Una manifestazione contro il numero chiuso in Statale. Foto via Facebook/Studenti Indipendenti.
In questi giorni la mia università, la Statale di Milano, è al centro di una serie di proteste che sono finite anche sulla stampa e sui telegiornali nazionali. Riguardano l'adozione del numero chiuso per la facoltà di Studi Umanistici—che comprende tra gli altri i corsi di laurea in Lettere, Storia, Filosofia, Lingue e Beni Culturali e Ambientali—e hanno già dato vita a diversi presidi, lezioni in piazza e azioni congiunte di studenti e docenti: tutte cose che qui non si vedevano da parecchi anni, più o meno dai tempi dell'Onda e delle proteste contro la riforma Gelmini.Quando nel 2012 mi sono iscritto a Lettere Moderne (di cui oggi frequento la magistrale), le mie altre opzioni comprendevano Chimica e Architettura. Non nego che al di là della passione per la letteratura e la scrittura, nella scelta finale abbia pesato il fatto che le altre due facoltà prevedessero un test di ingresso. L'idea del test mi aveva scoraggiato anche solo per la possibilità di perdere tempo e di frustrare le mie speranze, peraltro testandomi preliminarmente su materie che al Liceo Classico non avevo avuto modo di approfondire a sufficienza. Per fortuna Lettere non mi ha deluso, e anzi ora sono molto soddisfatto della mia scelta—per cui devo in effetti ringraziare anche il fatto che si trattasse di una facoltà aperta alle iscrizioni.Anche per questo ho partecipato a tutte le manifestazioni di questi giorni, compresa l'"occupazione" del Senato Accademico in cui alcuni studenti sono entrati durante le votazioni sul numero chiuso per farle saltare e rinviare. E per mettere le mani avanti: non sono un figlio di papà né un fancazzista. Pago le tasse in fascia medio-bassa e sono in corso. Non faccio nemmeno parte di collettivi o strutture politiche universitarie. Ma sono contrario al numero chiuso, anche solo per il modello elitario di università che comporta in un paese penultimo in Europa per percentuale di laureati.I motivi sono diversi. I test per il numero chiuso ad oggi proposti favoriscono innegabilmente, per il tipo di competenze richieste nei quesiti, gli studenti provenienti dai licei (in particolare dallo scientifico) rispetto a quelli formatisi in scuole professionali. E questo mi appare particolarmente dannoso in facoltà come Lettere o Filosofia. Dando spesso ripetizioni ad altri studenti, conosco bene la situazione: non è detto che uno studente che parte da conoscenze pregresse adeguate si riveli migliore sul lungo periodo di chi alle superiori non ha mai visto un vocabolario di latino. I test sono inoltre a crocette, e in quanto tali rischiano di essere totalmente arbitrari—obiezione fatta soprattutto nei confronti dei testi d'ingresso a Medicina.Ma perché, esattamente, si vuole introdurre il numero chiuso? In poche parole—la questione è burocratica e piuttosto complessa, ma per chi volesse la lista universitaria Studenti Indipendenti ne ha pubblicato un'analisi esauriente—i corsi di laurea di Studi Umanistici mostrerebbero un trend di iscrizioni con troppi studenti per troppo pochi docenti, e questo potrebbe provocare la loro chiusura qualora non si agisse per aggiustare il rapporto. Tra la scelta di ampliare il corpo docente o ridurre quello studentesco, la facoltà sembra aver optato per quest'ultima.In questi giorni ho avuto modo di parlare con molti altri studenti e docenti contrari, e una delle prime obiezioni fatte è che difficilmente il trend si ripeterà nei prossimi anni. Le iscrizioni infatti, rilevano, risultano gonfiate dall'introduzione del numero chiuso a Scienze Politiche, che ha causato un crollo delle immatricolazioni (303 su 400 posti previsti) dato che gli aspiranti studenti, colti alla sprovvista dalla novità, avrebbero evitato a prescindere il test e ripiegato in maggioranza su Storia e Filosofia.Ma per altri si tratta di una scelta prettamente politica, che va verso la promozione—a scapito delle