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Jonas Bendiksen: Be', penso che quello che rende la Magnum così importante è la varietà dei fotografi che ne fanno parte, i quali, tramite le loro fotografie, forniscono la loro specifica chiave di lettura del mondo che li circonda. Negli ultimi anni, penso che la Magnum sia diventata più interessante, proprio perché molto più varia.

I fotografi Magnum hanno uno scopo comune: usare la fotografia per partecipare al discorso sulla realtà attorno a noi. All’interno di questo principio di massima, ogni fotografo può interessarsi a differenti realtà, ma questo obiettivo è il denominatore comune.Come definiresti l’idea dietro al tuo libro, Satellites? Riguarda l’esplorazione di un posto dimenticato, vero?
Si, il libro racconta di un viaggio ai limiti dell’ex Unione Sovietica. Mi sono fermato in tutti quei luoghi di cui potresti mettere in dubbio l’esistenza, almeno sulla carta. Mi riferisco a repubbliche indipendenti come la Transnistria e l’Abcasia, che effettivamente esistono—dal momento che hanno confini e governi—ma che non godono di riconoscimento ufficiale. Si potrebbe dire che siano i classici conti in sospeso di un divorzio: il divorzio dall’Unione Sovietica. È diventato un viaggio, per me.
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Si potrebbe dire che queste persone vivano un po' sotto pressione: la vita in questi posti è dura, economicamente parlando. Ad oggi, sono isolati dal resto del mondo. È difficile emigrare. Allo stesso modo è molto difficile guadagnare abbastanza, se rimani in patria. Ma nonostante gli elementi in comune, sono tutti posti abbastanza differenti l’uno dall’altro e hanno le loro caratteristiche peculiari.The Places We Live è stato il libro dopo Satellites. Era incentrato sull'idea che per la prima volta, nel mondo, ci sono più persone che vivono in città che nelle campagne. Hai trattato questo argomento come una questione ambientale o come un problema sociale?
La mia idea è che le due nozioni, quella sociale e quella ambientale, sono totalmente inscindibili. È una delle cose a cui lavorare a questo progetto mi ha fatto pensare. Non voglio dire che vivere in una città sia un bene o un male. Quello che voglio è far capire che si tratta di un fenomeno, e che dobbiamo affrontarlo. Più di un miliardo di persone vivono in slums e baraccopoli, e questo numero è destinato a crescere. Dobbiamo accettare che questo è il modo in cui le moderne aree urbane funzionano e capire come gestire il problema.

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Penso che sia la cosa che mi ha sorpreso di più. Avevo letto molte statistiche sulle frange sociali che abitano slums e favelas e ho pensato che fosse una problematica che meritava di essere affrontata. Ma quello che davvero mi ha spinto ad ampliare il progetto è stato che sono rimasto sopraffatto dalla normalità di questi posti. Tra i cumuli di spazzatura vedi persone ordinarie che vivono vite normali, alle prese con i problemi delle persone qualunque in qualsiasi altro posto. Aiutano i figli a fare i compiti, tentano di sbarcare il lunario, di tenere unita la loro famiglia. Il progetto esplorava soprattutto il modo in cui le persone si creino un minimo di normalità in questo tipo di condizioni estreme.

Potrei dire che è una cosa che proprio non avrebbe funzionato, nella mia vita. Sono diventato padre all’età di 24 anni. Durante gran parte della mia carriera sono stato un padre. Non mi è mai sembrato sensato essere il tipo che vola verso i posti in cui cadono le bombe. Inoltre, penso ci siano tantissime problematiche da raccontare, in tutto il mondo. Tantissime altre forze che agiscono sugli esseri umani, in grado di creare situazioni affascinanti e complesse.
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Certo, ma non fraintendermi. Sono fermamente convinto che le zone di conflitto debbano essere raccontate. Penso sia un lavoro molto importante. L’unica cosa è che un’occupazione del genere non si è mai rivelata adatta alla mia vita. Ed è qualcosa di positivo e negativo allo stesso tempo. In qualche modo, è un lavoro solitario, visto che si finisce per lavorare su “piccole” storie. Sento che è il senso di cameratismo a mancarmi, la componente sociale del lavoro nelle zone di guerra; una sensazione che molti fotografi e giornalisti sperimentano. Ma è tutto legato al modo i cui le cose si sono evolute nella mia vita.
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