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Il meglio della letteratura dei poliziotti italiani

Il fenomeno dei poliziotti-scrittori e dei poliziotti-poeti in Italia è in grandissima espansione. Ma mentre altrove sono capaci di produrre capolavori, qui i loro libri sono poco più che ammassi di stereotipi e di vuota retorica.

di Mattia Salvia
28 maggio 2015, 8:44am

Alcuni scrittori italiani. Foto di Stefano Santangelo,

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Non solo siamo tutti estremamente simili nella segreta convinzione di essere speciali, ma siamo anche tutti estremamente simili nel modo in cui vorremmo dimostrare al mondo la nostra unicità—ovvero, tramite la letteratura. Secondo gli ultimi dati ISTAT, solo il 41 percento degli italiani legge almeno un libro all'anno, eppure ogni anno nel nostro paese si stampano circa 60 mila libri, in buona parte autopubblicati. E se l'ambizione letteraria è presente in tutti gli esseri umani, è naturale che sia presente anche nei poliziotti.

Solo poche settimane fa si è concluso il Salone del libro di Torino, e all'interno della manifestazione anche la polizia di stato aveva uno suo stand, in cui sono state presentate le opere vincitrici del concorso "Narratori in divisa," il primo e unico concorso letterario in Italia dedicato esclusivamente agli appartenenti alle forze dell'ordine, organizzato da PoliziaModerna—la rivista ufficiale della polizia di stato—e giunto ormai alla sua quarta edizione.

La premiazione della quarta edizione del concorso, vinta da Wilhem Antonio Longo, con il romanzo "Star Trek e le case popolari." A 3.58 viene letto un passo dell'opera.

La presenza della polizia di stato al Salone del libro e l'esistenza di un concorso di narrativa dedicato solo ai "narratori in divisa" è un sintomo del fatto che in Italia il fenomeno dei poliziotti-scrittori stia diventando decisamente rilevante—solo nel 2013, infatti, sono stati pubblicati circa 100 libri (in parte editi da case editrici, in parte autopubblicati) scritti da appartenenti alle forze di polizia.

L'apice del fenomeno può essere identificato con la vittoria del premio Calvino, nel 2012, di A viso coperto, "romanzo coraggioso" del celerino Riccardo Gazzaniga che "affronta il delicato tema del rapporto tra ultrà e forze dell'ordine sotto diverse chiavi di lettura—la paura, la violenza, la fedeltà."

Pubblicato da Einaudi, il libro di Gazzaniga aveva avuto dalla sua una grande operazione di marketing: su Repubblica, ad esempio, era stato definito un romanzo "capace, per passo narrativo e potenza corale dei personaggi [...] di trasfigurare la realtà della curva, della strada, del feroce scontro tra [...] poliziotti e ultras—in epica urbana." L'autore era stato persino invitato in televisione, alle Invasioni barbariche.

Il romanzo è un tentativo di rendere la complessità della 'guerra' tra ultras e poliziotti, fornendo al tempo stesso uno sguardo dall'interno sulla gestione dell'ordine pubblico—mostrare che, dietro le divise, ci sono uomini normali con le loro vite e i loro problemi di ogni giorno. La trama, le varie sottotrame e le decine di personaggi che si intrecciano sembrano essere solo un pretesto per questa rappresentazione, che l'autore cerca di rafforzare inserendo citazioni da studi sociologici sugli hooligan.

In tutto questo, si riescono comunque a individuare nell'opera alcuni stilemi caratteristici della letteratura "sbirresca" italiana, quali la storia d'amore tormentata e conflittuale tra il celerino e la 'zecca';

– Guarda che tanto non divento comunista, – scherzò Gianluca.
Lei accennò uno schiaffo, che finì in carezza.
- Invece dico che ce la farò. Ti trasformerò nel primo mostro celero-comunista!
- Eppure ce n'è qualcuno in caserma, sai? Abbiamo un maresciallo che va in giro vestito come gli amici tuoi.
- Ma di certo non è bello come te -. Lo sguardo di Elisa diventò malizioso. Iniziarono a baciarsi, si accarezzarono, si ritrovarono a fare l'amore.

e la descrizione cerebrale e iper-ragionata degli scontri, in cui tra una manganellata e l'altra il protagonista ha il tempo di formulare elaborate riflessioni;

Una parte lontana del suo cervello prova a dirgli che fra quei caschi a cui hanno intenzione di fare davvero male – almeno per una volta, una volta ma sul serio – ci sono anche persone tranquille. Brave persone. Mica sono tutti matti esaltati, come pensano gli ultrà che non sanno un cazzo della polizia. Certo, ci sono sbirri che si eccitano negli scontri, ma altri che vogliono solo accumulare ore di straordinario, altri ancora che allo stadio ci vengono malvolentieri e vorrebbero essere in un milione di altri posti piuttosto che lí. Tipo pensare a moglie e figli, come dovrebbe fare lui.

Alcuni poliziotti-scrittori intervistati durante la scorsa edizione del Salone del Libro di Torino.

