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Illustrazione: Giovanni Spera

La natura si sta davvero riprendendo i suoi spazi?

Abbiamo chiesto a un biologo che si occupa dell'evoluzione delle specie animali nelle città se tutti i cervi, scimmie, daini, lepri e rospi comparsi per strada sono una buona notizia oppure no.
06 aprile 2020, 11:21am

Qualche giorno dopo l’inizio della quarantena a Milano, mentre tornava dalla spesa passando poco lontano da casa mia, un amico mi ha mandato una foto. Si era imbattuto in un grosso rospo sul marciapiede, vivo e apparentemente del tutto a suo agio.

Non è di per sé impossibile trovare animali del genere a Milano (in fondo, ci sono corsi d’acqua in città, i navigli, che ospitano normalmente anatre, pesci e persino occasionali aironi), ma quel rospo così sicuro di sé ci ha spiazzati. Abbiamo concluso che fosse una conseguenza delle strade improvvisamente svuotate da qualsiasi attività umana.

Nelle settimane successive, quasi a dimostrazione della nostra ipotesi, sono arrivate notizie da tutto il mondo di animali selvatici (o almeno insoliti) che invadevano le strade delle città. Cervi in Giappone, scimmie in Thailandia, ma anche caprioli in un comune limitrofo a Bologna e delfini nei pressi (presunti) della laguna di Venezia.

Ognuno di questi episodi è stato salutato dalle persone con lo stesso ritornello—la natura, alleviata la pressione umana, si stava rapidamente riprendendo il suo spazio—e da un certo senso di sollievo nel mezzo di una pandemia in cui vige invece l'ansia costante. Come se, in qualche modo, potessimo confidare in una natura capace di riconquistarci e, dunque, di perdonarci per la mancanza di rispetto avuta finora. Di sollevarci, in altre parole, da tutte quelle complesse responsabilità che ci hanno portato dove siamo ora—sull’orlo di un disastro ecologico che è anche motore dell’attuale emergenza sanitaria da coronavirus.

Le cose, ovviamente, sono più complesse di così, per quanto sia in parte vero che per molti animali un momento di tregua relativamente breve è sufficiente per affacciarsi di nuovo in spazi inospitali. “Gli animali monitorano costantemente i rischi e le opportunità legati all’avventurarsi in una certa area,” ha spiegato via email a Motherboard Menno Schilthuizen, biologo evoluzionista e professore all’Università di Leiden. “Il più delle volte, la pressione eccessiva esercitata dagli esseri umani impedisce loro di farlo, ma appena spariamo dalla vista, si riprendono lo spazio che lasciamo.”

Illustrazione: Giovanni Spera

Il lavoro di Schilthuizen si concentra precisamente sul rapporto tra animali e spazi urbani e su come certe specie che hanno colonizzato le città nell’ultimo secolo si stiano evolvendo in modi diversi rispetto alla loro controparte rimasta in natura, adattando i propri ritmi agli esseri umani e alle risorse che forniamo intenzionalmente o per caso. “Per molta della natura non urbana, [la situazione attuale] è una vera tregua dall’interazione costante e intensa con l’umanità che deve affrontare [normalmente],” ha detto Schilthuizen, aggiungendo però che “ci sono anche specie che sono arrivate a dipendere dalla nostra presenza e per cui questi sono tempi duri.”

È questo il caso delle scimmie in Thailandia e dei cervi in Giappone, per esempio: entrambe le specie erano abituate al cibo dato dai turisti e, nel momento in cui le misure restrittive nei due paesi hanno ridotto drasticamente anche l’afflusso dei turisti nei parchi, gli animali si sono spinti in città alla ricerca della fonte di sostentamento che prima era certa.

E questo non vale solo per animali esotici o città che condividono un confine più immediato con la natura selvaggia. I piccioni a Milano, per esempio, sono probabilmente condizionati dalla mancanza di turisti tanto quanto le scimmie in Thailandia. “Alcune specie come i piccioni di città o i gabbiani, che dipendono fortemente dal cibo che trovano per esempio nei mercati rionali (ora fermi) non se la passano bene,” ha confermato Schilthuizen.

