Il lato oscuro di Cristina D'Avena

Il lato oscuro di Cristina D'Avena

In occasione dell'uscita della sua raccolta di duetti, abbiamo esplorato le canzoni dimenticate, assurde e drogate della fatina della musica italiana.
27.10.17

Noi Puffi siam così / Noi siamo Puffi blu

Come ci si può immedesimare in un puffo? Di primo acchito è impossibile. Entrare nella psicologia di uno gnomo celeste alto due mele o poco più pare un'impresa titanica, paradossalmente. E invece c'è qualcuno che è riuscito addirittura a farci mettere calze bianche, maglietta blu e a farci truccare il viso di blu a carnevale, convinti di poter toccare con mano quel mondo invisibile (nel lontano 1983 mi vestii proprio da ometto blu, naturalmente quello più noise di tutti, puffo Sciattoso). Questo qualcuno è la mitologica Cristina D'Avena. Mitologica perché, cantando le sue apparentemente innocue canzoncine per cartoni animati, ha costruito un impero attorno a sé.

Bestseller praticamente sempre, sold out ovunque, ha trascinato l'arte delle sigle per bambini verso il disco di platino, dando in un certo senso autorevolezza a questa disciplina quando non ce l'aveva. Ovviamente tutto ha un prezzo, nel senso che quando improvvisamente ti ritrovi al top il più delle volte stai facendo delle immense puttanate, e Cristina D'Avena ne ha fatte anzichenò. Fin dal suo ingresso a gamba tesa in Fininvest, nel mezzo di voci incontrollate di raccomandazioni, ha piano piano monopolizzato tutto il monopolizzabile, di fatto sterminando tutto il sottobosco sperimentale che faceva capo a questo settore e che ci ha regalato grandissimi momenti trasversali squisitamente Italian Folgorati.

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Ricordiamo, ad esempio, "Shooting Star" degli Actarus, sigla di Goldrake col micidiale basso di Ares Tavolazzi degli Area; oppure le meravigliose arie pop de Le Mele Verdi, con la splendida sigla di Madmoiselle Anne; o la Georgia Lepore di Conan, il Ragazzo del Futuro; i grandi esperimenti di Nico Fidenco, ecc. Insomma, era una fucina di sperimentazioni ardite, dai synth selvaggi alle serrate ritmiche disco, fino al noise e al pop più asciutto, tutte cose che poi sono diventate piano piano di uso comune nelle zone alte delle classifiche italiane, anche grazie al successo commerciale che (ovviamente correlato al prodotto video che caratterizzavano) riscuotevano anno dopo anno. Addirittura, molte sigle erano riciclate per altri progetti ottenendo riscontri strepitosi (vedi quella di Galaxy Express, tramutata in "Fantasy" e infilata nella colonna sonora del film Bomber con Bud Spencer e Jerry Calà).

Cristina D'Avena invece non ha bisogno di altro. Arriva proprio nel momento di ascesa delle sigle TV diventando lei stessa sigla TV, ipnotizzando tutti con la sua faccina pulita e il suo sguardo ambivalente che fissa lo spettatore da dietro lo schermo. Oggi Cristina D'Avena ha cinquant'anni compiuti e la sua popolarità non accenna a scendere: è icona gay amatissima dalla comunità LGBTQ, ma anche un'ossessione per i bambini di ieri (gli uomini di oggi)—mentre per le donne è un simbolo, una specie di gioco catartico, una portatrice di eterna giovinezza.

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Ma perché questo aspetto non è venuto fuori prima? Beh, per motivi probabilmente contrattuali l'abbiamo vista sempre castigata, con vestiti che in pratica le censuravano le forme, come se dovesse rimanere eternamente ibernata nel suo esordio dei sedici anni. Tutto mirato a esaltare la sua totale neutralità rispetto al mondo della carne e dell'estro, quasi fosse un personaggio disneyano disegnato ad hoc. Ma da quando, tra le altre cose, fa anche le cover thrash metal dei suoi pezzi con i Gem Boy, finalmente ci rendiamo conto che è fuori controllo. Questa mutazione ci appare incredibile, ma probabilmente a torto, dopo che per anni è stata il cantore di apparenti buoni sentimenti con l'aiuto della deus ex machina Valeri Manera, con la quale architettava una vera e propria associazione a delinquere al contrario, con quei testi fatti al volo, di getto, come se non ci fosse poi bisogno di star tanto a comunicare. Sarà l'ascoltatore stesso a dare un senso alle parole piazzate a caso, in una modalità da Teletubbies.

