Il problema dei braccianti e del Covid-19 sta arrivando anche sulla tua tavola

Si sta parlando di regolarizzazione, di mancanza di lavoratori nelle campagne. I braccianti come vivono questo momento durante la pandemia?
24 aprile 2020, 10:00am
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Foto per gentile concessione di Daniele Dodaro

Il coronavirus, non ha fatto altro se non mostrare più che mai la piaga in cui si trovano le nostre campagne. Tutte, non solo quelle al sud.

La questione dei braccianti in Italia è, con emergenza Covid-19 in atto, un vero e proprio paradosso. Il lavoro c'è, ma la forza dei lavoratori, nella stragrande maggioranza stranieri, manca. Manca per due ragioni: i blocchi che impediscono di muoversi da una campagna all'altra e la paura di uscire nei campi senza garanzie sanitarie.

Il fenomeno dello sfruttamento della manodopera in gran parte straniera e irregolare, però, non è una novità. Un fatto lungo anni e strutturato, che ha fatto emergere fenomeni mafiosi come quello del caporalato e privazioni dei più basici dei diritti umani. Il coronavirus, non ha fatto altro se non mostrare più che mai la piaga in cui si trovano le nostre campagne. Tutte, non solo quelle al sud.

Recentemente il Ministro delle Politiche Agricole Alimentari, Teresa Bellanova, ha portato all'attenzione il buco da 300.000 braccianti creatosi a causa dell'emergenza sanitaria, e la necessità di regolarizzare questi lavoratori fondamentali per l'economia nazionale.

Questo sta portando progressivamente a un rialzo dei prezzi nei reparti ortofrutticoli (soprattutto degli agrumi, per via della spasmodica ricerca della vitamina C), con un picco di 40 volte sull'inflazione e la possibilità di vedere gli scaffali dei supermercati più vuoti che mai, non solo in Italia, ma in tutta Europa. Con conseguente danno economico, se non si prenderanno provvedimenti.

Le proposte sono tante sul fronte braccianti: si è parlato di allungare fino al 31 dicembre i permessi di soggiorno, di generarne di nuovi, di una sanatoria e una bozza di legge il cui Articolo 1 sprona a "mettere a contratto di lavoro cittadini stranieri al fine di sopperire alla carenza di lavoratori" nel settore dell'agricoltura (ma non solo). Ma questo può considerarsi una svolta nei diritti dei migranti e di chi ogni anno cerca lavoro nella nostra campagne?

Oggi dobbiamo capire più che mai, quando facciamo la fila per la spesa, che dietro le forchettate di spaghetti c'è sudore e sangue

La situazione è grave e complessa. Ho contattato al telefono Aboubakar Soumahoro, attivista sociale e sindacale del Coordinamento Lavoratori agricoli USB, per capire cosa sta succedendo. "La pandemia ha aperto una voragine su un tessuto che aveva delle crepe," mi dice Aboubakar in viaggio verso Foggia, carico di materiale sanitario. "Quelle crepe sono le disuguaglianze che si sono accentuate. Sono gli squilibri sociali rispetto al tasso di disoccupazione." L'attivista, che a sua volta è stato bracciante, mi ha poi parlato del modello economico attuale. "Un modello economico messo alla prova, dove il caporalato è solo un albero nella foresta fatta di brevetti e dalla filiera della Grande Distribuzione Organizzata. Bisogna pensare che in prima linea ci sono tanto i medici quanto i braccianti. Oggi dobbiamo capire più che mai, quando facciamo la fila per la spesa, che dietro le forchettate di spaghetti c'è sudore e sangue." E continua: "Legare la regolarizzazione alle esigenze economiche della filiera è puro ottimismo politico. In guerra si salvano le vite, punto, non in base alla propria attività economica."

In Emilia Romagna, dove in questi giorni sono stati effettuati degli arresti in un'operazione anti-caporalato, braccianti pachistani hanno riferito di percepire 50 euro al mese a fronte di 80 ore di lavoro nei campi

I braccianti in Italia, come riporta AlJazeera, lavorano spesso senza un limite di ore, con paghe da fame e, secondo un rapporto della UE, senza strumenti sanitari adeguati. In Emilia Romagna, dove in questi giorni sono stati effettuati degli arresti in un'operazione anti-caporalato, braccianti pachistani hanno riferito di percepire 50 euro al mese a fronte di 80 ore di lavoro nei campi. Per vivere i braccianti devono lavorare, ma lo fanno a cottimo, quindi non uscire per paura di contrarre il virus significa letteralmente non portare il pane sulla tavola.