facoltà umanistiche—delle facoltà più redditizie, come quelle di medicina o economia, che attraggono gli investimenti dei privati.Anche l'idea che il numero chiuso dovrebbe favorire l'inserimento nel mercato del lavoro appare a molti piuttosto criticabile, e soprattutto a coloro che vedono un possibile sbocco della propria carriera di studi nell'insegnamento universitario. Del resto, se le facoltà umanistiche fossero esclusivamente finalizzate a farti trovare lavoro bisognerebbe stravolgere il loro programmi, in alcuni casi abbassando la qualità della didattica fino a farle perdere di senso. Come tra l'altro si sta cercando di fare, visto che già l'anno scorso nella mia facoltà sono stati ridotti gli appelli d'esame da 10 a 6, con la motivazione di responsabilizzare gli studenti alle difficoltà che dovranno affrontare nella vita lavorativa.Dopo la prima riunione e il primo presidio, anche molti docenti si sono dichiarati contrari al numero chiuso o favorevoli a un rinvio della decisione. È stato allora che il Rettore, Gianluca Vago, ha deciso di convocare una seduta del Senato Accademico per deliberare al riguardo, in quanto argomento di interesse strategico che riguarda tutta l'università. E proprio quest'azione—che ha provocato le proteste degli stessi docenti e a cui infatti sono seguite lezioni aperte in piazza Fontana—fa pensare a molti che la questione oltre che politica rispecchi interessi non proprio di dominio di tutta l'università.Alcuni, per esempio, citano il trasferimento—fortemente incentivato da privati e Regione—della sede di Città Studi a Rho, sull'area di Expo, che comporterebbe un debito di circa 130 milioni per la Statale e pochi benefici per gli studenti, al netto di numerosi disagi: ridurre l'investimento per facoltà che non attraggono praticamente alcun finanziamento, come quelle umanistiche, permetterebbe di trovare più soldi. Altri puntano il dito contro l'introduzione di nuovi corsi di laurea, caldeggiati dal rettore, che non potrebbero essere introdotti se i punti organico della Statale—cioè i soldi destinati alle assunzioni di nuovo personale—venissero spesi per aumentare il numero dei professori nelle facoltà già esistenti. Altri ancora si spingono un po' più in là, ipotizzando che per queste ragioni di politica universitaria al rettore convenga diminuire il peso della facoltà di Studi Umanistici negli organi decisionali e di rappresentanza.La prossima riunione del Senato Accademico—in cui è probabile passi la mozione che stabilirà il numero chiuso a partire dall'anno accademico 2018-19—è prevista per oggi. Anche se si riuscisse a bloccarla, sarebbe difficile continuare a farlo per ogni futura seduta. Allo stesso tempo però, alcuni di noi non vogliono dare segni di cedimento cercando un compromesso.Visto che di fatto la rappresentanza studentesca ha pochissimo peso nel meccanismo di gestione dell'università, infatti, non sembra tanto importante impedire concretamente l'approvazione della legge da parte del Senato, quanto mobilitare e aggregare tutti coloro—studenti, docenti e ricercatori—che sono contrari a questa direzione per avviare un discorso più complessivo sull'università pubblica italiana e sul suo ruolo.Il discorso del numero chiuso, su cui si sono radunati numeri e forze sorprendenti, è solo una, per quanto importante, delle manifestazioni di una politica universitaria sentita da molti come poco inclusiva e rivolta più all'immediata soddisfazione di bisogni economici che a una valorizzazione della formazione. Ci sono anche molte altre esigenze degli studenti, anche più sentite, che non trovano riscontro: la riduzione degli appelli, l'inasprimento delle tasse universitarie, il caro libri, il trasferimento di Città Studi a Expo. Parlare di queste scelte e di ciò che le ha causate aggregherebbe molti più studenti e docenti che, come me, si sentono sempre meno valorizzati e sempre più abbandonati a se stessi.
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