E così anche nella progettualità di oggi Cristina D'Avena mette su operazioni in cui il caso la fa da padrone. Ad esempio, sta per uscire una sua raccolta di duetti. Sì, esatto, duetterà con personaggi della canzone italiana mainstream come J-Ax, Noemi, addirittura Loredana Bertè, Ermal Meta, nomi che sembrano estratti da un pallottoliere: nonostante questo, una consacrazione incredibile. Ma la scaletta ufficiale da poco annunciata, ahimè, non sembra all'altezza. Sì, ok, "I Puffi sanno", "Occhi di gatto", va bene "Nanà Supergirl", ma non è la mia scaletta, neanche per sogno, no no no. D'altronde con un canzoniere ricco come il suo è cosa prevedibile, ma forse neanche troppo.

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Perché prima di diventare la padrona assoluta delle sigle, la regina indiscussa dei cartoni animati, la produttrice in serie di canzoni usa e getta, anche Cristina ha cercato di rinnovare a suo modo i linguaggi della musica italiana. E ogni tanto ci prova ancora, probabilmente – una volta eliminata la concorrenza nella nicchia delle sigle - per dimostrare che il pop di oggi è 'na merda e lei sa fare di meglio, cercando di spazzare via anche quelli che, a questo punto, sono effettivamente i suoi nuovi colleghi: i cantanti di alta classifica (non a caso Dalla la corteggiava musicalmente). E allora via con i miei sedici brani alternativi, in ordine sparso di preferenza.

1. Moncicci (1982)

Iniziamo subito con la prima sigla in assoluto che io abbia mai ascoltato di Cristina, sigla del cartone animato dedicato a un pupazzo a forma di scimmietta prodotto in Giappone, che diede il via a una vera e propria mania globale negli anni Ottanta. Il brano, scritto da un tal Roberto Garbanino (pare che ora sia un produttore di vino) vede come autore delle musiche l'arrangiatore di Carosone e di Modugno, Marino Marini (famoso anche perché fra i suoi fan c'era nientepopodimeno che sir Paul McCartney!) ed è una fiera di chitarre col phaser e di semplicità assoluta, due accordi due, tanto che sembra quasi punk/new wave. E new wave sembra anche la voce della giovane Cristina, qui sedicenne, qui sapientemente raddoppiata. È una storia di sfighe giovanili, motorini, bigiare le lezioni: insomma dritti come dei fusi negli anni Ottanta dei Ramones, ma non solo, poiché il brano è una specie di jingle postmoderno, ode alla famosa scimmietta. La D'Avena sembra una voce aliena che parla dal subconscio di una generazione che nella melodia cerca la morte. Un grande esordio.

2. Tutti abbiamo un cuore (1982)

Questo per il sottoscritto è un brano importantissimo. Da piccolo, quando lo sentii per la prima volta, mi devastò per il suo tiro emotivo. Il brano sembra adattissimo a una Mia Martini periodo Fossati, con arrangiamenti simil funky pieni di schitarrate e momenti anche qui mezzi Devo-luti con cambi d'atmosfera e ritmi repentini. Il testo è un cazzo d'inno alla libertà: "se incontri un pesciolino nella rete lascialo andare". Sì, ok, ci mette Dio in mezzo, si vocifera addirittura che a scrivere il testo sia stato padre Cionfoli sotto mentite spoglie, ma sembra più un dio cosmico che quello cattolico: "Tante son le parole per cantar la libertà". Volendo è una canzone contro la pena di morte applicata a qualsiasi creatura sulla Terra, almeno così mi piace pensarla. Ufficialmente, fra gli autori, c'è lo chansonnier semi esistenzialista Luciano Beretta, in un periodo in cui le Beretta erano di tutt'altro tipo e le trovavi pure abbandonate nei cortili dei palazzi dopo qualche gambizzazione. Probabilmente il brano più politico della nostra Cristinuccia, almeno fino ai Novanta.

