Tutte le Tarantelle di Clementino

Abbiamo incontrato il Pulcinella del rap italiano e ci siamo fatti raccontare i suoi trionfi e le sue sconfitte, le sue speranze e i suoi rimpianti.
Giacomo Stefanini
Milan, IT
Clementino by @Chilldays
Foto di @Chilldays, per concessione di Universal Music

Io non riuscirei mai a fare la vita di Clementino. Anche durante il nostro breve incontro, cominciato con la coincidenza mistica di un mio tatuaggio che gli ricorda un inside joke tra lui e i suoi amici, il rapper napoletano non sta mai fermo: manda messaggi audio, cammina per la stanza, organizza gli impegni seguenti. Ero esausto solo a guardarlo.

È lo spirito di Pulicinella, come dice lui, che gli arde dentro, è anche che è appena uscito il suo nuovo disco Tarantelle e sta girando un film ed è pieno di cose da fare, è anche che il nuovo album e il nuovo tour rappresentano una nuova fase della sua vita, una rinascita dopo i problemi personali che l'avevano costretto a fermarsi per un po'.

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Dentro a Tarantelle c'è un universo iperattivo come il suo creatore: se "Chi vuole essere milionario?" con l'altro Rapstar Fabri Fibra si candida a tormentone estivo con un suono funky da discoteca di altri tempi, "Freddo", che inizia subito dopo, è una malinconica ballata quasi indie pop; c'è il reggaeton, il boom bap, c'è anche un po' di trap e Caparezza che fa la sua cosa.

Ma soprattutto c'è la consapevolezza di una vita e una carriera lunga e densa, sulla quale Clementino riflette in "Tarantelle (Che ne sarà di me?)", ripensando a quando era ragazzino e sognava di fare il rapper; c'è l'amarezza per essere caduto nell'abisso della droga ("La mia follia") e la gratitudine per aver iniziato il lavoro per uscirne ("Un palmo dal cielo"); c'è il panorama del momento incredibile che il rap italiano sta vivendo visto dal punto più alto, raggiunto con fatica e sacrifici; ci sono gli spiriti e c'è la vita quotidiana, c'è l'amore e c'è l'erba, ma soprattutto c'è il flow esperto e consapevole di un veterano che non ha dimenticato nulla di ogni palco che ha calcato, dalle gare di freestyle al teatro a Sanremo.

Ne parliamo nell'intervista qua sotto.

clementino tarantelle

La copertina di Tarantelle, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify.

Noisey: Le Tarantelle del titolo sono i guai che hai dovuto affrontare nella tua vita. Ma le cose negative vanno a braccetto con quelle positive: se non avessi passato tutte queste tarantelle, avresti imparato meno lezioni e avresti meno storie da raccontare. Giusto?
Clementino: Certo! Il concept dell’album è anche questo. Parlare delle tarantelle del passato con la prospettiva di oggi. Poi la tarantella c’è di tanti tipi: napoletana, salentina, eccetera. Come il mio album, che contiene tante cose diverse.

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Volevo proprio chiederti della varietà di questo disco. Da dove è venuta fuori? Credi che il nuovo modo di scoprire la musica, fatto di playlist e pezzi singoli più che di album monolitici, aiuti questo approccio più vario?
Mah, io ho semplicemente scritto settanta canzoni. Da queste, ne abbiamo selezionate 14. Di solito le migliori escono fuori da sole. Rispetto a quello che dici sono d’accordo: in un altro momento storico avrei dovuto fare o l’album serio, dark, introspettivo, oppure l’album divertente, pieno di banger. In questo caso invece ho potuto fare entrambe le cose, e va bene così, in questo modo può funzionare in diverse playlist. Anche se io consiglio di ascoltarlo dall’inizio alla fine.

