Cantona, seconda parte: uomo e semidio

Amare Cantona significa amarne gli errori, quelli che hanno reso unica la sua carriera sportiva e, forse, anche umana.

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16 ottobre 2012, 10:38am

Come abbiamo visto nella prima parte di questa miniserie, Cantona è un uomo pieno di passioni e progetti, un istintivo che guarda al futuro. Sotto la definizione di "complesso di inferiorità" ho cercato di descrivere il profondo disagio che provo, da amante bambino di Cantona (avevo dodici anni nel suo momento d'oro), di fronte al Cantona che parla a vanvera di rivoluzione (qui il fuori onda di una radio in cui dice che per lui essere francese non è cantare la Marsigliese o leggere l'ultima lettera di Guy Moquet, ma essere rivoluzionario) e sistema bancario internazionale (qui il video in cui un Cantona estremamente sensibile-"Non credo si possa essere completamente felici vedendo la miseria tutti i giorni"-finisce con l'ipotizzare il crollo delle banche se tutti i cittadini ritirassero i propri risparmi lo stesso giorno).

Proprio perché Cantona non è stato solo un giocatore, fa ancora più male vedere cosa resta adesso senza il giocatore. Cercate di capirmi, io adoro Cantona e lo seguirei all'inferno senza mai voltarmi indietro, se me lo chiedesse, figuratevi ritirare i pochi risparmi in banca quando lo dice lui. Ho guardato tutto quello che ho trovato sul suo conto, i gol, le interviste, i film (anche quello in cui recita con una scimmia), le pubblicità: quella della Bic Lady con la cuffia da doccia rosa; quella della Nike in cui distrugge il diavolo dopo essersi alzato il colletto; quella della Sharp in cui picchia Babbo Natale e va sul cavallo a dondolo; mi piace persino quella dell'Eurostar in cui recita la parte del vecchio saggio. Sono contento per l'occasione dei Cosmos e spero sinceramente che riesca a mettere in piedi un progetto come si deve, ma ho paura che tutto questo non possa riempire il vuoto tremendo lasciato da quel giocatore capace di emozionarmi in quel modo. 

Il problema non riguarda solo Cantona. C'è qualcosa di profondamente drammatico nella seconda vita dei calciatori, paragonabile alla morte o, se preferite, a un'ex ragazza, che rende struggente anche la vista delle compilation di gol su Youtube, con la musica tecno in sottofondo. Persino uno come Cantona non può mettere il proprio passato alle spalle. Soprattutto uno come Cantona. E la colpa, come per i defunti e le ex-ragazze, è dell'amore. L'individuo che abbiamo amato senza bisogno di essere corrisposti anche per cose come il colletto alzato è ancora vivo, ma indossa scoppole e smoking, giacche con sotto colli a V, ha una barba bianca e marrone, i capelli più o meno lunghi, ingrassa e dimagrisce, ed è come se il nostro amore per lui non fosse più suo. È ancora lì, a sua disposizione-pronto a riprender vita a ogni sorriso di quell'uomo grosso che ci ricordi il ragazzo pazzo che è stato-ma non è più interamente suo. Un amore diluito nella quotidianità di un calciatore andato in pensione a trent'anni ("Ogni tanto penso di aver lasciato troppo giovane") invece di quell'attimo irripetibile in cui ottantamila e più persone saltano in piedi pensando tutti simultaneamente: TI AMO. Il che non significa semplicemente che a un calciatore che ha sperimentato il successo manchi la folla e l'emozione di una partita importante. Sto parlando del problema per un essere umano, elevato dall'amore degli altri esseri umani, in virtù dei propri poteri, al rango di semidio, di essere all'altezza di tutto quell'amore una volta svaniti quei poteri.

C'è molto amore, troppo amore, nella trasmissione di un'ora e mezza con cui Canal Plus, in diretta da Manchester, ha festeggiato i quarant'anni di Eric Cantona, ripercorrendone la carriera. Siamo nel 2006 e Cantò, come lo chiamano i francesi, porta i capelli lunghi, la barba lunga e una giacca a coste marrone. Dice che: "Ci sono persone che in un certo periodo hanno conosciuto la gloria, o quello che è, e si bloccano su quell'istante, su quel periodo della loro vita. Io combatto come posso, mi do degli scopi, delle ambizioni che riguardano solo me, senza bisogno di dover dimostrare niente a nessuno." La sua vita dopo il calcio è iniziata da poco. Ha vinto il Campionato europeo e la Coppa del mondo di Beach Soccer con la Francia. Ha fatto qualche film e la seconda moglie, Rachida Brakni, conosciuta sul set, è sicura che Cantona abbia un talento da attore all'altezza del talento avuto come calciatore (sei anni dopo è ancora tutto da dimostrare). Nel primissimo servizio i suoi due fratelli parlano bene di lui. La madre e il padre-un background di dignitosissima forza lavoro, affetto e artisticità privata-senza parole per descrivere quel figlio re e ribelle, dicono : "Credo che abbiamo fatto un genio." Il presentatore gli chiede se hai mai percepito il fatto di essere speciale, da piccolo, e Cantona ironizza: "No, no... ma quella è mia madre che..."