3. La scuola dei Puffi (1982)

E se vogliamo parlare di libertà, ecco il pezzone anarcopunk per eccellenza, lato B della celeberrima "I Puffi sanno", quella che farà diventare la D'Avena una vera e propria icona. Alla scuola dei Puffi non si studia, non gliene frega un cazzo a nessuno, i puffetti sono veri e propri teddy boys che pensano solo all'intervallo, sotto una musica che ricorda molto roba da osteria con la voce distorta dei Puffi che manco i Residents. Ricordo che una volta mi cacciarono dalla classe perché avevo mandato a fare in culo uno e fuori dalla porta l'unica canzone in loop che avevo in testa era questa. Da Cristina D'Avena a "Another Brick In The Wall" passa poco, ma a dirla tutta è anche una bella introduzione al genere Oi!. Perché non cambieremo mai.

4. I ragazzi della Senna (1983)

Qui abbiamo un vero e proprio missile, sigla della serie Il Tulipano Nero, ambientata durante la rivoluzione francese. Di base è una specie di nuova Lady Oscar ma meno ricercato, la protagonista è un'eroina mascherata (la Stella della Senna appunto) che anima le relative sommosse. Anche se la serie si chiama come il suo alter ego maschile, nonostante le aspettative costui si vede in azione molto meno. Cristina taglia la testa al toro e chiama il disco "I ragazzi della Senna", così da mandare affanculo sia lei che lui. Animato da un sintetizzatore micidiale, il pezzo andrebbe benissimo per sonorizzare una carica contro le guardie. Il testo è a cura della fantomatica Valeri Manera (la quale prende anche una toppa storica nell'identificare nel quattro luglio lo scoppio della rivoluzione francese, accaduta invece il 14 luglio—che l'abbia trasformata nel giorno dell'Indipendenza degli Stati Uniti d'America per mere ragioni metriche?), mentre la musica è frutto del grandissimo e scoppiatissimo compositore Augusto Martelli, che ci dona uno dei suoi brani migliori di sempre.

5. Alice nel Paese delle Meraviglie (1987)

Vedere Cristina D'Avena alle prese con un cartone animato in cui l'allucinazione la fa da padrona è già cosa succulenta, poi sapere che la serie è la versione giapponese del popolare racconto di Carrol rende il tutto ancora più assurdo. Il pezzo è tecnopop tutto sintetico e abbastanza sparato, non con assenza di programmazioni veramente accelerazioniste, che sono la cosa più interessante del brano. Dal punto di vista melodico sembra roba alla Paul McCartney di "Hello Goodbye", quando sta strafatto e canta cose elementarissime, salvo poi un cambio repentino in cui Cristina vuole entrare nel buco con Alice, e pare che in effetti arrivi la botta di LSD soprattutto quando canta "che gran divertimento"; eh sì, in effetti una volta che va in circolo… Stavolta a scrivere la musica non è Augusto Martelli ma suo padre, compositore di pregio anche lui e collaboratore fisso di Mina. Forse erano entrambi affascinati dalle sostanzine, chi lo sa?

6. Il grande sogno di Maya (1985)

Anche qui l'elettronica regna sovrana, parte come un videogioco e diventa una specie di delirio tecnopop tipo Matia Bazar per bambini. Sigla ansiogena, come il cartone animato di questa ragazza che cerca di diventare attrice. Ovviamente con tutte le vessazioni tipiche degli eroi giapponesi: la imbragano con stecche di legno per farla recitare come una bambola, la chiudono dentro una casa bendata e senza nessun tipo di contatto umano per farle interpretare una sordomuta, e altri abusi di questo tipo. Insomma, una malattia sadomaso da cui questo semi-Bolero. Quel "alla fine ci riuscirai" suona come se volesse dire che arriverà la quiete della morte. E infatti chi è l'autore della musica? Il grandissimo Detto Mariano di Amore Tossico, che decide di portare all'estremo il suo armamentario di Emulator per intossicare tutti i ragazzini e le ragazzine.

