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Jean Charles de Castelbajac

12.4.10

Jean-Charles de Castelbajac è un marchese francese che disegna vestiti e ascolta musica grime. Nei primi anni Settanta, insieme al fotografo Oliviero Toscani, ha escogitato una campagna pubblicitaria che mescolava sesso e slogan di ispirazione religiosa che ha scandalizzato il Vaticano.

Un decennio più tardi, Castelbajac ha trasformato l'etichetta italiana Iceberg in una casa di moda postmoderna ispirata alla pop-art, vendendo un mucchio di immagini (piratate) di Snoopy, Daffy Duck, e Gatto Felix agli hooligan del calcio inglese. Negli anni Novanta, convinse il Papa e 5,000 preti a indossare ciò che sembrava un centinaio di bandiere gay. Più di recente, una serie di ammiratori di Castelbajac, come Bernhard Willhelm, Cassette Playa e Jeremy Scott sono anche loro divenuti noti, riaffermando la posizione di Castelbajac come re della cartoon coutoure.

Quando ho incontrato de Castelbajac nel suo mimetico store parigino al neon, stava negoziando i termini di un affare che lo avrebbe reso direttore creativo per un'azienda di fuochi di artificio e si preparava a spedire costumi per il video musicale di "Telephone" di Beyonce e Lady Gaga.

Vice: Si sa che sei un marchese, non un omosessuale, quindi perché sie entrato nel mondo della moda?
Jean Charles de Castelbajac: Mio padre era pianista per il Re del Marocco e la mia famiglia aveva perso tutti i suoi soldi. Quando hai passato anni in un collegio militare, l'unica cosa che ti interessa è conoscere delle ragazze. Ho provato a fare il musicista e sono entrato come cantante in una band che si chiamava Kaos, ho anche provato a fare l'attore in un paio di film, ma non mi piaceva tutta quell'attesa tra una scena e l'altra. Stavo rischiando di diventare un fancazzista che va ad una scuola d'arte di provincia, ma poi mia mamma mi ha chiesto di disegnare qualcosa, così ho trasformato la mia vecchia coperta in una giacca molto austera, e alla fine è successo che l'ha indossata John Lennon.

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Nel 1968 avevi 18 anni e vivevi a Parigi. Credi che la politica di quei tempo abbia influenzato il tuo lavoro?
Non ero molto trendy nel 1968. Distribuivo riviste di propaganda monarchica quando a tutti interessava solo il Presidente Mao. Ma poi un giorno mi sono imbattuto nel mio padrino, un vero socialista. Strappandomi il volantino dalle mani mi ha urlato, "Come ti permetti?" Mi ha portato a vedere gli studenti in protesta alla Sorbona e le ragazze erano molto più carine. Quella era la prima volta che vedevo un sacco di persone in jeans e parka a Parigi. Dopo quel momento in poi ho capito che non dovevo muovermi di lì.

Chiamare una marca sexy "Jesus Jeans" deve aver dato fastidio a molti. Come hai convinto la gente ad assecondarti?

Ero un adolescente quando mi è venuta l'idea. Il mio capo era una sorta di visionario. Mi aveva assunto quando non sapevo ancora niente, perchè voleva fare qualcosa di nuovo. Eravamo sulla sua Lamborghini e stava guidando sempre più veloce, per farmi venire paura - al tempo non c'erano i limiti di velocità. Mi diceva, "Jean Charles, dobbiamo trovare un modo di fare tanti soldi e subito, ma come?" Sapevo che dovevo farmi venire un'idea proprio lì su due piedi, e ho detto, "dobbiamo fare dei jeans, saranno un grande successo, nessuno sta facendo jeans in Italia." All'inizio odiava la mia idea per il nome, ma poi ho detto, "Deve essere Jesus. È il nome più famoso sulla terra." Di lì a poco, Oliviero Toscani ed io abbiamo fatto questa enorme campagna con sederi di ragazze fasciati in piccolissimi shorts denim, accompagnati da passagi biblici come, "Chi mi ama mi segua".

Tutto quello che fai è talmente spensierato. Come fai ad evitare la pressione del business che esige da te sempre maggiore serietà e come riesci invece a concentrarti su beni di lusso più tradizionali?

Ho sempre voluto fare cose socialmente pericolose e la moda mi permetteva di fare proprio questo. La moda mi ha salvato. Ho uno strano pantheon di eroi per uno stilista di moda. Jimmy Page era il mio idolo assoluto e si faceva di eroina, ed io faccio quello che fanno i miei eroi. Tuttavia, la moda mi ha salvato dall'essere risucchiato nel vortice dell'eroina perché sapevo che se volevo creare una moda rivoluzionaria, allora dovevo lavorare duro. La moda è la mia cintura di sicurezza. È per questo che la amo così tanto. Devi lavorare costantemente e hai delle scadenze che non puoi non rispettare. Alcuni amici nel business che erano troppo presi dalle droghe e non rispettavano le scadenze sono morti. Quando Claude Montana, Thierry Mugler ed io abbiamo iniziato ad avere successo, eravamo euforici anche solo all'idea di andare a Rio in Concorde o vedere una grande folla di ragazze strillanti a Tokyo. Credevamo di essere i Rolling Stones e investivamo tutti i nostri soldi negli show - facevo venire a cantare Grace Jones, per esempio. Erano tempi pazzi ed eccitanti, ma non pensavamo troppo al business.

