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I pensieri di una frontaliera italiana dopo il referendum in Ticino

Ho 30 anni, sono italiana e per lavoro faccio ogni giorno avanti e indietro dall'Italia al Canton Ticino: in pratica, sono una dei tanti frontalieri di cui si è tornati a parlare in settimana in seguito al referendum "Prima i nostri."
28.9.16

Una ragazza che non è l'autrice in Svizzera. Foto via Flickr.

Ho 30 anni, sono italiana e per lavoro faccio ogni giorno avanti e indietro dall'Italia al Canton Ticino: in pratica, sono una dei tanti frontalieri di cui si è tornati a parlare in settimana in seguito al referendum "Prima i nostri". I nostri in questo caso erano gli svizzeri del Ticino, chiamati a esprimersi sulla possibilità di privilegiare, a parità di competenze per un determinato posto di lavoro, "chi vive sul territorio per rapporto a chi proviene dall'estero." Il 58 percento ha votato a favore.

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Mentre i miei genitori mi chiamavano preoccupati e i giornali dedicavano titoli pieni di allarme alla notizia, noi frontalieri, i diretti interessati, ci limitavamo a commentarla distrattamente alle macchinette del caffè, né preoccupati né men che meno stupiti.

Le ragioni di questa nostra reazione sono due. Prima di tutto, notizie come questa vengono fuori ciclicamente—da quando lavoro in Svizzera di tanto in tanto arrivano circolari che ci informano su un qualche possibile cambiamento in questa direzione. L'ultima prima del referendum riguardava per esempio i parcheggi, e la volontà di alzare la tariffa per i non residenti. In secondo luogo, l'intolleranza degli svizzeri nei nostri confronti è così palese che questo risultato non rappresenta di certo una coltellata alle spalle.

Vengo dal sud Italia, e lavoro in Svizzera da tre anni, in un'azienda di moda. A differenza dei miei colleghi o di altri frontalieri che vengono esplicitamente in Svizzera con l'idea di far soldi, posso dire sinceramente che lavorarci non è mai stato nei miei obiettivi, né è una cosa di cui vado particolarmente fiera. Anzi, spesso per evitare questi collegamenti non dico volentieri agli italiani di essere una frontaliera—anche perché, a dirla tutta, in Svizzera ci sono finita per caso.

Nel 2013 lavoravo in Veneto, in un'azienda di moda con cui avevo un contratto a tempo determinato, ma a causa della legge Fornero sarei dovuta rimanere a casa per 90 giorni prima che mi potessero riassumere. Così, ne ho approfittato per trasferirmi a Milano. I vari lavoretti che facevo nel mondo della moda non mi soddisfacevano né equivalevano a un lavoro vero e proprio, e ho cominciato quindi a mandare CV ovunque. Anche in Svizzera, scoprendo che il Canton Ticino era pieno di aziende di moda.

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Mi hanno chiamata da una di queste, piuttosto famosa, inizialmente per fare uno stage di un anno—pagato male per gli standard svizzeri ma bene per quelli italiani—che poi si è trasformato in un contratto a tempo indeterminato. Così mi sono trovata tra le migliaia di frontalieri che fanno la spola con l'Italia, Como nel mio caso. Ho imparato subito che il traffico avrebbe svolto un ruolo fondamentale nella mia vita, e che in Svizzera vige un clima di malcelata intolleranza nei nostri confronti.

Se infatti dal punto di vista lavorativo le cose funzionano effettivamente bene e, soprattutto, al di là della provenienza della persona c'è meritocrazia ed è possibile crescere e fare carriera—come conferma il fatto che molti manager, il mio in primis, sono italiani partiti dal basso—dal punto di vista sociale la realtà è ben diversa.

Uno dei primi ricordi che ho del mio periodo di stagista in Svizzera risale a una volta in cui ho preso il treno, e sul vagone ho notato una scritta contro i frontalieri. Non ricordo cosa recitasse, ma ricordo che mi ha fatto sorridere: da persona del sud mi ha quasi confortata il fatto che sarei rimasta terrona, confermando quel famoso detto per cui ogni nord ha il suo sud.

Ma, riferimenti alle mie origini a parte, c'è un paragone di certo più reale e azzeccato che mi sento di fare senza neanche troppe esagerazioni: i frontalieri sono per gli svizzeri che sostengono il referendum ciò che gli "immigrati" sono per gli italiani che seguono Salvini. I luoghi comuni sono scontati e grossolani: rubiamo il lavoro agli svizzeri, prendiamo stipendi svizzeri ma non abbiamo tutte le spese che hanno gli svizzeri, creiamo traffico in Svizzera, rubiamo i loro parcheggi, non rispettiamo le regole.

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Spesso, inoltre, i commenti intolleranti non mi stupiscono molto per il loro contenuto ma per il fatto che vengono non da svizzeri, ma da italiani naturalizzati—persone che dimenticano le proprie origini e se la prendono con ciò che di base erano fino a pochi anni prima.

Entrando nel merito, come tutti i luoghi comuni, questi hanno una base e degli effetti reali—provate a commettere un'infrazione con una targa italiana e provate a farlo con una svizzera (anche se gli svizzeri non commettono infrazioni), e vi posso assicurare che avete più probabilità di filarla liscia nel secondo caso. Ma a parte questa elasticità nell'applicazione della legge, è vero che siamo in molti, che la maggior parte di noi è in Svizzera per fare soldi, e che non viviamo là perché effettivamente non ce lo potremmo permettere.

Ecco, il nodo sta proprio qua: proprio come molti stranieri in Italia, accettiamo orari e lavori che gli svizzeri non accetterebbero mai.

Il mio stesso stipendio, buono per gli standard italiani, e il mio stesso orario di lavoro sono considerate condizioni poco favorevoli per uno svizzero con le mie stesse qualifiche. Ricordo bene di quando sono andata ad aprire un conto, e la banca non mi ha rilasciato la carta di credito in quanto avevo un reddito troppo basso. O, su un altro livello, la chiacchiera con un mio collega svizzero che mi diceva candidamente che "se devo prendere un giardiniere prendo un italiano, non uno svizzero."

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Da — Roberto Maroni (@RobertoMaroni_)25 settembre 2016

È proprio per questo che referendum e iniziative varie non ci preoccupano particolarmente, e che l'intolleranza nei confronti degli italiani rimane da anni su un equilibrio che non ostacola palesemente la convenienza: questa condizione, questo nostro essere gli immigrati della Svizzera, conviene sia a noi che loro. Noi facciamo anche lavori che gli svizzeri non farebbero, con stipendi più bassi, i comuni dove sorgono le aziende hanno delle agevolazioni, e le aziende ci marciano sopra: intolleranza reciproca a parte, è un giochino che conviene a entrambe le parti.

Del resto, l'astio degli svizzeri nei nostri confronti è ampiamente ricambiato. Se infatti noi siamo visti come terroni, loro sono considerati comunemente come montanari dalle vedute ristrette e un rispetto troppo ossequioso nei confronti delle regole.

Su una cosa, però, ci troviamo d'accordo: di Maroni e delle sue recriminazioni, nessuno sente davvero il bisogno.

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