In un servizio successivo il fratello minore Joel si commuove descrivendo a che punto Eric sia una persona generosa: "È un uomo che vale la pena conoscere." A un certo punto la moglie si lancia in una dichiarazione d'amore citando il poemetto di Shakespeare The rape of Lucrece: "L'uomo ha un'anima di marmo e la donna un'anima di cera che prende le forme che il marmo le chiede. Ecco, Eric ha un'anima di marmo e un'anima di cera. È un uomo, è virile, è un animale ferito che può tirare fuori le unghie, ma è anche un bambino, qualcuno di vulnerabile che... ed ecco credo che le persone che lo amano, i tifosi, sentono questa forte opposizione."

José Touré, calciatore degli anni Ottanta e Novanta, detto "il brasiliano" per la tecnica, con un passato recente di droga e violenza domestica, e un lavoro come commentatore proprio per Canal Plus (oltre che presentatore per alcune radio africane) dice che il Cantona che ha conosciuto lui era "Un diamante grezzo, e lo resterà sempre, forse." Nella clip finale, tra i vari personaggi che gli fanno gli auguri, oltre a Platini e Houllier c'è anche Aime Molero, il suo primo allenatore in assoluto che, con un paio di denti in meno rispetto a quando lo allenava, gli dice: "Sei rimasto nel mio cuore e nei miei pensieri." Il padre con una camicia arancione balbetta: "Due volte vent'anni." La madre recita a braccio un augurio in forma di poesia: "Ti auguro un buon compleanno/ pieno di felicità/ pieno di salute/ segui la tua strada/ non ascoltare nessuno/ e vedrai la vita sarà bella."

E se la strada di Cantona si fosse interrotta a trent'anni, quando ha dato l'addio? E se non gli restasse altro che, come si dice, riciclarsi? Rientrati in studio il presentatore gli chiede: "È angosciante avere quarant'anni?" (il presentatore dovrebbe averne qualcuno in più). "No," risponde Cantò con gli occhi umidi. Ci pensa, ma poi ripete: "No. Non veramente." Ci pensa ancora: "No."

Così siamo arrivati al punto. A quello che ha reso unica la carriera sportiva-e, oserei dire, umana-di Cantona. I suoi errori. Tutti quegli errori che sono forse all'origine di tutto quell'amore

Nel corso della trasmissione citata sopra, Sir Alex confessa che ogni tanto dimentica quanto era forte Eric. Quando gli capita di rivedere i suoi gol sul canale del Manchester United esclama: "God!" L'arrivo di Cantona a Manchester è stato fondamentale per trasformare una squadra piena di giovani di talento (gente come Giggs, Scholes, Keane, Beckham) in una squadra vincente. "Ci mancava un leader che ci desse la sicurezza necessaria. Prima di lui molti giocatori erano arrivati a Manchester intimiditi dall'ambiente, dallo stadio, dallo storia del Manchester United, ma Eric è arrivato col petto in fuori e ha detto questa è casa mia. Ed era vero. Non aveva alcun timore di giocare all'Old Trafford, e questa sicurezza l'ha trasmessa agli altri giocatori che non sapevano come vincere il campionato." Quello che sta dicendo Ferguson è che al Manchester United per vincere dopo ventisei anni di digiuno è stata necessaria quella stessa faccia tosta che, in Francia, aveva creato solo problemi a Cantona. Perché quando Cantona arriva in Inghilterra non è nessuno. Al massimo, come dicono i giornali, è una specie di French Gazza, un Gascoigne francese: testa calda e piedi tecnici, una follia ingestibile, benedetta da grandi giocate e dall'amore del pubblico. 

In appena tre anni da professionista in patria, Cantona ha fatto tante cazzate quante la maggior parte dei calciatori non riuscirebbe ad accumulare in un'intera carriera. All'Auxerre rimedia tre giornate di squalifica per un tackle assassino (dopo l'entrataccia Cantona schiaffeggia un avversario facendolo cozzare contro la testa di un suo compagno di squadra che sembra avere la peggio). Qualche mese dopo, quando Henri Michel, tecnico della nazionale maggiore, non lo convoca per un'amichevole, Cantona rilascia la seguente dichiarazione: "Mickey Rourke, un tipo che mi piace molto, ha detto che il tizio degli Oscar è un sacco di merda. Ecco, io dico che Henri Michel non ci va lontano." Acquistato dall'OM nell'estate del 1988 per ventidue milioni di franchi (un record per il campionato francese) a gennaio 1989 viene ceduto in prestito al Bordeaux dopo che, in un'amichevole contro il Torpedo Mosca, Cantona si toglie la maglia e la getta in direzione dell'allenatore Gérard Gili che lo ha sostituito-ripeto: durante un'amichevole, col Torpedo Mosca. L'anno successivo, in prestito al Montpellier (con Valderrama e Laurent Blanc) tira una scarpa in faccia a un compagno di squadra (Lemoult). Dopo un anno inutile all'OM (prima un infortunio e poi un allenatore, Goethels, che non lo fa giocare) finisce al neopromosso Nimes. La città gli piace ma, anche qui dopo pochi mesi, Cantona mette fine alla sua carriera francese tirando il pallone addosso all'arbitro, con le mani, neanche troppo forte, mirando al corpo e non alla testa, ma è il gesto in sé che si colloca al di là della linea immaginaria che separa le proteste anche veementi dalle aggressioni. Esce dal campo senza neanche aspettare che l'arbitro lo espella, a petto in fuori, orgoglioso e arrogante senza che niente di ciò che ha fatto fin qui possa giustificare un simile atteggiamento. La Federazione gli dà quattro giornate e lui chiama "idioti" i membri della disciplinare. La squalifica diventa di due mesi e Cantona, a venticinque anni, dà l'addio al calcio.