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La moda vuol dire che puoi mischiare il pericolo con la convenzionalità?

Il rischio è una grande parte della mia vita creativa. Quando ho visto il negozio di Malcolm McLaren, Too Fast To Live, To Young To Die nel 1972, mi sentivo come se avessi finalmente trovato un compagno d'armi. La moda per me è un manifesto. Si tratta di fare domande. Non mi interessa troppo la vestibilità, vedo la moda come una sorta di guerra aperta.

Vedere le tue maglie Iceberg diventare un must delle classi popolari inglesi deve essere stato fantastico.

Si, e quando ho incontrato i Slew Dem Crew quasi mi mettevo a piangere perché conoscevano benissimo il mio lavoro. Racconto sempre alla gente di quando ho incontrato Dizzee Rascal e lui mi ha parlato nei dettagli dei design di alcune delle mie felpe Iceberg.

Tutti parlano della moda potente punk/amazzone degli anni Ottanta, ma la gente si dimentica che erano soprattutto stilisti come te e Moschino che sperimentavano con gli slogan e la pop art.

Quando penso alla mia generazione - Fiorucci, Moschino a anche in un certo modo Thierry Mugler - cercavano di dire qualcosa con, non contro, la moda. La pop-art e la moda in cui mi identificavo erano un collegamento ad una bellissima finestra di radiosa felicità, ma quello che la gente tende a dimenticare è che quando disegnavo quelle felpe Iceberg, tutta quella luminosità era in realtà legata alla musica electro, che all'epoca era veramente dark.

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Come hai fatto a fare indossare ai preti quei paramenti in stile bandiera arcobaleno nel Giorno Mondiale della Gioventù nel 1997?

Monsiuer Lustiger, un cardinale che era molto vicino al Papa Giovanni Paolo II, mi aveva chiesto di pensare a qualcosa e ci siamo messi d'accordo sull'arcobaleno, perché rappresentava la promessi di pace che Dio ha fatto a Noé. Quando gli ho detto che l'arcobaleno era anche la bandiera dei gay mi ha risposto solo che nessuno ha il copyright sugli arcobaleni.

Quindi il tuo amore per la moda vuol dire che sei condannato ad essere un grande ragazzino per sempre?

No, non voglio per niente essere un ragazzino. C'è un libro del XVI secolo, a cui mi sento veramente vicino, che si chiama Il libro del cortegiano di Baldassare Castiglione. Il suo concetto di sprezzatura propone come valori la generosità e il godere del talento altrui. Amo quest'idea. Tuttavia, molti dei miei amici hanno tra i 14 e i 30 anni. Una connessione al sound del momento è fondamentale per me e lo sarà fino al mio ultimo respiro. L'electro dark e apocalittica di Koudlam per me è importante quanto gli Yardbirds.

Era facile attaccare la società con il tuo ago e filo ai tempi in cui gli anziani avevano paura del sesso e della moda. Ma di questi tempi, fuori, diciamo, dall'Arabia Saudita, i vestiti possono ancora essere controversi?

Buona domanda. In Francia sono tuttora controverso. Pensano che io faccio stupid cool. Lo chiamano ridi-cool. Lo trovo orribile! La moda non è più solo questione di mettersi in posa, è questione di creare una messa in scena e questo può tuttora risultare controverso. La moda ha bisogno di ribelli, credo che al momento molte delle grandi case di moda stiano cercando disperatamente qualcuno che faccia qualcosa di potente e ribelle con il loro marchio.

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Quindi cosa fa buona moda?

Il concetto. Non posso fare vestiti o arte o design senza un concetto. La moda è un mezzo fantastico per raccontare delle storie, Gareth Pugh è bravissimo a costruirsi il proprio mondo.

Hai iniziato anche a fare arte.

Sento che con la mia mostra Triumph of the Sign è nato un artista, ora non mi sento più così schizofrenico come una volta. Ho un atelier in Cina dove riproducono opere di vecchi maestri e io ci dipingo sopra roba come i simboli della Croce Rossa, della Nike e di Gucci. Kanye ne ha comprati tre. Nella moda, ed ora nell'arte, ho sempre avuto l'ossessione di combinare cose che non vanno necessariamente insieme. Scandaloso e mostruoso è bello.

Questo è fantastico, ma perché hai fatto un fashion show con i Lego?

Il modo in cui i Lego si interconnettono è una grande metafora per il networking sociale. Abbiamo portato l'idea da Lego, non il contrario, e il Lego Anna Wintour che ne è uscito fuori era semplicemente assurdo. Il mio prossimo grande progetto di moda è aprire un negozio pop-up nel piano terra di Selfridges chiamato An encounter of the 5th kind (Incontri del 5° tipo). Il 5° tipo è quando tu e l'alieno fate un figlio. È una specie di cosa anti-razzista.

DARYOUSH HAJ-NAJAFI