7. La regina dei mille anni (1983)

Che meraviglia. Unico appellativo possibile per questo splendido e intricato pezzo di Augusto Martelli per un altrettanto micidiale cartone animato nato dalla penna magica di Matsumoto (quello di Capitan Harlock se qualcuno se lo fosse dimenticato). Qui la lounge, l'elettronica, la classica, la wave e quello che vi pare, stanno strette tutte insieme per un testo postatomico che mi faceva sempre piangere da piccino. "Mille e mille mondi presto scalerai…", fuggire da un mondo orribile è l'unica salvezza. Da ascoltare lacrimando, considerate le ultime avvisaglie di guerre nucleari.

8. Ghimbirighimbi (1982)

Con slancio futuristico Cristina D'Avena si cimenta con un gioco di parole nonsense in uno sfrenato calypso nel quale si narra di un mondo magico in cui i bambini non fanno assolutamente un cazzo, i castighi sono vietati e i capricci perdonati, vanno al potere loro e compatiscono gli adulti, in quanto incapaci di mantenere la magia di quando si è piccoli. Altro che Povia e i bambini che fanno oh, qui Cristina i bambini li porta proprio a gridare AAAAAAAAAAAAAAAHHHHHH. Anche qui un grandissimo Martelli nel pieno della sua follia omicida.

9. Arrivano gli Snorky (1985)

Vi ricordate di questi antipuffi con lo snorkel perennemente in testa? Beh se non ve li ricordate fatevi un ripasso veloce perché erano la cosa più pop mai uscita dagli anni Ottanta. Tutti colorati, tutti sotto al mare, uno più storto dell'altro. Musica squagliata per un'ode tropicalia style che poi nella seconda stagione dell'86 diventa anche un ruock tamarro, stile hair metal. Cristina tra l'altro sembra stare perfettamente a suo agio sia nel Brasile sia in questo pestone, donna di larghe vedute.

10. L'Europa siamo noi (1991)

Pezzone in odore Hi-NRG come se ne sentono pochi, ma se vogliamo proprio dirla tutta anche la versione ottimista di "Nazioni" dei Disciplinatha, è uno dei manifesti del Cristina D'Avena-pensiero. Abbattiamo le frontiere, l'Europa siamo noi, milioni di persone, la luce dentro l'oscurità: insomma, una roba di fraternità che evidentemente non teneva conto della realtà delle cose. La storia purtroppo ha dimostrato che l'Europa con la solidarietà ci si pulisce il buco del culo e che quello che gli Scum of Society profetizzavano, in altre parole un immenso paese in cui sentirsi oppressi, era giusto. Ma se l'utopia ci regala queste perle, ebbene, che delusione sia. Tra l'altro l'LP omonimo è una specie di bomba atomica esistenzial-critica: basti pensare a "Chi lo sa che moda andrà", un brano che sembra scritto ora dato che i trend cambiano in due secondi e mezzo, ma che all'epoca era pensato su un tempo dilatato per quanto minacciato e minaccioso. A parlare chiaro è il fatto che a comporre i brani ci sia Ninni Carucci, outsider del prog italiano che nel '73 faceva concorrenza ad Alan Sorrenti col suo disco d'esordio Il buio, la rabbia, domani, il cui titolo è tutto un programma. Alla fine "se ognuno lo vorrà" l'Europa sarà un paradiso: purtroppo la gente non vuole.

11. Georgie (1984)

Ma, dico io, può mancare "Georgie" nei Duets? Può mancare uno dei cartoni animati più controversi della storia in cui i threesome si fanno tra fratelli (per carità, non di sangue, ma comunque fratelli)? Assolutamente no! La protagonista del cartoon è una furbazza, eppure il testo sembra che parli di un'innocente ragazzina. Forse si tratta del picco "esoterotico" della D'Avena, che riesce anche a citare spudoratamente i Pooh (se ascoltate "Johnny e Lisa" dei nostri capirete di cosa sto parlando).

