FYI.

This story is over 5 years old.

vita vera

Perché i romani odiano così tanto i fuorisede calabresi?

"Più case meno calabresi", "Calabrese t'accoltello", "Più cinesi meno calabresi": cosa c'è dietro l'amore dei romani per i calabresi? Abbiamo chiamato con due fuorisede calabresi per parlare di piazza Bologna, convivenza romana e scatoli.
9.4.15
piazza bologna roma

Prima ancora della Chinatown del quartiere Esquilino, della Banglatown di Torpignattara, delle varie Little Bucarest e Little Lima sparse nel quadrante orientale della città, a Roma c'è stata—e c'è tuttora—piazza Bologna, meglio nota come Little Calabria.

Secondo alcune stime, i calabresi a Roma sarebbero nientemeno che 500.000, un dato che ha senso solo se parliamo sia dei giovani venuti per motivi di studio, sia di lavoratori sparsi, sia dei cosiddetti "calabresi di seconda e terza generazione," una formula che trovo senza senso ma alla quale mi adeguo. Si tratta in ogni caso di una cifra immensa: se confermata, rappresenterebbe il 16 percento circa della popolazione totale, e farebbe di Roma di gran lunga la prima città della Calabria.

Pubblicità

Che una buona fetta di romani non vanti nel suo albero genealogico gli augusti eredi di Romolo e Remo non è una grande scoperta; voglio dire, parliamo di una città che ancora a inizio Novecento non arrivava al mezzo milione di abitanti, e che adesso ne conta sei volte tanto. Insomma, da qualche parte i romani attuali saranno pur venuti: Roma è ed è sempre stata una città di immigrati, o se preferite di "non-romani di seconda, terza e quarta generazione." Se pensiamo che, nello stesso periodo, la popolazione di città come Milano e Torino è "soltanto" triplicata, capite bene che si tratta di un fenomeno tanto profondo quanto paradossalmente poco approfondito.

Per quanto comunque Roma sia a tutti gli effetti una città di non romani, i vecchi e nuovi indigeni hanno sempre riservato ai calabresi un trattamento particolare, non tanto dissimile da quello che con più enfasi viene oggi tributato ad asiatici e africani condannati a restare "immigrati" per chissà quante generazioni ancora (come dice Igiaba Scego: "continuano a definirci immigrati di seconda generazione […] Immigrati da dove? Dal ventre di nostra madre?").

Aldo Pecora, il giovane di Reggio Calabria noto per aver guidato nel 2005 il movimento antimafia Ammazzateci tutti, ha scritto sul suo sito: "Avete mai provato a chiedere ai romani cosa pensano dei calabresi? Ci odiano [il grassetto è suo]. Dicono che siamo una tribù, una cosca, un ghetto." Lo slogan "più case meno calabresi" è un classico che qualsiasi sedicente romano DOC ha imparato a conoscere sin dall'infanzia, per quanto—come abbiamo visto—i romani DOC non siano altro che un'invenzione buona tuttalpiù per le trattorie che servono coratella. Ma basta passeggiare per piazza Bologna e dintorni per imbattersi in altri, più coloriti messaggi di benvenuto: dall'esplicito "Calabrese t'accoltello" a quella specie di sottoprodotto dei conflitti interetnici che è "Più cinesi meno calabresi", fino ad arrivare all'apparentemente criptico "Juve in trasferta, piazza Bologna deserta."

Foto per gentile concessione di Stefania.

Per capire meglio come se la passano questi futuri nuovi romani nella metropoli del Colosseo e del Grande Capitano Francesco Totti (un cognome tra l'altro dalle origini toscano-romagnole), ho quindi deciso di scambiare due chiacchiere con due giovani provenienti rispettivamente da Crotone e Cosenza: Antonio è venuto a Roma per studiare alla madre di tutte le università, La Sapienza (130.000 studenti, quanti tra questi siano calabresi non lo so); Stefania invece studia a un'accademia di design.

Con entrambi, non potevo che cominciare chiedendogli di piazza Bologna e dell'omonimo quartiere schiacciato tra le vie Nomentana e Tiburtina, un'area tra l'altro in cui risiede da sempre un'altra comunità storica come quella ebraica (il mix kosher + 'nduja sulla carta suona affascinante, ma nella realtà i contatti sono più o meno inesistenti).

Pubblicità

Antonio mi dice che "sono proprio i romani a chiamare piazza Bologna 'piazza Calabria'. Quando chiedi a un calabro-romano dove vive, il 90 percento delle volte è qui. Anche il mio palazzo è pieno. Credo sia una cosa che va avanti da molto, di sicuro dagli anni Settanta, forse addirittura Sessanta: lo so perché ho dei lontani cugini che abitano in zona da anni, e poi basta che ti fai un giro per le strade qui attorno che incontri vecchiette che ancora parlano in calabrese stretto."

