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stalking

Mia figlia si è suicidata dopo aver subito violenza all’università

I poliziotti mi hanno preso la mano e hanno chiesto: “Sua figlia Emily è una studentessa all'Università di Aberdeen?” Si era tolta la vita.

di Fiona Drouet; come raccontato a Sirin Kale
30 aprile 2019, 6:25am

Emily Drouet. Foto per gentile concessione di Fiona Drouet.

Emily era la mia prima figlia. Era estremamente amorevole e gentile. Entrava in ogni stanza saltellando, ed era il centro di ogni ritrovo di famiglia. Ricordo quando l’abbiamo lasciata all'Università di Aberdeen. Si è goduta quell'esperienza dal momento in cui siamo arrivati. Abbiamo decorato la sua stanza e messo delle lucine attorno alle cornici con le nostre foto. Avevamo cercato di renderla accogliente. Si stava ambientando bene e si era fatta molti nuovi amici.

La prima volta che ho sentito parlare di Angus Milligan è stato quando un giorno Emily mi ha chiamata dal treno. Avrebbe dovuto incontrare un amico a Edimburgo per andare a fare shopping natalizio, ma all’ultimo minuto lui aveva disdetto l'appuntamento, perché era malato. Emily mi aveva chiamato e aveva detto: “Mamma, sono già sul treno, cosa faccio?” Poco dopo, mi aveva mandato un messaggio dicendo: “Anzi, non preoccuparti—un mio amico si è offerto di portarmi in giro a Edimburgo.” Ho chiesto chi fosse, e lei ha detto: “Si chiama Angus.” Le avevo chiesto di ringraziarlo, perché ero sollevata all’idea che non sarebbe stata sola. Era il dicembre del 2015.

Ho incontrato Angus poche settimane dopo, e non mi ha convinta da subito. Sembrava molto arrogante e non si era sforzato di fare un minimo di conversazione. Aveva uno sguardo freddo, che metteva a disagio. È strano, perché tutti dicevano che era affascinante. Ma io non ho mai visto quel lato di lui. Mi dava una brutta sensazione. Non ci ho dato troppo peso però, perché Emily aveva detto che era solo un amico.

Dopo che si erano messi insieme, Emily mi aveva detto che non era una relazione esclusiva perché è così che funzionavano le cose all’università. Le avevo detto di stare attenta; che avrebbero potuto soffrire, perché qualcuno poteva coinvolgersi emotivamente, e le cose sarebbero state difficili. Alcuni mesi dopo la loro frequentazione, nel febbraio 2016, Emily ha twittato “Perché le mamme hanno sempre ragione sui ragazzi?” Le avevo chiesto spiegazioni, ma aveva sviato.

Il 17 marzo 2016 sembrava un giorno normale. Io e Emily ci eravamo mandate i soliti messaggi e ci eravamo sentite al telefono. L'avevo messa in contatto con un agente immobiliare per andare a vedere un nuovo appartamento. Era contenta, perché la sera sarebbe andata a festeggiare la notte di San Patrizio con alcuni amici. L'ultimo messaggio che mi ha inviato era alle 21:17, per dirmi che si stava preparando per la serata.

All’1:30 del mattino hanno suonato il campanello. Era la polizia. Pensavo fosse successo qualcosa a mio fratello, o a mio padre.

Poi i poliziotti mi hanno preso la mano e hanno chiesto: “Sua figlia Emily è una studentessa all'Università di Aberdeen?” Mi hanno detto che si era tolta la vita.

Quel giorno, è finita anche la mia vita.

A poco a poco abbiamo scoperto cosa era successo. Tutto è iniziato con una sua amica, che mi ha detto: “Angus si è comportato malissimo con lei.” Ho detto, “Cosa intendi?” Nei giorni seguenti, la verità è venuta a galla. Gli amici di Emily mi hanno inviato screenshot di messaggi nei quali lui mostrava atteggiamenti aggressivi nei confronti di Emily. Al funerale, gli amici di Emily mi si sono avvicinati: “Sapeva che l'aveva quasi uccisa il 10 marzo? L'aveva strangolata e lei era quasi svenuta, ha detto che pensava sarebbe morta.”

Tramite le informazioni fornite dagli amici di Emily—e un esame postmortem che mostrava che Emily era coperta di lividi—è stata avviata un'indagine della polizia. Abbiamo scoperto che Angus aveva aggredito Emily almeno due volte ed era andato a trovarla la notte in cui era morta. Il 10 marzo, Angus aveva schiaffeggiato Emily, l'aveva strangolata e le aveva sbattuto la testa contro la scrivania. Emily aveva scattato una foto delle ferite e l’aveva inviata ad un’amica. Nella foto, il lato sinistro della faccia è contuso e gonfio. L'amica l’aveva invitata a denunciare l’aggressione alla polizia, ma Emily era così stremata dagli abusi fisici e psicologici di Angus che credeva di meritare l'aggressione, e che fosse colpa sua.