12. Evelyn e la magia di un sogno d'amore (1985)

Scritto da Giordano Bruno Martelli e per il testo dalla solita Valeri Manera, è uno dei più grandi hook della D'Avena: "Desiderio / Dici tu". Un perfetto pezzo in stile elettropop, arioso, dalla melodia sublime che non può assolutamente mancare in qualsiasi greatest hits della cantante. Soprattutto perché l'anime in questione parla dell'energia dell'amore che è in grado di scongelare i sogni e salvare una dimensione parallela chiamata Lovely Dream, e di amore, oggi come oggi, fischia se ne abbiamo bisogno.

13. Gira il mondo principessa stellare (2006)

Sotto una base tecnusa che ricorda però anche la grande tradizione del Battisti di Hegel, la nostra Cristina s'insinua negli anni Duemila con questa sigla che incornicia la replica di questo anime giapponese in cui una principessa dodicenne dello spazio, tale Comet, preferisce giocare con le stelle piuttosto che mettere la testa a posto. La trama ve la lascio studiare, però la cosa importante è che Cristina gira gira e gira con un pezzo scritto da Maurizio Perfetto e Danilo Aielli, rispettivamente chitarrista del Venditti anni Novanta e autore di Lorella Cuccarini e Heather Parisi negli Ottanta, che è in pratica un earworm degno degli Aqua o della happy hardcore giapponese che dir si voglia.

14. Principessa dai capelli blu (1988)

Opera di Massimiliano Pani, il figlio di Mina, è una specie di ska sintetico, dal profondo appeal malinconico, che in qualche modo sfrutta anche le vocalità delle colonne sonore Disney anni Cinquanta. Forse uno dei brani più sperimentali della D'Avena, più che altro per l'aura straniante che evoca, è la sigla di un anime spaziale nel quale la principessa sopracitata deve sedersi sul suo trono prima di un'eclissi di sole allo scopo sgominare i malvagi invasori della sua terra. Oltre a questo, la serie è particolarmente assurdista e ben si presta ai cambi umorali che pervadono questo capolavoro che sembra non avere né un sopra né un sotto.

15. Shugo chara (2010)

Sono i Pixies? È grunge? È indie? È power pop? Che è? Ma è ovvio, è Cristina D'Avena. Uno dei pezzi rock della nostra eroina, per un manga in cui la schizofrenia la fa da padrona (cambiare personalità tramite esseri antropomorfi che escono da uova?). Il pop nipponico però insegna, ognuno ha la sua Hatsune Miku: la nostra è Cristina.

16. Ti voglio bene Denver (1989)

Smaliziato tecno surf a base di campionamenti e sintesi PCM con abbondanti strizzate d'occhio all'industrial Depeche Mode style, la sigla dedicata al popolare mongodinosauro con gli occhiali e il nasone all'insù rimane un picco fra i brani deliranti della D'Avena. Roba che a sentire il finale con la sua voce sequenziata alla Art Of Noise si rimane basiti, ma nulla va dato per scontato quando si tratta di una che dichiara candidamente "il mio gruppo preferito rimangono i Pink Floyd. Al secondo posto i Genesis. Da ragazza i miei amici avevano una cover band, ci divertivamo un sacco".

Visto? Da piccoli ci dicevano di stare attenti alle figurine drogate, ma di certo mai "ATTENTI A CRISTINA D'AVENA". E quindi adesso dopo Duets vogliamo la versione hardcore: perché questa è un'era in cui gli estremi si incontrano e Cristina D'Avena, nel suo eterno limbo senza rughe, è stata una delle cose più estreme che ci ha dato l'Italia. "È Nanà che non ha età".

Demented, quando non suona noise, metal, poesia sonora o pop, scrive per Noisey di anomalie e stranezze della musica italiana e internazionale. È su Twitter: @DementedThement.

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