Ormai nella scena italiana hai fatto tutto, dalla gavetta più infame a Sanremo. Soddisfazioni? Rimpianti?
Il mio unico rimpianto è di aver perso un po’ troppo tempo a cazzeggiare. Però poi, se ci penso, ho fatto dodici album tra album solisti, album nei gruppi, Rapstar, edizioni deluxe… Avrei voluto cazzeggiare di meno, ma per quanto riguarda la musica rifarei tutto. Le grandi soddisfazioni ci sono state: suonare con Pino Daniele, Jovanotti, Fabri Fibra, Caparezza; condurre il concerto del Primo Maggio; la standing ovation a Sanremo per “Don Raffaé”; qualche disco di platino, qualche disco d’oro; i miei genitori e i miei amici che mi vedono in TV e sono contenti del mio operato; ho anche suonato dal Papa al Circo Massimo!

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Infatti mi sembra che tu abbia fatto di tutto men che cazzeggiare! Visto che hai vissuto tante ere del rap italiano, come vedi questo momento nella scena? Perché il genere non è mai stato così popolare come oggi.
Io penso che ci siano rapper bravi e rapper scarsi, e questo vale anche per la trap. C’è stata l’era dell’hip hop reggaeton, l’era dell’hip hop reggae, boom bap… ora siamo nel periodo trap, ecco. Innanzitutto, si sa che quelli bravi rimangono nel tempo, al di là dei fenomeni passeggeri. Una cosa molto bella di questo periodo è che ci stanno notando anche all’estero. Ho saputo che Drake ha iniziato a seguire Sfera su Instagram! Spero tanto che collaborino, perché sarebbe una porta che si apre per tutti quanti. A quel punto anche altri rapper potrebbero accorgersi dell’Italia, che ne so, magari Snoop Dogg o Eminem potrebbero finire a collaborare con Fabri Fibra, Marracash, Clementino o Salmo, per esempio.

Anche tu stai facendo delle date in Europa, sbaglio? Come funziona per te all’estero?
Partiamo il 21 giugno da Amsterdam con il Tarantelle European Tour, durerà fino al due luglio. È bellissimo, sai perché? Perché i napoletani, i siciliani, i pugliesi, i calabresi, ma anche gli italiani del Nord e del Centro, si spostano tanto per lavorare, siamo un popolo di migranti. Non è la prima volta che vado all’estero, anche se mai con un vero e proprio tour come questo, e becco sempre tantissimi italiani ai concerti. Ho suonato anche a New York, e ho sempre trovato italiani ovunque, e mi rende molto felice portare un po’ di aria di casa a chi lavora fuori.

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Da fuori, sembra che Napoli stia vivendo una vera e propria era dell’oro dal punto di vista musicale. A livello mainstream ci sono i rapper, o il fenomeno Liberato. Sui dancefloor si ballano le gemme del funk partenopeo anni 70. Che cosa ne pensi? E già che ci sei, spara la tua ipotesi sull’identità di Liberato.
C’era già stata l’ondata del neapolitan power: Pino Daniele, James Senese, Tony Esposito, Enzo Gragnaniello, Enzo Avitabile… Poi per un periodo s’è fermata, e a Napoli c’era solo il neomelodico. Ma poi il ritorno c’era già stato con gente come 99 Posse e Almamegretta. L’hip hop c’era sempre stato, ma era molto hardcore: sono stato io, con l’uscita di “O’ Vient”, a sdoganare l’hip hop napoletano nelle radio, perché prima i rapper napoletani (La Famiglia, Speaker Cenzou, eccetera) difficilmente venivano trasmessi a livello nazionale.

È vero che ti interessi di astrologia?
Mi piace lo zodiaco. Pensa che San Clemente, il giorno del mio onomastico, è il 23 novembre, primo giorno del Sagittario, mentre il mio compleanno è il 21 dicembre, ultimo giorno del Sagittario. E sono anche ascendente Sagittario. Quindi sono vivace, distratto, disordinato, cordiale, viaggiatore, simpatico, ironico e casinista. Sono un Sagittario al 100%, ho il fuoco dentro. E poi mi piacciono i documentari sugli alieni.