Buona parte del problema della mancanza di braccia in agricoltura viene dall'Est Europa: i migranti che venivano dall'est sono tornati nei loro paesi e, allo stesso tempo, non si stanno muovendo verso l'Italia per la nuova stagione

E quando decidono di lavorare lo stesso, come mi spiega Diletta Bellotti - attivista impegnata nella lotta contro il caporalato -, devono sottostare sempre a una paga misera. "Un mio amico senegalese, che ha un alimentari a Borgo Mezzanone, ha deciso di tornare nei campi per arrotondare. Ma le cifre sono quelle dettate dal mercato, non si alzano solo perché c'è un'emergenza di braccia." Alcuni braccianti si sono anche mobilitati attivando un crowdfunding su GoFundMe, portando all'attenzione il fatto che siano loro a farci mangiare, a riempire gli scaffali mentre noi siamo chiusi in casa.

Caporalato braccianti coronavirus

Diletta durante una dimostrazione. Foto di Fabrizio Fanelli per gentile concessione di Diletta Bellotti.

Sempre Diletta, che in questi mesi ha fatto uno stage con l'Unione Europea in Etiopia, dove ha analizzato i flussi migratori, mi ha spiegato meglio da dove arriva generalmente la forza lavoro: "Il problema non riguarda solo i braccianti africani che sono in Italia bloccati. Buona parte del problema della mancanza di braccia in agricoltura viene dall'Est Europa: appena hanno potuto, i migranti che venivano dall'est sono tornati nei loro paesi e, allo stesso tempo, non si stanno muovendo verso l'Italia per la nuova stagione."

In questo articolo si ricorda come non solo le campagne al sud Italia siano colpite dalla mancanza di manodopera per raccogliere frutta e verdura, ma come lo sia anche il nord. E al nord sono spesso lavoratori dell'Est Europa a mandare avanti la filiera agricola: il dato del Trentino, che non può fare affidamento sul 75% della forza lavoro per la raccolta delle mele, pari a 12.000 braccianti prevalentemente romeni, può farvi capire di cosa stiamo parlando.

In molti hanno chiesto il sussidio di 600 euro, ma non è affatto facile riceverlo per chi lavora nelle campagne in mancanza di diritti. Come puoi riceverli se non hai maturato un totale di giornate di lavoro segnate?

Le condizioni in cui vivono i braccianti, ghettizzati in baraccopoli al limitare dei campi non sono cambiate: spesso manca acqua corrente, servizi igienici a cui si aggiunge la fame e i diritti negati da un sistema senza tutele. "In molti hanno chiesto il sussidio di 600 euro, ma non è affatto facile riceverlo per chi lavora nelle campagne in mancanza di diritti. "Diciamo sì ai 600 euro," mi racconta ancora Aboubakar Soumahoro, "ma come puoi riceverli se non hai maturato un totale di giornate di lavoro segnate? Dovrebbero esserci dei controlli, ma la realtà è che su 30 giorni di lavoro, magari risulti averne lavorati dieci." Insomma, la maggioranza dei braccianti non può nemmeno dimostrare di aver messo insieme 50 giornate di lavoro nel 2019 e, quindi, non ha diritto ai 600 euro stanziati dal Governo. E riguardo la salute, Aboubakar mi dice che "quasi nessun datore di lavoro fornisce mascherine. Ci stiamo attivando noi. Ma dovrebbe essere lo Stato a garantirle. La politica parla di caporalato, ma ha paura di puntare il dito contro la grande distribuzione. E questo è il momento in cui deve parlare all'essere umano. Che la politica chiami le cose con il proprio nome, contro chi non riconosce dignità ai lavoratori della terra."

Questo momento storico sembra il preludio a molti cambiamenti. Nella ristorazione, nel mercato e, si spera, nella scelta dei prodotti che acquistiamo. Parlare ancora una volta di una piaga sociale e lavorativa che anche all'estero hanno imparato a conoscere è probabilmente il modo giusto per fare in modo che la filiera agricola cambi faccia. Anche perché il problema della manodopera riguarda anche altri paesi della UE.

La regolarizzazione di molti migranti può essere una svolta tanto economica quanto sociale. I lavoratori potrebbero uscire per lavorare nelle campagne dove c'è bisogno, ma, soprattutto, acquisirebbero diritti fino ad ora poco scontati: quello alla mobilità; alla possibilità di affittare una casa; all'esistenza senza essere numeri invisibili.

Persino il sindaco di Milano Beppe Sala, citando Aboubakar Soumahoro, ha ricordato ai suoi follower quanto sia importante un consumo consapevole, che non gravi sulle spalle dei braccianti. Senza retorica: in questo periodo di crisi lo stato potrebbe, e dovrebbe, prendersi finalmente il compito di gestire una piaga come la condizione di semi-schiavitù creatasi in un mercato, quello ortofrutticolo, terzo in Europa per numeri.

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