10 anni di 'Chi vuole essere Fabri Fibra?'

Il documentario del 2009 su Fabri Fibra racconta la vita, il successo e le paure di un rapper come nessuno ha più fatto.
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Screengrab (modificato) via YouTube

Ricordo bene l'aprile del 2009, quando uscì il documentario Chi vuole essere Fabri Fibra?. Stavo finendo le medie e nel mio piccolo istituto di provincia eravamo tutti fissati con la Doppia F. Come i miei compagni di classe, anch'io in quel momento mi trovavo dall'altra parte della barricata, nel senso che ignoravo le basi della cultura hip-hop, come pure il retroterra di quel tipo di Senigallia che diceva di voler "rapire e scopare Laura Chiatti". Eppure, nonostante una conoscenza così superficiale, qualcosa ci affascinava di quel modo di fare musica: il suo sembrare così trasgressivo, strafottente e scorretto. Per noi, poco più che ragazzini, sentire riferimenti a fatti di cronaca nera, scurrilità varie, sfottò e altre amenità era una ventata d'aria fresca, una sorta di prima indipendenza dal politicamente corretto dei nostri padri.

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La verità è che questa era una sensazione diffusa in tutto il pubblico generalista di fine anni Zero, per il quale Fibra era l'hip-hop. Jovanotti e gli Articolo 31 non si era fatto in tempo a prenderli sul serio, Mondo Marcio era durato poco e per Marracash e i Club Dogo si sarebbe dovuto pazientare ancora un po'. Buona parte dell'Italia vedeva quindi Tarducci come il più grande, se non l'unico, rapper in circolazione. Del resto era il solo volto della scena emerso a livello mainstream fra accordi con la Universal, passaggi in radio, MTV e quant'altro occorresse al successo nell'epoca pre-streaming.

Lui, mediaticamente sovraesposto come pochi altri nella nostra storia, faceva quanto poteva: preparava compilation un po' improbabili con "il meglio della scena rap", metteva feat con Metal Carter in album da dischi di platino e provava persino a scendere a patti col nemico, cioè a farsi intervistare da Paolo Bonolis. Tutto, pur di spiegare al pubblico il rap e non ridurlo a una macchietta di sterile trasgressione giovanile. Ma era un dialogo univoco: per l'opinione comune, visti i contenuti dei suoi testi ("misogini", "violenti" e il resto lo sapete), Fibra era il nemico pubblico, e l'hip-hop una cultura stereotipata amata dai ragazzini e odiata dalle mamme, senza volontà di comprensione né di contestualizzazione. Invece che essere trattato come l'alfiere di un genere in rinascita, insomma, Tarducci era demonizzato, processato e inquadrato come un alieno, un mostro metropolitano. Niente di nuovo sotto il sole, chiaramente.

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Fabri Fibra con Lapo Elkann, dal documentario 'Chi vuole essere Fabri Fibra?'

In questo contesto, Chi vuole essere Fabri Fibra? (che usciva esattamente 10 anni fa, il 10 aprile 2009), all'epoca passò un po' in sordina, pur rappresentando in realtà un lavoro significativo, che ora il tempo ci permette di rivalutare. Nei fatti, parliamo di un CD (o meglio: di uno "street album", che nell'ignoranza generale la Doppia F dovette distinguere da un classico LP), con allegato un documentario in stile "dietro le quinte" sul 2008 di Fibra, fra il successo di "In Italia" e il post Bugiardo. Ma se il disco fu un lavoro abbastanza trascurabile (ricordiamo giusto "Speak English" e il feat con Noyz Narcos di "In testa"), sono le immagini a cui fa da colonna sonora che risultano ancora interessanti, e da prendere come esempio perlomeno per due motivi.

