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#Campaign4Change

Giulia Sagramola ci ha detto che la gavetta non finisce mai

Abbiamo chiacchierato con Giulia Sagramola di fumetti, memorie d'infanzia e del perché crede fermamente nell'autoprodursi.

L'art realizzato da Giulia Sagramola in esclusiva per noi

Questo post fa parte della nostra serie #Campaign4Change.

Giulia Sagramola è ancora giovanissima ma già le sue illustrazioni si possono trovare un po' ovunque, dalle testate giornalistiche alle graphic novel alle campagne pubblicitarie di Salvatore Ferragamo. Non male per una ragazza che temeva il vuoto post-accademia—e proprio per questo si è impegnata fin da subito a fondare collettivi di illustratrici e, in seguito, una casa editrice indipendente, Teiera.

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Le abbiamo chiesto dove trova l'ispirazione per il mondo colorato e impalpabile che riesce a creare, e ci ha risposto che la vera chiave di tutto è che lei, della sua infanzia, ricorda ogni cosa, e di quegli anni ha mantenuto il suo essere "spugna o antenna" nei confronti del mondo che la circonda. Poi ci aggiunge i suoi colori, e l'arte è servita.

VICE: Ciao Giulia, partiamo dal fondo: so che stai lavorando a un libro, Incendi estivi. Ci puoi parlare un po' di cosa sarà questo libro?
Giulia Sagramola: Ciao! Incendi Estivi è il mio prossimo romanzo a fumetti, una storia che ho iniziato a scrivere circa sei anni fa e che per diversi motivi non ho mai sviluppato fino ad aprile 2014, quando esasperata da alcune cose che lavorativamente non mi soddisfacevano, ho deciso di mettere da parte il lavoro per alcuni giorni e di provare a buttarmi. Così sono nate le prime tavole, ho pensato "o la va o la spacca" e le ho mandate alla Maison des Auteurs di Angoulȇme per fare domanda come residente, dopodiché le ho mandate a Bao Publishing, che si sono detti subito molto interessati. Ora sono ad Angoulȇme a lavorare all'ultima fase del libro che uscirà per Lucca Comics 2015 e ogni tanto ancora non ci credo!

La storia parla di una calda estate in provincia, di tre adolescenti alle prese con un periodo cruciale delle loro vite e di un piromane che si aggira nei boschi vicino.

Adesso torniamo all'inizio: quando hai deciso che saresti diventata una illustratrice, fumettista e graphic designer?
Diciamo che è un desiderio che c'è sempre stato, ma non ero consapevole che fosse un lavoro, volevo solo disegnare il più possibile. Ho sempre disegnato fin da piccola e poi non ho smesso. I miei genitori per fortuna mi hanno sempre supportata, per esempio iscrivendomi a una scuola di fumetto quando avevo 14 anni. Penso di aver capito a 12 anni che volevo proprio fare la fumettista, quando sono andata alla mia prima fiera del fumetto a Milano, con mio padre. Non sapevo se poteva davvero essere un lavoro, non ci pensavo, volevo solo imparare a disegnare e a raccontare delle storie.

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Un altro tassello importante è stato quello di andare alle fiere di fumetto, dove da giovanissima ho iniziato a conoscere i primi autori, a scambiare opinioni e consigli con loro, fino a iniziare ad autoprodurre con alcuni di loro. Luca Vanzella, Luca Genovese e la loro mitica Self Comics mi hanno accolto sotto la loro ala protettiva ad appena 17 anni e mi hanno dato la giusta motivazione per iniziare a pensare dei primi progetti miei a fumetti. L'illustrazione e la grafica si sono incollate all'università, quando studiavo all'ISIA di Urbino e da allora non posso più considerarmi solo una cosa, mi piace avere diversi approcci visivi al lavoro. Penso però che una base coerente c'è ed è quella di provare a raccontare storie visivamente.

Quali di queste professioni senti più tua?
In questo preciso istante sento di voler fare principalmente storie a fumetti, perché le ho accantonate per tanto tempo per cercare di consolidarmi come illustratrice e ora le sento che scalciano.

Però mi piace spaziare il più possibile, mischiare i supporti e mi piace che le cose che faccio come progetti collaterali diventino delle direzioni nuove per il mio lavoro. Ad esempio le cose che faccio a mano e serigrafate mi hanno dato possibilità nella pubblicità oppure le vecchie foto su cui mi sono divertita a disegnare, che poi sono diventate il libro Sonno Gigante Sonno Piccino per Topipittori, ma anche una campagna per Ferragamo e dei laboratori per bambini.