Tutti questi temi si possono ritrovare anche in altri romanzi di poliziotti, a partire da uno dei più noti, Genova sembrava d'oro e d'argento di Giacomo Gensini, che racconta i fatti del G8 di Genova dalla prospettiva di un celerino membro del famigerato VII Nucleo.

"Dario ha trent'anni, è un celerino," si legge in quarta di copertina. "È questo che si sente, più che un poliziotto. Insieme ai suoi compagni [...] spende la domenica prestando servizio negli stadi italiani. Loro sono 'il' reparto mobile, quelli guardati con distacco da tutto il resto della polizia. Per loro il 'lavoro sporco' è un'opportunità per guadagnare qualche soldo in più grazie alle ore di straordinario. Ma è anche l'occasione per dare libero sfogo alla rabbia."

Anche in questo testo si calca la mano sul lato umano dei poliziotti, e anche qui i dispositivi narrativi usati a questo scopo sono l'amore impossibile tra il poliziotto e la manifestante e una serie di amare riflessioni sul ruolo del poliziotto a corredo delle descrizioni degli scontri e della vita di caserma.

Un obiettivo perseguito anche da un altro campione della letteratura sbirresca, Maurizio Matrone, sceneggiatore di diversi telefilm polizieschi e autore di Erba alta, un romanzo sulle vicende della banda della Uno bianca il cui scopo principale è mostrare che i poliziotti sono persone normali, che la polizia non è totalmente cattiva ma che ha soltanto delle mele marce—scopo reso ben evidente sin dall'incipit:

[...] la Questura di Bologna. La Questura dove lavoro. La Questura definita sensazionalmente la peggiore d'Italia. Chi conosce i poliziotti o si interessa dei problemi della polizia sa che non è così. La Questura di Bologna non è meglio nè peggio delle altre. È una Questura, come tante, dove lavorano, pur tra mille difficoltà, uomini e donne di grande umanità e professionalità. Gente che vuole giustizia e legalità.

Ma al di là delle somiglianze stilistiche e della sostanziale uniformità di intenti, il vero leitmotiv di quasi tutte le opere di narrativa scritte da poliziotti è un altro: l'esasperazione dell'elemento autobiografico. Nella grande maggioranza dei casi, infatti, queste non sono opere di finzione, ma nient'altro che storie di vita vissuta di cui vengono cambiati i dettagli—il che a volte diventa quasi paradossale, come nel caso del commissario siciliano Piergiorgio di Cara che ha scritto un romanzo su un fittizio commissario siciliano.

"È chiaro che l'elemento autobiografico è di gran lunga predominante in queste opere," mi ha detto Annalisa Bucchieri, direttrice di PoliziaModerna. "Si tratta di persone che vedono la letteratura come un mezzo di espressione, e che traggono ispirazione dalle storie che vedono tutti i giorni e dalle realtà che vivono."

A detta di Bucchieri, il discorso è leggermente diverso per quanto riguarda la poesia, perché "l'elemento lirico è necessariamente più personale, ed più difficile da etichettare." Oltre alla narrativa, infatti, esiste un fortunato filone poetico nato sulle volanti di pattuglia per le nostre strade e negli uffici delle nostre questure.

Le poesie dei poliziotti, però, sono meno conosciute rispetto alle loro opere in prosa. Ne esiste soltanto un'antologia, la seminale Anima indivisa (ristampata nel 2009 con il titolo Parole d'anima indivisa), che raccoglie 104 testi di 16 autori "provenienti da realtà ed esperienze lavorative e culturali diverse" che si sono incontrati "grazie al loro lavoro e agli strumenti che la pubblica amministrazione ha messo loro a disposizione per scambiarsi esperienze e opinioni"—la corrente poetica che ha dato vita all'antologia, infatti, si è formata sulla rete intranet della polizia di stato.

La copertina della prima antologia di poeti-poliziotti in Italia. Immagine


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A detta degli autori, l'antologia "risponde essenzialmente ad una fame di poesia e di valori alti, riscontrata direttamente nel nostro impegno quotidiano di poliziotti-poeti." Nella prefazione del libro si legge che per loro la poesia è "l'altra faccia della medaglia, per molti il lato oscurato di sé, per alcuni un inconfessabile desiderio di libertà [...] è scolpire il quotidiano trovando le giuste parole nascoste dal tedio che assale quando si crede di non aver più nulla da dire. [...] La poesia è ovunque, anche in noi che corriamo per le strade ad incontrare il mistero di una vita intossicata dalla violenza."

Questa forte dichiarazione di intenti introduce una raccolta in cui la maggior parte delle poesie sono di carattere sentimentale e intimista. Ma tra gli autori antologizzati spicca una figura particolarmente interessante: quella di Piergiorgio Battellini, assistente capo della polizia stradale di Macerata e, nel tempo libero, poeta-vate delle forze dell'ordine italiane.

Battellini è interessante perché è l'autore in cui è più esplicita l'influenza esercitata dal suo lavoro di poliziotto. Come molti altri poliziotti-poeti, gran parte della sua produzione è costituita dalle poesie amorose, ma non mancano testi in cui il sentimento è si esprime in altri modi, ad esempio tramite il patriottismo—come in Il quarto colore, di gran lunga la poesia più interessante in cui io mi sia imbattuto durante le mie ricerche:

Non chiedetemi
del freddo nelle cantine
illuminate dall'idea dell'unità
umide come le carceri
che mangiavano le nostre ossa.