Primo: sono una fotografia lucidissima dell'equivoco mediatico che si era creato intorno a lui e al rap italiano in generale negli anni dopo Tradimento, che poi è lo stesso che da sempre e per sempre il genere si porta dietro. Il documentario, infatti, mostra il contrasto quotidiano fra il rapper di Senigallia e i media tradizionali, senza che lui perda occasione per manifestare il proprio disagio. E ci sono, poi, gli intermezzi "a cuore aperto": delle perle in cui Tarducci parla del successo come di una chimera effimera, una macchina che si nutre di sacrifici per non pagare mai, dello showbiz come di un'enorme finzione di cui diffidare (lui, che ne è una sorta di prodotto-parodia), mentre tutta intorno passa quella ghettizzazione tipicamente italiana di cui soffriva all'epoca (e ancora oggi) il rap e lui gioca a fare il bad boy davanti alle telecamere.

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Fabri Fibra e Vacca, dal documentario 'Chi vuole essere Fabri Fibra?'

Ma non è tutto. Il secondo motivo per cui Chi vuole essere Fabri Fibra? resta un documentario essenziale è quello che già la domanda del titolo anticipa: la vita da un rapper, nel 2009, non era poi quella figata che i media cercava di raccontare.

Passo indietro: alla fine degli anni Zero eravamo ossessionati dai DVD abbinati agli album sulla "vita privata" degli artisti stessi. Il problema era che si trattava di prodotti promozionali, pensati per dare al pubblico ciò che si aspettava. Fibra scelse una strada diametralmente opposta. Per sdoganare il rap dagli stereotipi che gli erano stati affibbiati, se ne uscì mostrando la sua vera vita da artista trentunenne: quella da "perdente", come ci tiene a sottolineare sempre nel documentario, senza la maschera posticcia da "vincente" che il mondo dello spettacolo tende a risaltare a tutti i costi.

Così, già nella prima scena si inizia con un Fibra con barba e capelli lunghi, quasi irriconoscibile, mentre sbriga le proprie, ordinarie commissioni, per poi passare al making of dell'album in uno studio tutt'altro che stellare. E ancora, c'è Fibra nella sua vita da tour, più stancante e noiosa che altro. C'è Fibra che allude alle droghe pesanti come a dipendenze da cui mettersi in salvo; c'è Fibra con le ansie, le paranoie e le insicurezze della vita di artista. C'è Fibra che parla di lavoro e sacrifici come dell'unica via verso quel successo da cui, dice, è comunque sempre meglio diffidare. E infine: "Lo spettacolo è finto: davanti alle telecamere ci si vuole bene, ma quando finisce tutti se ne tornano a casa, a pensare ognuno a che cazzo faranno il giorno dopo". Non proprio ciò che ci si aspetta di trovare in un DVD promozionale di una rapstar tacciata di superficialità, insomma.

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Fabri Fibra live, dal documentario 'Chi vuole essere Fabri Fibra?'

Rivedendolo dopo dieci anni, si nota che lo stile adottato nel documentario sia quasi da Instagram Stories ante litteram, con frammenti intimi e sporchi (spesso girati dagli stessi protagonisti, Fish e Vacca compresi) messi in sequenza, senza una vera trama. "Siamo la vostra serie TV preferita", dice oggi Tony Effe quando parla della DPG sui social, come a spiegare quanto, negli ultimi anni, sia cambiata la narrazione di artisti e musica al grande pubblico. Ed è questo il motivo per cui, nel 2019, i "dietro le quinte" si sono quasi estinti: non ne abbiamo più bisogno, perché attraverso lo smartphone sappiamo già tutto della vita da star dei nostri artisti preferiti.

Allo stesso modo, però, anche oggi Instagram funziona da veicolo esclusivamente per una narrazione patinata, auto-promozionale. Ecco: Chi vuole essere Fabri Fibra? fu una figata perché lasciava trasparire i lati veramente nascosti della vita di un artista, specie per come siamo abituati a concepirla "da fuori". E finché le stories dei nostri rapper preferiti funzioneranno da spot promozionali, avremo sempre bisogno di documentari come quello che Fibra ci regalò dieci anni fa. Patrizio è su Instagram. Segui Noisey su Instagram, Twitter e Facebook.