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La leggenda dei Behemoth

La lunga e travagliata storia della band di metal estremo ci insegna che si può maturare restando fedeli agli ideali del satanismo.

di Andrea Bosetti
04 ottobre 2018, 10:03am

Foto per concessione di Nuclear Blast.

“Sono sempre stato portato all’indipendenza, all’autonomia, al libero pensiero e alla libertà in generale. Satana è un simbolo molto forte di tutti questi valori, per me è stato molto naturale prendere le sue parti”. Parole che Adam Darski ha pronunciato ai microfoni del Guardian, uno dei quotidiani più liberal e allo stesso tempo rispettati della società occidentale, all’indomani dell’uscita di The Satanist, il disco che segnava il suo ritorno sui palchi di tutto il mondo dopo aver combattuto e sconfitto la leucemia. In così poco si riassumono tutti i concetti cardine che hanno fatto dei Behemoth uno dei pochi gruppi che negli ultimi venticinque anni sono riusciti ad uscire dalle ombre del metal estremo più underground e imporsi sul panorama internazionale come una rock band a tutto tondo, accettata e anzi voluta sui palchi di tutto il mondo nonostante un messaggio così fortemente sovversivo e provocatorio.

Oggi Nergal è riconosciuto più o meno in tutto il mondo, ma prima di aggiungere il nome di una divinità babilonese al proprio documento d’identità Adam Darski era un semplice ragazzo polacco con la testa dura come il granito che non voleva saperne di fare ciò che gli altri gli imponevano. Come tante altre storie del mondo del rock, anche questa iniziò per un profondo, purissimo desiderio di anticonformismo: Adam voleva fare di testa sua, e i capelloni che facevano un sacco di casino con la chitarra erano le figure giuste da prendere a esempio. “Sono un satanista, mi definisco un vero seguace di Satana (...), è un argomento molto personale ed è molto difficile da spiegare”, diceva a diciassette anni e con un inglese zoppicante in una vecchissima intervista. Dai diciassette ai quarantuno di sale in zucca ne ha messo tanto - su tutti, oggi Nergal condanna qualsiasi implicazione politica nella musica, soprattutto estremista, e non si sognerebbe mai di salutare Hendrik Möbus - ma il desiderio di scioccare l’interlocutore è rimasto assolutamente invariato.

Con l’andare degli anni e con la maturazione della band, Darski è andato assolutamente oltre, scalando una china molto ripida, raggiungendo le più alte vette di provocazione mai toccate. A differenziare i Behemoth dal resto della scena black metal, che certo non ha mai lesinato sulla provocazione, è la mancanza di qualsiasi atteggiamento punk e nichilista, in favore di un approccio via via sempre più pensato, più sofisticato e colto. Le prime associazioni che fai quando pensi al black metal sono ragazzini che non sanno bene cosa stanno facendo, la Norvegia, le stavkirke in fiamme, la cronaca nera. Certo, anche i Behemoth erano così ai tempi di From The Pagan Vastlands, ma quando i loro fratelli maggiori scandinavi per un motivo o per l’altro si sono fermati (di solito perché qualcuno ci lasciava la pelle o finiva al gabbio), la combriccola di Danzica ha pigiato fortissimo sull’acceleratore, si è reinventata, ha continuato a evolversi e a costruire il proprio mito, arrivando a consolidare una fanbase più unica che rara nel mondo del metal estremo.

Come è ovvio, una formazione che arriva dalla gavetta e che era partita come una delle tante band dedite a bestemmiare Dio, se riesce a “farcela” viene vista con sospetto, spesso con vera e propria invidia, da un sacco di gente, e infatti i Behemoth hanno una discreta schiera di detrattori. Questi tipici esemplari di “era-meglio-il-demo”, piccoli mangiatori di carogne particolarmente diffusi nel microclima metallaro, solitamente rifiutano il successo commerciale di qualsiasi band, tacciandola per ciò stesso di essersi venduta. Poco importa che questa band abbia sì venduto milioni di dischi e calcato i palchi dei festival di mezzo mondo, ma urlando “Samael be Thou my ally!” e facendosi letteralmente la galera per questo: comunque il primo demo era l’unica cosa buona che abbiano mai pubblicato.

Fortunatamente, al di là di queste voci fuori dal coro, il numero dei fan del gruppo polacco non accenna a diminuire. Sicuramente quello di Nergal è un personaggio oggi costruito a mestiere, che non perde occasione per mettersi in mostra, tra un account Instagram da un quarto di milione di follower e una comparsata a Radio Lombardia, altrettanto sicuramente l’istrionico frontman si è fatto un culo a capanna per arrivare dov’è ora e nessuno gli ha mai regalato niente, anzi. Se tanto mi dà tanto, nel caso specifico dei Behemoth il successo ha portato con sé anche un quantitativo inverecondo di problemi, che certo la band non avrebbe mai avuto se fosse rimasta a suonare negli scantinati maleodoranti cui il metal estremo è più abituato. Vale la pena fare un riassuntino di tutte le volte che qualcuno ha cercato di mettergli i bastoni tra le ruote.