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Giulia al lavoro. Foto di Alain François

Fai anche un sacco di altre cose: per esempio hai una casa editrice indipendente, Teiera. Come mai avete sentito il bisogno di auto-pubblicarvi e auto-produrvi?
Teiera è nata dallo scambio con Cristina Spanò, ex compagna di studi all'ISIA. All'epoca io e Cristina non vivevamo nella stessa città, ci incontravamo ogni tanto. Ci dicevamo sempre che avevamo voglia di fondare un'etichetta di autoproduzioni; io facevo già parte di Self Comics che però era in fase di chiusura, Cristina aveva voglia di partecipare a un'iniziativa simile. Poi, nell'autunno 2009 è saltata fuori la possibilità di prendere un banchetto alla Self Area del Lucca Comics e noi l'abbiamo colta al volo: abbiamo scelto il nome un po' a caso e ci siamo presentate. Il banchetto a Lucca saltò, ma comunque a febbraio 2010 abbiamo esordito a Bilbolbul con le prime quattro fanzine fotocopiate. Dal 2011 si è unita a noi anche Sarah Mazzetti, con la quale abbiamo spinto Teiera più verso una parvenza di casa editrice che produce libri collettivi con cadenza estemporanea, piuttosto che semplici albetti spillati monografici.

La filosofia di fondo era che sia a me che a Cristina piaceva l'idea di poter pubblicare autonomamente i nostri lavori e magari anche i lavori di altre persone che ammiravamo, ma che non sapevano come autoprodursi, oppure semplicemente non ne avevano tempo. La cosa è evoluta negli anni e con l'arrivo di Sarah, ora per noi Teiera è uno spazio bianco da riempire con idee tutte nostre, dove poterci divertire e crescere in direzioni nuove. Vorrebbe essere un po' un parco giochi.

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A proposito di infanzia, Bacio a cinque parla proprio della tua infanzia—com'è raccontarsi attraverso dei fumetti? Cosa ricordi di quegli anni?
Raccontare la mia infanzia a fumetti è un po' come fare un viaggio dallo psicoanalista! Ci ho messo un anno di alti e bassi a capire come volevo raccontare la mia vita e ho cercato di raccogliere i ricordi per riportarli il meno romanzati possibile, ma dal mio punto di vista ovviamente.

Ricordo tantissime cose di quegli anni, talmente tante che la gente ci rimane male perché non crede sia possibile. Ricordo le figuracce e le cose belle come quando ho fatto un tunnel gigante sotto la neve o quando un bambino che mi piaceva mi ha detto che anche io piacevo a lui.

Dove trovi la tua ispirazione?
Diciamo che non sto a contemplare il tramonto, credo che non esista un momento esatto in cui vengono le idee e poi si inizia a lavorare. In realtà si lavora sempre a qualcosa, anche quando non si è al massimo, e le idee fluiscono, ma bisogna convogliarle e farle crescere. Penso che dipenda anche dall'essere più aperti possibile agli stimoli esterni. Mi sento un po' come una spugna o un'antenna: navigo su internet, leggo molto, guardo tantissime cose diverse, ascolto tanta musica e guardo un sacco di film e serie tv. Queste cose si mescolano con i miei pensieri e con i segni che vengono fuori a volte senza pensare. Una delle cose che mi piace di più è guardare la gente, osservare quello che fa e come lo fa—ah, e ovviamente anche guardare i cani per strada.

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Ho letto che hai collaborato/collabori con un sacco di testate importanti—ma come è stata la gavetta, i tuoi inizi dopo la scuola d'arte a Urbino?
Ho iniziato prima di finire la scuola a mostrare i miei lavori, avevo troppo paura del vuoto finiti gli studi, con un po' di coraggio e un portfolio leggero sono riuscita a trovare i primi lavori, molti senza neanche propormi, perché gli editori trovavano il mio blog Milk and Mint. Gli ultimi mesi di ISIA per paura di perdere contatti stimolanti con i miei compagni di studi ho proposto ad alcune amiche di fondare Zizì, un collettivo di illustratrici, che per un po' è stato lo stimolo a realizzare lavori nuovi anche senza un committente. Finiti gli studi ho lavorato per il festival Bilbolbul, un'esperienza che mi ha dato tanto anche in termini di amicizie, contemporaneamente facevo Bacio a cinque e iniziavano ad arrivare i primi lavori di illustrazione per Einaudi. Penso che la gavetta sia iniziata quando ho iniziato a disegnare e che continui anche ora, quando sudo su delle tavole difficili.

Se dovessi definire il tuo stile, cosa lo caratterizza?
Mi piace giocare col tratto, con le linee morbide, con le espressioni dei volti e con le tinte piatte. Sono molto pulita e non sono molto capace di fare altrimenti, anche quando uso una matita grassa come per Incendi Estivi. Molti mi dicono che le mie illustrazioni trasmettono leggerezza, qualcosa di fresco, in generale una sensazione positiva. Non è pianificato ma mi fa piacere che sia questo il risultato.

Da cosa parti? Linee, colori?
Parto da micro schizzi scarabocchiati su fogli qua e là o sugli sketchbook. Per le storie scrivo mille appunti regolarmente, non per forza idee, ma anche riflessioni o liste di cose che voglio ricordare, poi si mescolano o si uniscono con il tempo.

Che cosa significa per te aggiungere colore al mondo?
Significa ricordarsi che la vita ha più sfumature di una mazzetta di Pantone!

Questa è l'idea di cambiamento di Giulia Sagramola. Condividi la tua su #Campaign4Change.