F.U.L.A. e l'afrobeats tra Calabria, Senegal e Milano

Nato in Senegal e cresciuto in Calabria, Oumar vive a Milano ed è partito dal rap classico per superare la trap e portare l'afromusic in Italia.
DF
Milan, IT
3.11.20
F.U.L.A.
Tutte le immagini fornite per gentile concessione dell'ufficio stampa dell'artista

Nell’interminabile e oceanica marea degli artisti presenti sulla scena, presentarsi con un nome che in realtà è un acronimo è una specie d’invito a perdersi tra le onde infinite. Ci vuole una grande dose di coraggio e la convinzione ferrea di aver ben saldo tra le mani il timone.

Questo è lo stile e l’attitudine di F.U.L.A., nato Oumar Sall, italo-senegalese, afroitaliano, già membro della crew Equipe 54 e autore di un trittico che negli ultimi mesi ci ha colpiti per vigore, varietà di suoni e capacità di stupire rispetto a tutto il resto delle proposte sulla scena.

Per esteso, l’acronimo rivela il suo senso: Free and United Lands of Africa. Un’evocazione a cui l’artista non ha alcuna intenzione di rinunciare, visto e considerato che il suo significato rimane ben più forte di ogni forma di semplificazione o necessità commerciale.

Si tratta in effetti di un percorso unico e coerente, partito in giovanissima età in Calabria, dove Oumar abitava e dove si cimentava tra jam e dancehall, rime in open mic e incontri con la scena, tra i quali per esempio Bassi Maestro. Il rap classico, però, non era abbastanza, soprattutto con l’avvicinarsi del 2016 e dell’esplosione della nuova scuola.

“Avevo la necessità di confrontarmi con un discorso artistico più ampio e variegato. Se pensiamo anche solo alla scuola francese, le influenze afro sono esplicite, d’altronde.”

Benché avesse già in mano un disco pronto, c’erano ancora diversi puntini da unire e un panorama musicale immenso al quale dedicarsi. Sul piatto non poteva esserci soltanto la trap, quanto un orizzonte fatto di una moltitudine di suoni ben più varia e profonda: lo scavo in altre radici musicali.

“In qualche modo, sentivo stretta la dimensione solo italiana o solo hip-hop. Avevo proprio la necessità di confrontarmi con un discorso artistico più ampio e variegato. Se pensiamo anche solo alla scuola francese, le influenze afro sono esplicite, d’altronde.” Per fortuna, sulla sua strada si presenta Yves the Male, produttore d’eccezione—già al lavoro con Nitro, Dani Faiv, Nina Zilli, Palmitessa, Equipe54—e polistrumentista, insieme al quale F.U.L.A. comincia a toccare molti stili diversi: il duo si mette in testa di varcare mille e una soglia della musica africana e di quella mondiale.

Si tratta dell’inizio di una specie di trilogia informale, composta da “Maldafrica”, “Sabar” e dall’ultimo “Tutti i colori”, con feat. di Mama Marjas, che vi presentiamo in uno shorcut video girato tra due mercati del milanese, "Frutteria del Nilo" (a Baggio) e "Los Colombianos" (in Ticinese). Una trilogia anticipata da “Negritude”, che di fatto, insieme ai soci di Equipe54, mira a sperimentare e portare una volta per tutte l’afromusic in Italia.

Ma anche la musica di F.U.L.A. in Senegal, a dirla tutta, dove sta riscuotendo molto successo, tanto da finire anche nell’emittente televisiva TFM di Youssou N’Dour. Perché, in questo marasma di stoffe e colori, djembe e spezie, pandemie, insolazioni e sorrisi, il percorso non può essere affrontato in altro modo se non in molteplici direzioni, naturalmente diverso e inclusivo, internazionale e multiculturale.

Il senso di “Tutti i colori” è proprio questo, il riconoscere la mescolanza di sangue e culture diverse, stili e tradizioni infinite, nel pieno rispetto delle radici. Motivo per il quale, nella sua musica è possibile trovare tanto la cassa dritta quanto i tamburi africani, la 808 e l’afrohouse, il balafon e la kora, l’afrodrill—ebbene sì—, la trap e molto altro ancora. All’insegna di un discorso non strettamente politico, che però è ricolmo di doveri civici e morali, e un prezioso sentimento di comunanza universale che merita di essere cantato da un griot dei nostri tempi.

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