Non posso dirvi dell'ansia negli scontri
delle soffocate urla dei giovani
del loro rosso sangue che bagnò Magenta
e della visione della Patria
confusa nel fumo, forgiata nel piombo.

Raccogliete le lacrime versate
dai verdi occhi delle madri
sui bianchi volti esangui dei figli
nella rossa scia del generale.

Ma domandatevi
di quelle mattine di azzurro e cremisi
fatelo sorridendo
mentre guardate le nostre divise.

Secondo un recensore che sembra conoscerlo piuttosto bene, "particolare merito della sua vena poetica Battellini tende ad attribuirlo all'Istituto Salesiano di macerata, ove ha frequentato le scuole medie [...] Oltre alla passione di scrivere poesie, Battellini coltiva l'hobby del modellismo e condivide la passione per il calcio insieme ai suoi numerosi amici."

Oltre a Battellini, un altro poeta interessante è Luigi Amalfitano, sovrintendente della polizia di frontiera di Chiasso, che ricorda molto Robert Frost per la capacità di essere ingenuamente e forse inconsapevolmente inquietante. Nella sua Un vecchio paese, in cui si descrive con minuzia di particolari un paesino "svuotato" da "maldicenze e malelingue" degli abitati è difficile non rivedere, alla luce del suo lavoro, un giudizio caustico sull'Italia di oggi—anche se nel testo non ci sono elementi che facciano propendere per questa interpretazione.

Ho visto un vecchio paese,
dove poche case l'un l'altra si fanno ombra
e gli ulivi perenni sfidano il sole cocente,
le loro radici attorcigliate fanno guerra alla calura,
e un vecchio appoggiato al muro di quell'osteria gusta
la frescura di quel vino.

Ozio preteso, da un viso rugoso e annerito,
di una vita di campi arati,
e di confessioni col Padreterno in quei campi infiniti,
dove nemmeno un corvo, incuriosito su una zolla,
saltellando ti dà retta.

Ho visto un vecchio paese,
dove un pigro vento ti porta le notizie dei vicoli assolati,
e il rintocco della campana
dà il permesso alle pie donne a capo chino di uscire
per andare a messa.

Ho visto un vecchio paese svuotato
da maldicenze e male lingue, di pregiudizi sprofondato,
e di tarli mentali offuscati,
fantasmi di faide cancerose e di fucili sulla spalla minacciosi.

Le cicale assordanti riempiono il tempo fermo,
e un carrettino colorato di limoni profumato,
lascia a quel vecchio ozioso il respiro della polvere che si innalza.

Un'intervista ad alcuni degli autori di Parole d'anima indivisa

Ho chiesto a Bucchieri se tutti questi autori si sentono più poliziotti o più scrittori—ovvero, se considerano la letteratura come un'arte o come un passatempo. "Di certo si sentono più poliziotti," mi ha risposto. "Perché sono dei poliziotti. Per loro la letteratura è soltanto un mezzo di espressione." Un mezzo per uscire "da quel linguaggio burocratese cui sono costretti quotidianamente dalle relazioni di servizio."

Probabilmente, però, non è così per tutti: in un'intervista, Matrone risponde a questa stessa domanda dicendo che gli sembra "di avere sempre vissuto con queste due anime, ma senza contrasti interiori." Aggiungendo poi che il suo lavoro gli ha insegnato a "prendere una certa distanza" e che "fatti e persone che [lo] colpiscono" poi "diventano storie e personaggi."

Quello che colpisce analizzando il fenomeno dei poliziotti-scrittori, però, è come in realtà accanto a una grande considerazione della letteratura come mezzo d'espressione manchi quasi del tutto il contenuto che si vuole esprimere. Diversamente da quello che accade all'estero, dove i poliziotti che si mettono a scrivere sono in grado di produrre capolavori—basti citare i casi di Ed Burns, autore di The Wire, e di Joseph Wambaugh—qui in Italia le loro opere soddisfano solo una generica necessità espressiva, sono una sorta di "diario segreto" in cui riversare le proprie esperienze reali—seppure in una versione depurata, limata e rimaneggiata.

Il filtro della finzione narrativa non è usato per approfondire o raccontare dall'interno certi temi, ma solo per eliminare dalle proprie esperienze di vita la loro dimensioni particolare e individuale—con il risultato di ottenere poco più che un ammasso di stereotipi e di vuota retorica. Non c'è mai alcuna rappresentazione vivida e dura di com'è davvero lavorare in polizia.

Il risultato è un grande scarto tra la realtà e il modo edulcorato in cui viene rappresentata: da una parte i vari Aldovrandi, le Uno bianche e i carabinieri che rapinano i supermercati; dall'altra una produzione letteraria che si esplica in romanzi auto-assolutori come quelli di Gazzaniga e in poesie sulla quotidianità e le piccole cose—opere che potrebbero scavare all'interno di quella realtà complessa che è la polizia italiana ma che preferiscono rimanere nient'altro che velleità.

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