Lotta catalana e cucina: che conseguenze ci sono per i ristoranti?

"Le prenotazioni stanno calando e le cancellazioni salendo in tutta la regione."
02 novembre 2017, 8:00am
Foto di Craig Cavallo

È ufficiale, ad oggi quasi tutto il mondo sa cosa sia successo durante il referendum catalano del primo ottobre, quello che, per intenderci, richiedeva l'indipendenza o meno dalla Spagna. Con il 90% di voti a favore della secessione (sebbene solo il 43% della popolazione votante si sia recata alle urne), le immagini del referendum catalano sono impazzate sui media internazionali, soprattutto quelle riguardanti la polizia spagnola intenta a confiscare le urne elettorali e a compiere atti violenti contro i votanti (causando sdegno nell'opinione pubblica nonché una crescita del sentimento indipendentista catalano. Poco più di tre settimane dopo, nonostante le tensioni e le incertezze, si è passati dal referendum alla pratica. Il 27 ottobre 2017 il parlamento catalano ha dichiarato la propria indipendenza. La risposta spagnola non si è fatta attendere molto e, nel giro di poche ore, il governo spagnolo del Primo Ministro Mariano Role ha annullato l'indipendenza, sciolto il parlamento catalano e indetto delle nuove elezioni per il 21 dicembre.

Un po' come tutti i catalani, anche gli chef si sono ritrovati parte integrante di questo vortice di eventi. I fratelli del Celler de Can Roca di Girona, per esempio, avevano preparato un menù con noodles e dessert decorato con i colori della bandiera catalana per i volontari dei seggi elettorali. Subito dopo il referendum, poi, un gruppo di chef ha firmato una dichiarazione di adesione allo sciopero di due giorni indetto per protesta contro le violenze di quei giorni. Sia in Catalogna che in Spagna, tuttavia, il livello di tensione era altissimo, e anche una semplice dichiarazione di quel tipo poteva essere vista attraverso la prospettiva sbagliata, come una provocazione. Quindi, sebbene alcuni si siano trovati concordi con le posizioni di questi chef, altri, incluso il celebre critico gastronomico Carlos Maribona, ne hanno denunciato gli intenti. " Ci hanno definiti 'delinquenti', 'criminali', persino 'terroristi.' È davvero triste quello che sta succedendo," ci ha rivelato una fonte che preferisce rimanere anonima.

Consci della portata del conflitto, moltissimi chef catalani non elargiscono le proprie posizioni circa la situazione politica facilmente (alcuni non ne parlano affatto), ma raccontano apertamente le preoccupazioni che, a causa dell'incertezza, si stanno abbattendo sulle loro attività. Le prenotazioni stanno già calando e le cancellazioni salendo in tutta la regione. Ho deciso quindi di sedermi a scambiare quattro chiacchiere con alcuni di loro, per cercare di capire i loro punti di vista. Questo è quanto mi hanno detto:

Albert Adrià (Enigma, Tickets, e altri)

È un argomento molto delicato e non importa cosa dici, qualcuno si sentirà offeso. Per questo nessuno ne vuole parlare. Ma la verità è che, nell'elBarri [il mio gruppo di ristoranti a Barcellona], abbiamo 2000 clienti in meno questo mese. Tutti stanno aspettando di capire cosa succederà, e la fine non sembra vicina. È una situazione irreale.

Albert Raurich (Dos Palillos e Dos Pebrots)

Sono catalano e catalanista: mi sento più catalano che spagnolo. Sono di nazionalità spagnola perché così è scritto sul mio documento d'identità, e non posso farci molto. Sul posto di lavoro però sono neutrale. I miei clienti e il mio personale è internazionale, e io sono il loro capo. Per questo, per me, è importante nonché mia responsabilità che tutti vadano d'accordo e lavorino con professionalità.

Ero un indipendentista da giovane, poi i miei valori sono cambiati. E stanno ancora cambiando. Capisco perfettamente la legge proibisca il referendum ma, se la maggior parte di una popolazione vuole votare su qualcosa, perché i politici non la ascoltano? La legge non può cambiare? Basta prendere ad esempio il movimento per i diritti civili delle persone di colore negli Stati Unit d'America; cos'è, li dobbiamo tutti considerare dei criminali? Se una legge limita la libertà di espressione, allora quella legge non è buona.