Che rapporto hai con il soprannaturale e lo spirituale?
Io credo di avere l’animo di Pulcinella. Comico e divertente, ma triste dentro. E ogni cosa ha una morale. Conto molto sull’anima e sulle stelle, mi fa stare tranquillo. È quello che mi ha fatto stare tranquillo nei periodi di maggiore difficoltà, concentrarmi sullo spirito. “Abbiamo le stelle”, così si dice.

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Raccontami delle tue tarantelle con le droghe, di cui parli anche nel disco.
A un certo punto pensavo troppo a Clementino e poco a Clemente: troppe serate, nottate, discoteche, locali, tra Milano, Roma e Napoli… a un certo punto mi sono dovuto fermare per capire chi ero diventato, cosa ero diventato. Sono anche contento di averne parlato pubblicamente, perché tanta gente l’avrebbe tenuto segreto, ma il rap è verità.

Visto che stai parlando molto del tuo periodo in comunità, mi piacerebbe sapere che idea ti sei fatto delle politiche di questo paese in materia di droga.
Io sono sicuramente favorevole alla legalizzazione di hashish e marijuana, perché non ha senso che sia legale l’alcol e non i derivati della cannabis. C’è bisogno di parlarne perché le derive conservatrici e razziste dell’Italia di oggi ci stanno riportando indietro di decenni, e anche su questo argomento sembra che non si voglia fare nulla.

Ovviamente io sono contro le droghe pesanti, ma mi rendo anche conto che per un ragazzo che ci è caduto dentro non è facile uscirne subito. Le cose vanno eliminate un po’ alla volta, io ancora adesso sto combattendo, ci sono tante tentazioni, però a un certo punto bisogna cacciare le palle.

Qual è il tuo featuring da sogno? E il featuring più “da sogno” che hai fatto?
Che ho fatto, sicuramente Pino Daniele. E poi quella sul mio album è stata la sua ultima registrazione. Un featuring da sogno invece sarebbe Damian Marley, o Snoop Dogg, o Eminem.

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Tra le cose su cui prendi posizione in Tarantelle ci sono anche l’omofobia e il sessismo, due piaghe che si ritrovano un po’ in tutta la società italiana, anche nella scena rap.
Per me è inammissibile che a questo punto ci sia ancora da combattere cose come l’omofobia o la violenza sulle donne. Non ci dimentichiamo che il rap è libertà di espressione, ed è importante dire chiaramente certi pensieri.

Pensi che sia un problema la famosa “assenza di contenuti” nel rap contemporaneo?
Quelli che dicono stronzate verranno tutti spazzati via. Per quanto puoi prendere per il culo? Come dicevo, i bravi vengono fuori, e vedrai che chi cavalca la moda e si preoccupa soltanto dell’apparenza non rimarrà a lungo. Prima sarebbe meglio imparare a rappare, e poi iniziare a preoccuparsi di vestiti e collane d’oro, altrimenti è come andare a giocare in serie A senza saper palleggiare. Prima o poi ti sgamano, se sei un paraculo. Sta cosa dei like è tutta fuffa: non ci dimentichiamo che i Pink Floyd se mettono una foto fanno mille like, mentre il rapper di turno ne fa centinaia di migliaia. Vuol dire che sei meglio dei Pink Floyd? Non credo proprio.

Oltre a quella di rapper c’è anche la tua carriera parallela di attore, stai facendo qualcosa anche lì?
Sto girando un film con Sergio Castellitto a Cinecittà. Pensa che si tratta dell’ultimo copione di Ettore Scola. Castellitto è regista e protagonista, io interpreto un cameriere napoletano a Parigi di nome Clemente.

Wow. Com’è per te fare il cinema?
Bè, io vengo dal teatro, e lì è tutto più difficile perché devi sapere tutto a memoria. Nel cinema però ci vuole più pazienza, una mentalità particolare. Questa è la prima volta che ho una parte così grande, sono molto grato a Sergio Castellitto per questa opportunità.

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