti della sostanza su un campione umano molto più ampio. Infine, permetterebbe all'Italia di fare un passo verso un futuro dove, finalmente, si è capito che proibire per principio qualcosa non serve a niente. Invece, preferiamo ancora far finta di niente.