Il 17 marzo, Angus era arrivato in camera di Emily. Se ne era andato quattro minuti dopo, ed Emily era corsa in un'altra stanza, urlando: “Mi ha messo di nuovo le mani alla gola, non posso continuare così.” Poi era tornata nella sua stanza, da sola, e aveva mandato un messaggio ad un'amica dicendo che non pensava di poter uscire come avevano programmato perché “Angus è passato ora ed è arrabbiato.” L'amica aveva risposto dicendo che l’avrebbe raggiunta in dieci minuti. Ma al suo arrivo Emily non aveva risposto alla porta. Più tardi quella sera, gli amici di Emily erano tornati con qualcuno della sicurezza, e avevano aperto la porta della camera. Emily si era tolta la vita.

Durante il processo, non ho visto nessun rimorso o emozione da parte di Angus. Ha perfino provato a fissarmi. È stato agghiacciante. Sono rimasta delusa dalla sentenza, ma non sorpresa, perché non aveva precedenti. [Angus Milligan si è dichiarato colpevole di aggressione, lesioni e comportamenti offensivi o minatori, oltre che dell’invio di messaggi offensivi o minatori, e nel luglio 2017 è stato condannato a lavori socialmente utili.]

Emily Drouet
Emily.

Dopo la morte di Emily, ho saputo che aveva parlato con lo staff dell'Università di Aberdeen delle aggressioni di Angus. Non voleva metterlo nei guai, quindi il rapporto sul suo caso si era concluso con una nota che recita “Nessun follow up richiesto.” Lo staff sapeva che aveva saltato delle lezioni, ma non erano andati a controllare di persona che stesse bene. Avevano ricevuto un'e-mail da Emily in cui diceva di soffrire per lo stress, ma nessuno è andato a parlarle di quell'email. Nessuno ha messo insieme i pezzi. Il sistema di protezione non era coordinato, a tutti i livelli.

Trovo molto allarmante che, dopo essere stato espulso dall'università di Aberdeen, Angus sia stato ammesso alla Oxford Brookes University. La Oxford Brookes University mi ha detto che erano a conoscenza delle sue condanne e che avevano condotto valutazioni del rischio adeguate. Ma questo indica una tendenza preoccupante nel Regno Unito: attualmente, gli studenti che sono stati esclusi dall'università per violenza contro le donne sono in grado di continuare gli studi in un altro istituto.

Attraverso la nostra associazione benefica, l'Emilytest, ho fatto pressione sul governo e le università per implementare percorsi di sostegno chiari, formazione del personale e raccolta di dati nei campus.

Tutto ciò che faccio ora, lo faccio per Emily. Non è più qui perché io faccia tutte le normali cose che dovrei fare per lei come madre, del resto. Aiuto Emily ad aiutare altre persone, perché so che è ciò che vorrebbe. Condivido la sua storia per rendere le università luoghi più sicuri.

Sarò sempre la mamma di Emily e mi sento fortunata a dirlo. Sarà sempre la mia bella e adorata figlia. Anche se non posso vederla, farò del mio meglio per assicurarmi che non abbia perso la vita per niente.

Ci sono lezioni da imparare e nessun altro dovrebbe essere lasciato da solo a soffrire come è stato per Emily.

Nota della redazione: VICE ha contattato la Oxford Brookes University e l'Università di Aberdeen, per un commento sul caso di Emily. Hanno fornito quanto segue:

“Possiamo confermare che l'università aderisce alle politiche e ai sistemi di ammissione UCAS seguiti dagli istituti di istruzione superiore in tutto il settore. Inoltre, vengono implementate valutazioni del rischio e l'università lavora in stretta collaborazione con la polizia e i servizi di libertà vigilata quando richiesto,” ha detto un portavoce della Oxford Brookes University.

“Emily era una studentessa brillante e capace, e la sua morte è stata una tragedia che ha sconvolto profondamente tutti noi all'Università di Aberdeen,” ha detto un portavoce dell'Università di Aberdeen. “L'Università si impegna a sostenere tutti gli studenti che stanno vivendo delle difficoltà. Dobbiamo coniugare con equilibrio il rispetto dei diritti dei nostri studenti come adulti indipendenti con le nostre responsabilità di offrire e fornire sostegno.”

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