La cosa più importate da tenere sempre a mente è di mantenere la pace. Siamo arrivati a questo punto di non ritorno, siamo allo scacco matto. E così le soluzioni che si presentano sono tutte drastiche, così come lo sono i problemi subentrati. Ciò di cui abbiamo bisogno è il dialogo. È un po' quello che succede ad alcune coppie sposate da decenni che passano il tempo a litigare, e in cui ambedue le parti sono convinte di aver ragione. Se si amano, vogliono ancora stare insieme. E se si amano, vanno da un terapista di coppia a cercare di capire dove trovare i propri punti d'incontro. Ecco, anche noi abbiamo bisogno di un terapista; l'Europa deve intervenire. Perché la migliore prospettiva per l'Europa è che sia la Spagna che la Catalogna siano forti.

Oriol Castro and Eduard Xatruch (Disfrutar)

Nessuno avrebbe mai pensato si sarebbe prospettata una simile situazione, per via del referendum. Nemmeno che due giorni dopo il referendum, di martedì, sarebbe stato indetto uno sciopero di protesta contro la violenza perpetrata dalle forze dell'ordine. Noi il martedì siamo aperti di solito, ma quel specifico martedì ci siamo resi conto che, per via dello sciopero, tutti sarebbero stati chiusi, dai mercati all'ingrosso ai pescatori. Non avremmo potuto rifornirci del classico cibo di qualità di cui abbiamo bisogno sempre. Quindi abbiamo deciso di chiudere pure noi, anche per proteggere la gente che lavora qui da noi. Il nostro staff è composto da gente originaria di Madrid, dei Paesi Baschi, degli Stati Uniti, del Giappone… ognuno ha le proprie posizioni e cerchiamo di confinare la politica ad altri spazi. Però c'è da dire che ci siamo ritrovati con un calo delle prenotazioni del 20%. La gente che non vive a Barcellona non capisce che, a conti fatti, la vita qui stia proseguendo normalmente, che le strade siano piene. Comunque sia, questa situazione deve essere risolta il prima possibile. Noi vogliamo solo svolgere il nostro lavoro, gestire il ristorante e cucinare cibo buono.

Toni Romero (Suculent)

Io sono di Castellón [una provincia della comunità autonoma di Valencia], ma vivo qui da dodici anni. La verità è che non so a chi credere. È tutto troppo nebuloso, è impossibile capire cosa stia succedendo realmente. Per quanto mi riguarda, è normale la gente voglia esprimere la propria posizione, e non capisco perché la polizia debba ricorrere alla violenza. Allo stesso tempo, non sono un indipendentista, e l'idea di una Catalogna indipendente mi innervosisce per via delle possibili ripercussioni economiche. Ora come ora qui il lavoro c'è, non c'è disoccupazione. L'unica cosa che possiamo fare è continuare a lavorare e sperare non ci siano troppe conseguenze. Che tempi!

Paco Mendez (Hoja Santa e El Niño Viejo)

Vivo qui da sei anni, quindi da abbastanza tempo per poter affermare di conoscere Barcellona bene. Una notte di un mesetto fa sono entrato al Niño Viejo e ho sentito questo rumore forte, strano, una sorta di clank clank clank. Non riuscivo a capire cosa fosse, né da dove arrivasse. Alla fine è venuto fuori si trattasse di una cacerolada. Tutti erano fuori a battere pentole, coperchi e tegamini in segno di protesta. Sembrava così… medievale. Ero lì a chiedermi, 'ok, wow, in che anno siamo?'. Sono messicano e vedo da una prospettiva diversa (a fatica, perché non capisco) quello che sta succedendo. Da me chi viene dallo Yucatan e da Tijuana si sente messicano. Perché gli spagnoli e i catalani non possono sentirsi europei?

Ferran Adrià (elBulli Foundation)

Non parlo mai di politica. Siamo aperti a tutti qui.