Per Platini, il deus ex-machina che ha spedito Eric in Inghilterra facendogli cambiare idea sui propositi di pensionamento anticipato, la follia di Cantò è in relazione con l'aspetto migliore della sua personalità (quella che fa commuovere il fratello minore): "È  tanto generoso nelle sue qualità quanto, disgraziatamente, gli succede di essere generoso nella sua esuberanza negativa." In sostanza Cantona non è stato il massimo della furbizia, si è dato troppo. In questo senso, è stato generoso nel fare così tante stronzate. D'accordo il calcio volante, ma poteva risparmiarsi la rissa con la polizia turca al termine di Galatasaray-Manchester United; o poteva evitare di calpestare quel giocatore dello Swindon, durante una partita durissima in cui Huges ha anche preso uno schiaffo da uno del pubblico. 

Da parte sua, Cantona si è sempre difeso dai giudizi troppo moralisti. A cominciare da quella conferenza stampa, immediatamente successiva alla condanna a 120 ore di lavoro sociale per il suo momento kung fu ("Come se avesse commesso un crimine. Ma lui voleva solo difendere la sua mamma," dice sua madre), in cui ci si aspettava delle scuse. Cantona non aveva voglia di dire nulla, così disse: "Quando i gabbiani-Cantona prende un sorso d'acqua, i giornalisti si ripetono tra di loro ha detto seagulls?-seguono il peschereccio, è perché pensano che verranno gettate in mare delle sardine. Grazie molte." Cantona nega di essersela preparata prima ("Ho detto una cosa che non aveva senso. Avrei potuto dire la luce è blu, domani mi sveglio, ci saranno delle onde, poi prendiamo la barca e poi torniamo. Che vuol dire? Ma ho detto qualcosa, e quindi aveva senso. Il senso era che stavo parlando a delle persone senza dirgli niente. Ma ero là e avevo parlato") e al presentatore che gli chiede per l'ennesima volta in vita sua se non c'è proprio nulla che rimpianga, Cantona risponde con decisione di no (con più decisione rispetto a quando dice che avere quarant'anni non è angoscioso, ma non con la decisione con cui, enorme e minaccioso, aveva detto a due poveri giornalisti francesi in dolcevita nera che, a persone come loro, "Piscia in culo").

Cantona ama i suoi errori (non ritiene possano essere di esempio a nessuno, ma li accetta come parte della vita). Amare Cantona significa amare gli errori di Cantona. Il campo da calcio è la serie tv delle tragedie greche, dove gli eroi amati dal pubblico hanno infinite possibilità di sbagliare, in buona e cattiva fede, e redimersi ogni volta (ed è questo tipo di talento che Cantona non sembra poter trasportare dal campo da calcio alla vita quotidiana). Cantona è un uomo libero fino all'autolesionismo e le sue esuberanze hanno un effetto catartico sullo spettatore medio, costretto in un mondo che gli chiede umiltà e sacrifici a ogni pié sospinto (concetto che Cantona esprime in un'intervista alla BBC, una delle mie preferite in assoluto, per via di quel sorriso infantile sulle parole "They're happy," più o meno dopo trenta secondi). Solo avendo sofferto con lui per la squalifica di otto mesi si può gioire del suo ritorno glorioso, con quel gol in finale di F.A. Cup contro il Liverpool, da capitano (e il commento del telecronista: "I cant' believe it. You just can't write that script"). Solo dopo averlo visto interrompere la sua carriera per ben due volte si può condividere il senso di mistico stupore e completezza che sembra provare lui quando, a pochi mesi dall'addio definitivo, contro il Sunderland, appesantito e goffo, gli riesce un pallonetto dal limite dell'area, con la palla che in diagonale sbatte contro l'incrocio dei pali. Cantona compie un giro completo su se stesso, con le braccia né strette né larghe, pronte ad alzarsi, guardando negli occhi il suo pubblico-uno per uno, pochi per tutti-guardando negli occhi tutto quell'amore


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