D’altronde esiste anche una forma di discriminazione nel modo in cui percepiamo la presenza di diversi animali nelle nostre città—per cui piccioni e ratti sono meno nobili al nostro sguardo rispetto a cervi, anatre o stormi di pappagalli colorati che di tanto in tanto circolano nei cieli di Milano. C’è una natura che diamo per scontata dentro le città—e che non possiede alcun potere miracoloso di redenzione del nostro stile di vita—, e c’è una natura la cui apparizione porta con sé un’illusione di salvezza in un momento di crisi.

Ma se immaginare città future dove la co-esistenza con animali di qualsiasi tipo potrebbe essere una chiave per sviluppare in generale ambienti più salutari anche per l’uomo—banalmente, meno rumorosi, meno inquinati, più ricchi di verde—, è proprio un collasso del confine tra attività umane e natura che permette a epidemie virali come quella del nuovo coronavirus di esplodere. O, meglio, è una gestione malsana di questo confine. “Per molte delle delle epidemie virali che abbia visto negli ultimi decenni (HIV, Ebola, Marburg, Nipah, SARS, per citarne solo alcuni), è stato riscontrata un’origine in altri animali,” ha detto Schilthuizen, “e il SARS-CoV-2 non fa eccezione. È uno dei sintomi dell’aumento di interazione tra le popolazioni umane in espansione con le popolazioni sempre più ridotte di riserve animali.”

Illustrazione: Giovanni Spera

Parlando invece dell’occasione che questa quarantena (quasi) mondiale rappresenta per chi si occupa di studiare l’evoluzione animale negli spazi urbani, Schilthuizen ha spiegato che non gli era mai capitato nel suo lavoro di considerare uno scenario simile, e che “questa nuova situazione ci ha presi di sorpresa. Molti scenari [in biologia] tengono in considerazione un’attività urbana che cresce gradualmente,” ha detto. Allo stesso tempo, ha proseguito, “il crollo attuale ci dà l’opportunità di vedere come la natura risponde quando la presenza umana si riduce. Personalmente, nella mia città natale, vedo cambiamenti nei pattern di attività degli uccelli: si stanno appropriando rapidamente dello spazio (e del tempo) lasciato vuoto dalle persone.”

Romanticizzare troppo l’apparizione di specie animali insolite potrebbe essere un errore che sottovaluta la dipendenza dall’uomo che persino scimmie e cervi hanno sviluppato; o, più semplicemente, che contribuisce a diffondere notizie false, solo perché speranzose.

Potremmo piuttosto chiederci come conservare o creare davvero un rapporto di co-abitazione con gli animali. “Purtroppo, ho paura che le nostre vite ritorneranno alla forma che avevano prima non appena la quarantena sarà finita,” ha risposto Schilthuizen (con tono più pessimistico di quanto speravo). “Il senso di competitività umana si scatenerà di nuovo, così come il ritmo frenetico—che tiene alla larga molti dei nostri potenziali co-abitanti animali—si ristabilirà in pieno.”

D’altronde, lo stato di emergenza sanitaria, sociale ed economica in cui ci sta gettando la pandemia di coronavirus è stato descritto da molti come una tragica “prova generale” di come potremmo vivere se la crisi climatica non sarà contrastata in tempo. Sia da un punto di vista di catastrofi ambientali e costi umanitari specifici a ogni zona geopolitica, sia da un punto di vista proprio di grandi pandemie, che sono alimentate da un abuso umano della natura. “Simili emergenze continueranno a presentarsi con sempre maggiore frequenza,” ha concordato Schilthuizen, “in conseguenza alle nostre attività insostenibili che provocano sempre più reazioni violente da parte della natura.”

Ma nell’etimologia della parola “apocalisse”—utilizzata a mani basse in queste settimane—c’è insito il concetto di rivelazione. Senza scivolare in scomode teorie sulla purificazione del pianeta—che sono fallaci, romantiche e morbose tanto quanto un’idealizzazione degli animali esotici—, molti cambiamenti fondamentali nella nostra società ed economia finora ritenuti impossibili, ora si stanno rivelando (appunto) ragionevoli necessari e inevitabili.

E questo è interessante, perché operare un cambiamento è responsabilità dell'uomo tanto quanto lo è questa crisi. A prescindere dal fatto che i rospi tornino a camminare sui marciapiedi delle metropoli.