Come è cambiata la mia vita dopo essere diventato un whistleblower

Nel 2008, sistemista informatico Hervé Falciani ha trafugato e diffuso i dati di 130.000 conti bancari nella sede svizzera della Hsbc Private Bank: l'abbiamo intervistato per capire come se la passa oggi.

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mag 30 2016, 11:00am

[Foto di El Diario/Creative Commons]

Tra il 2006 e il 2007, il sistemista informatico Hervé Falciani trafugò i dati di 130,000 conti bancari nella sede sede svizzera della Hsbc Private Bank, e nel 2008 cercò di diffonderli tra i governi di tutta Europa: identità, movimenti di denaro, depositi 'segreti'.

Protagonista di quello che è stato definito come "il più grande leak bancario della storia", Falciani vive oggi di consulenze e di progetti per la realizzazione di sistemi bancari alternativi. A novembre dell'anno scorso, tuttavia, l'uomo è stato condannato da una corte federale svizzera a cinque anni di carcere — dichiarato colpevole di 'spionaggio economico'.

VICE News ha parlato con Falciani via Skype, poche settimane, fa per capire come la sua quotidianità sia cambiata dopo il leak, e se sostenga ancora la decisione di diventare un whistleblower.

VICE News: Come hai pagato per le tue segnalazioni?
Hervé Falciani: Sono stato condannato a cinque anni per spionaggio economico. In Svizzera considerano il mio operato un'attentato alla nazione. Noi whistleblower siamo ritenuti un rischio per la tenuta economica dell'Europa. Ma è un errore: se fossi una minaccia per qualcuno, lo sarei solo per l'1 per cento della popolazione.

Quando è uscito il tuo libro 'La cassaforte degli evasori' (Chiarelettere, 2015) hai parlato della missione di creare consapevolezza per risvegliare le coscienze. È cambiato qualcosa? Ti ha aiutato questa attività?
La consapevolezza e il cambiamento passano solo dai giornalisti. Quello che facciamo noi whistleblower è solo creare un'occasione per parlare delle ingiustizie. Da parte mia cerco di prendere parte ad attività di consulenza, per dare maggiore visibilità al tema. Partecipo ad incontri pubblici, parlo con politici e movimenti. Questo chiaramente aiuta, anche me. Cerco di proporre sistemi finanziari alternativi, in cui non ci sia spazio per corruzione e conflitti di interesse. Sto lavorando, per esempio, ad un sistema di pagamento che non prevede l'euro. Nascerà in Spagna, ma lo proveremo anche in Italia e in Francia, in futuro. Nel vostro paese sono in contatto con il Movimento 5 Stelle, con cui condividiamo queste iniziative.

C'è mai stato un momento in cui hai pensato "ma chi me lo ha fatto fare, questa sfida è troppo faticosa"?
Non l'ho mai pensato e non l'ha pensato nemmeno la mia famiglia. Ci sono sempre momenti di stanchezza, ma è normale. Ognuno però sceglie il suo cammino: dal mio punto di vista è stato molto positivo intraprendere questo. Con l'esperienza che ho maturato mi sento psicologicamente meno esposto di chi è ossessionato dalla perdita del lavoro. A me non spaventa: ho un progetto, alternative, so per cosa lo faccio.

C'è un obiettivo che senti di dover raggiungere per dirti soddisfatto? C'è un esito che può avere la tua attività di denuncia? Farai il politico?
Diciamo che per ora sono soddisfatto così, trovo sempre un modo per andare avanti. Non ho mai pensato di dover fare qualcosa per forza. Penso che quest'esperienza mi abbia insegnato ancora di più l'importanza di fare cose insieme, di non stare soli.

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Dopo la condanna che cosa è cambiato per te?
La condanna ha rivelato che la mia azione aveva un peso. È stata sanzionata da una nazione, perché contro il suo interesse. Ma la condanna ha reso palese che era a vantaggio di tutti gli altri. È l'ennesima prova che la situazione è questa: ci sono Paesi che hanno interessi contrari a quella della popolazione. Per me è stata una medaglia d'onore in questa guerra economica. Sono stato il primo a riceverla. Tutti gli altri hanno negoziato e si sono fermati prima. Io non ho riconosciuto la legge Svizzera fin dall'inizio. E la condanna è riconosciuta dall'Interpol come condanna politica. Nessuno può estradarmi se non per motivi politici. È una vittoria per me.