Tanto per cominciare, non si può rimproverare ai Behemoth di non avere la faccia tosta: va bene prendersela con la Chiesa, ma fare a pezzi bibbie sul palco continua ad essere rischioso anche in tempi recenti, e farlo più o meno ad ogni concerto durante tutto un tour internazionale a supporto di un disco che si chiama The Apostasy è un po’ come cucirsi un bersaglio addosso. D’altronde, a Roma devono preoccuparsi dell’integrità della propria immagine, ed è decisamente più facile attaccare una rock band che non, boh, il Boston Globe, per cui ecco servita una bella citazione in giudizio davanti al tribunale polacco per offese al cristianesimo. Poco importava che il fatto fosse accaduto nel 2007 e che l’attore, il politico conservatore legato alla Chiesa cattolica Ryszard Nowak, si fosse svegliato con giusto quei tre anni di ritardo: dal 2010 al 2013 Nergal, Inferno, Orion e Seth hanno fatto avanti e indietro dalle aule di giustizia, arrivando addirittura a essere difesi da pareri dottrinali della Commissione Europea. Negli ultimi anni si sono perse le tracce della causa, che non ha più ricevuto attenzione mediatica, ma Darski in prigione non ci è finito, quindi c’è da sperare che si sia risolta nel migliore dei modi.

Questo fallimento deve aver fatto rosicare parecchio i conservatori polacchi, che giusto pochi mesi fa hanno nuovamente tentato di sabotare Nergal, questa volta usando come scusa il design scelto per una maglietta. Il partito di maggioranza Prawo i Sprawiedliwość (di cui il suddetto Nowak fa parte) ha accusato i Behemoth di oltraggio alla Polonia, poiché la maglietta “Republic Of The Unfaithful” rappresenta una rilettura dello stemma polacco che al governo proprio non è piaciuta. E sì, in Polonia una situazione del genere potrebbe configurare una fattispecie penale, o quantomeno illecita, segno che a quanto pare non siamo solo noi in Italia ad avere qualche problema con l'interpretazione delle leggi.

Oltre all’amore della classe politica di casa propria, i Behemoth hanno avuto delle piacevoli esperienze anche altrove: nel 2014, durante un tour a supporto di The Satanist in Russia, si ritrovarono nientemeno che in prigione per una questione burocratica legata ai visti, che puzzava moltissimo di problema ideologico. Fortunatamente per il gruppo, dopo un primo spavento, un appello online e una notte in una cella sporca di feci senza poter nemmeno andare in bagno, tutto si è risolto con una sanzione pecuniaria minima e… la deportazione dal Paese. Con tanti saluti al tour in Russia, annullato dopo appena quattro concerti dei tredici programmati.

Eppure neanche la burocrazia post-sovietica è stata il peggior problema che Darski ha dovuto affrontare, perché niente può essere paragonabile al calvario passato dal musicista tra il 2010 e il 2012: la leucemia. Nergal racconta molto del suo inferno privato nelle chiacchierate poi raccolte in un libro/intervista, ma è ovviamente impossibile dare l’idea di cosa significhi vivere una situazione del genere attraverso la carta stampata. L’impatto che la malattia ha avuto sul frontman polacco è evidente sotto tutti gli aspetti: dal suo aspetto fisico, oggi decisamente più minuto e asciutto rispetto a dieci o quindici anni fa, al suo approccio ai concerti (da brividi, la prima volta che rividi i Behemoth dopo il periodo di fermo, il trasporto con cui Nergal urlò dall’alto del palco “Feels great to be alive” prima di attaccare “Christians To The Lions”). E, indubbiamente, guardare la morte negli occhi ha influito sensibilmente anche nel rapporto che Darski con il proprio corpo. In ultimo, è la musica stessa dei Behemoth ad essere profondamente cambiata: il percorso di continua crescita che li ha portati dal black metal ad una forma estremamente concettuale di death/black dai testi estremamente complessi e interessanti, con gli ultimi due album ha fatto un netto passo avanti tra Evangelion, l’ultimo disco prima della malattia, e The Satanist, arrivato cinque anni dopo.

I Loved You At Your Darkest, l’undicesimo album in studio dei Behemoth, esce proprio questa settimana, ed è un’ulteriore stoccata a Dio e a tutti i suoi fedeli: un disco massiccio, ampio, pieno di spunti musicali e traboccante di riferimenti culturali. Come ogni nuovo disco dei Behemoth, anche questo sgomita per ricevere le attenzioni dei media conservatori con canzoni che si chiamano “God = Dog” (una citazione crowleyana, mi ha spiegato) e con trovate successive come il God = Dog Food, “la prima volta nella storia dell’umanità in cui una croce serve uno scopo”, e Nergal è di nuovo sulla cresta dell’onda, sempre in giro per qualche promo day, mostra o evento di sorta cui fare presenza. Essere una celebrità a tutto tondo è indubbiamente un successo personale dopo tanti anni di impegno e lavoro, ma anche un’ulteriore, piccola rivincita per essere stato cacciato dallo show televisivo dove faceva il giudice, l’edizione polacca di The Voice. Le ragioni dell’allontanamento? Che domande: aveva preso per il culo i preti.

I Behemoth saranno in concerto all'Alcatraz di Milano il 16 gennaio 2019. Acquista i biglietti su TicketOne.

Andrea è uno dei Lord di Aristocrazia Webzine. Seguilo su Instagram.

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