Stati Uniti

Le parole 'orientale' e 'negro' sono state finalmente bandite dalle leggi americane

Il president Barack Obama ha firmato una legge che mira a cambiare due aree della legislazione americane contro le discriminazioni che usano un linguaggio antiquato per descrivere i gruppi etnici.
23.5.16
Foto di Jim Lo Scalzo

Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha firmato una legge che proibisce l'uso delle parole "Negro" e "Orientale" nella legislazione federale, relegando i due termini dal tono razzista a 'cose del passato'.

La norma è stata approvata con facilità dal Congresso - controllato dai repubblicani - e ha ricevuto sostegno unanime al Senato.

"Non c'è posto nelle leggi federali per il termine 'Orientale': finalmente questa parola offensiva e obsoleta sarà abbandonata per sempre," ha detto in un comunicato la deputata democratica Grace Meng, dello stato di New York.

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La legge mira a cambiare due aree della legislazione americana contro le discriminazioni che usano ancora un linguaggio antiquato per descrivere i gruppi etnici.

Finora, una sezione della Legge per l'organizzazione del Dipartimento dell'Energia faceva riferimento a "Negri, portoricani, indiani americani, eschimesi, orientali, aleuti, o persone che parlano spagnolo o di discendenza spagnola." Un linguaggio simile è stato usato anche in una legge sui Lavori Pubblici del 1976.

Negli Stati Uniti la parola "orientale", come ha detto anche l'editorialista del San Francisco Chronicle Jeff Yang, porta con sé un pesante bagaglio culturale.

"È un termine a cui non si può pensare senza immaginare odore di incenso e il suono di un gong," ha detto Yang.

Frank H. Wu, professore di diritto alla Howard University e autore del libro Yellow: Race in America Beyond Black and White, ha detto al New York Times nel 2009 che, se il termine non è intrinsecamente negativo, è comunque antiquato e "ricorda una certa era."

"È legato a un periodo in cui gli asiatici erano considerati di livello inferiore." ha detto Wu, aggiungendo che il termine evocava "l'esotico, insieme a vecchi stereotipi di ragazze geisha e uomini effeminati."

Il termine "negro" era ampiamente usato negli Stati Uniti prima delle lotte per i diritti civili degli anni Cinquanta e Sessanta; secondo i leader del movimento, che hanno combattuto a lungo affinché il termine venisse eliminato, esso evocava la sottomissione a cui sono stati costretti gli afroamericani, dalla schiavitù alla segregazione. È stato in primis Malcom X a schierarsi contro l'uso del termine, proponendo di sostituirlo con "nero" o "afroamericano."

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Sei anni fa, quando l'Ufficio del Censimento degli Stati Uniti ha annunciato che il termine "negro" sarebbe stato incluso nel censimento del 2010, si sono arrabbiati in molti. Ma Erin Aubry Kaplan, scrittrice e giornalista, ha scritto in un editoriale per il Los Angeles Times che si è creata una divisione generazionale per quanto riguarda la percezione del termine. L'Ufficio del Censimento insiste che 50.000 persone si sono qualificate come "negri" nel censimento precedente.

"Capisco perché," ha scritto Kaplan. "Nonostante fosse un termine accettato fino alla fine degli anni Sessanta, per le persone nate dopo quel periodo 'negro' è un termine a cui non hanno mai risposto, una parola che è solo leggermente meno incendiaria di 'nigger'."

"Risale ai tempi della schiavitù, quando i sudisti facevano riferimento ai neri - anche quelli liberi - in modo paternalistico, chiamandoli 'i nostri negri'," ha aggiunto Kaplan.

Stando all'Associated Press, venerdì scorso - lo stesso giorno in cui Barack Obama ha firmato la legge per vietare l'uso del termine nei documenti federali - un importante parlamentare danese che avrebbe chiamato il presidente 'negro' ha annunciato di aver cancellato il suo viaggio negli Stati Uniti in programma per settembre.

Soeren Espersen sostiene che un parlamentare dell'opposizione ha postato su Twitter una traduzione imprecisa delle sue parole. Ha detto che ha deciso di cancellare il viaggio perché teme che l'obiettivo della trasferta venga "messo in ombra" dalla controversia scoppiata a causa della sua scelta lessicale infelice.


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