A fine aprile è cominciato il processo ai whistleblower dello scandalo LuxLeaks, Antoine Deltour e Raphaël Halet, ex dipendenti della società di consulenza PricewaterhouseCoopers (Pwc) accusati di aver consegnato alla stampa i documenti sugli accordi fiscali segreti in Lussemburgo, all'epoca guidato dal presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker. Che cosa hai pensato quando hai saputo del processo?
Ho pensato che denunciare è sempre stata una sfida tra chi vuole mantenere un'asimmetria delle informazioni e chi potrebbe pareggiarla. Quelli che mantengono questa situazione lo fanno per interesse. Se hai informazioni importanti, sta a te la scelta: far parte della minoranza che approfitta degli altri oppure sfidarla, esponendoti. Il segretario del partito comunista francese [Pierre Laurent, ndr] mi ha dato poco tempo fa la copia del suo ultimo libro: "99%". Lo spirito è quello, denunciare chi fa parte dell'1 per cento. Quelli che possono gestire più o meno bene le conseguenze di questa scelta radicale sono coloro che hanno consapevolezza di quello che comporta questa sfida.

Non c'è modo di scampare delle conseguenze nella propria vita personale. Come si resiste a questa pressione?
Più o meno è facile da prevedere quello che accadrà. Non tutti però reagiscono allo stesso modo. Mi vengono in mente casi come quello di Stephanie Gibaud, che oggi denuncia di essere lasciata sola dopo aver svelato i segreti di Ubs Banca, o dello stesso Antoine Deltour, che non era consapevoli fino in fondo di ciò che stava facendo.

Perché è importante per te?
Quando si denuncia, non ci sono in mezzo solo storie nazionali o personali. C'è sempre un contesto internazionale in cui ci sono gli Stati Uniti contro il resto del mondo. Washington è l'unico luogo dove si possono comminare delle multe agli altri Paesi. Lì le denunce hanno effetti. La legislazione sulle fughe di notizie degli insider esistono da tempo. L'Europa è ugualmente esposta, ma non ha leggi. Denunciare serve: qualcuno deve punire l'1 per cento per essersi appropriato di ciò che non gli spetta.

Che consigli daresti ad un europeo che ha in mano informazioni sensibili e vorrebbe renderle pubbliche, ma ha paura delle conseguenze?
Penso che debba rivolgersi alla stampa. I più attrezzati per gestire informazioni così sono i consorzi dei giornalisti, come ICIJ (International Consortium for Investigative Journalists, di base a Washington, il gruppo che ha pubblicato tutti i grossi leak bancari degli ultimi anni, ndr). La circostanza che sia un consorzio americano ad avere le informazioni offre di certo un vantaggio agli Stati Uniti. Ma meglio scendere a questo compromesso e lasciare che siano gli Stati Uniti a mettere in ordine le cose, piuttosto che lasciare tutto così com'è. Altrimenti il prezzo da pagare sarà sempre troppo grande.

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Cosa intendi?
C'è un prezzo sociale in questa sfida, e lo stiamo pagando solo noi. Quello che ho detto io, che ha detto Antoine Deltour e che dice John Doe [il nome fittizio del whistleblower dei Panama Papers, ndr] è sempre lo stesso: siamo tutti noi a pagare per la ricchezza dell'1 per cento. Non è più sostenibile. Per cominciare a vincere, dobbiamo mettere paura al nemico. E hanno paura delle informazioni che arrivano a Washington. Ti faccio un esempio. Visto che ormai dopo la condanna non posso più stare in Svizzera, mi capita di vivere per parecchio tempo in Spagna. Qui, anche nel paese più sperduto, le banche ti fanno firmare un documento per farti dichiarare che non hai soldi negli Stati Uniti. Non è la Svizzera che nasconde i soldi di cui il sistema finanziario europeo ha paura, ma degli Stati Uniti che li multano. Al momento questa è l'unica opzione: "esternalizzare" la pulizia dai corrotti e dagli evasori, fare in modo che gli Stati Uniti possano far pagare l'1 per cento.

Cosa credi che l'Europa debba fare per mettersi al pari degli Stati Uniti in termini di protezione di chi denuncia? Gli esempi dei whistleblower possono portare l'Europa a migliorarsi?
Non credo che l'Europa esista, in realtà. Credo esista solo un suo tentativo. L'Unione europea oggi non è efficiente in nulla. Non penso che ci possa essere alcuna possibilità che quello che chiamiamo Europa possa proteggere qualcuno che denuncia le sue pecche. Semmai aumenta la sua esposizione. Si delega sempre ai Paesi membri, senza poi obbligarli a rispettare le normative centrali. L'Unione che esiste è solo bancaria.

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Foto via Wikimedia Commons

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