Stefania, che piazza Bologna l'ha recentemente lasciata per trasferirsi al Mandrione, spiega che "se sei calabrese, a piazza Bologna ci finisci più o meno automaticamente. Sei nuovo della città, Roma non la conosci, e qui magari ci abitano già amici, parenti, conoscenti…" In entrambi i casi, i loro spaccati di vita quotidiana sono il ritratto dello studente fuorisede che nella città d'adozione tenta di ricostruire una rete di contatti e affetti sulla falsariga del luogo di provenienza: Antonio condivide la stanza con un vecchio compagno di liceo in un appartamento abitato da tre calabresi e due pugliesi; Stefania abitava in una "casa minuscola, un buco" con due amiche di Cosenza.

Perché tanti calabresi si riversino a Roma per motivi di studio, è presto detto: secondo Stefania, l'offerta universitaria della Calabria è scarsa, se non altro sul piano strettamente numerico ("le facoltà sono poche"); perché poi molti tra questi in città ci restino, è dovuto secondo Antonio al fatto che "in Calabria manca il lavoro, mancano i soldi, non c'è molto da fare." Questo vale soprattutto per Crotone: "voi di VICE ci avete fatto uno speciale qualche anno fa, una cosa umiliante. Cioè, prendeva tutti gli aspetti negativi e nessuno positivo. Però non è che diceva cose sbagliate."

Pubblicità

Stefania invece mi ricorda che lei è di Cosenza, e Cosenza "in Calabria è un caso a parte. È una città viva, con una ricca tradizione culturale, e un underground molto attivo. È molto diversa da Reggio, Catanzaro o la stessa Crotone." Sulla "anomalia cosentina" Stefania insiste molto, ed è una sottolineatura che mi fa sospettare sia differenze oggettive, sia il misto di campanilismo, gelosie e rivalità spicciole di cui abbonda ogni singola regione italiana. Però questa divergenza di vedute si riflette anche nei piani di entrambi per il futuro: Stefania non esclude di tornare un giorno a Cosenza e anzi, non le dispiacerebbe proprio ("anche se per il lavoro che voglio fare, lì ancora non c'è spazio"). Per Antonio invece, l'idea di tornare a Crotone "sarebbe un fallimento. Gli unici che a Crotone ci restano sono i tossici o quelli che hanno messo su famiglia. Cioè, o ti buchi o fai i figli, sennò te ne vai."

Perché però proprio Roma e non, che ne so, una qualsiasi altra città? Anche qui, la risposta è molto semplice: "È la metropoli, la grande città più vicina." Quando faccio notare che, venendo dalla Calabria, prima ancora di Roma c'è Napoli, il giudizio non cambia: "Sì ma Napoli è ancora sud. Roma invece, per noi è già nord." Quali proprietà attribuiscano alla parolina magica non mi è chiaro, ma suppongo si tratti della consueta equazione sud=lontano da tutto, oppure sud=disoccupazione, oppure sud=casino, insomma, uno qualsiasi tra i motivi ricorrenti che qualsiasi persona nata a nord di Viterbo attribuisce alla stessa Roma. Che per quanto mi riguarda, ho sempre considerato una città meridionale essa stessa, ma vabe'.

Pubblicità

I romani, dunque. Percepiscono un rifiuto, questi giovani calabresi che hanno macinato centinaia di chilometri per salire al nord (…), da parte della popolazione locale? E qui sia Antonio che Stefania sciorinano un'aneddotica fitta di "calabresi de merda", "impara a parlà", "studiate er vocabolario", "torna da 'ndo sei venuto". "Credo che i romani ci odino perché pensano che facciamo salire i prezzi delle case," ragiona Antonio. "Nel senso che tu arrivi qui da studente e hai i genitori che ti pagano l'affitto, e allora puoi permetterti una singola a 600 euro al mese e questo ovviamente crea problemi… Poi in generale i calabresi fanno molto gruppo, siamo una comunità un po' chiusa, anche all'università la maggiorparte dei contatti sono tra noi o al limite coi pugliesi, con gli studenti del nord c'è poco scambio."

In realtà Stefania mi apre tutto un mondo sulle rivalità interne alla comunità calabrese, che almeno in teoria contraddicono l'immagine della Little Calabria impenetrabile e compatta: "i cosentini non frequentano i catanzaresi, i luoghi di ritrovo sono diversi, le parlate sono differenti, il modo di vestirsi anche." Un caso interessante di chiamiamola pacifica convivenza è l'Atletico San Lorenzo, il club di calcio popolare nato nello storico quartiere della Roma operaia proprio per mano di un gruppo di cosentini (la curva del Cosenza Calcio è tendenzialmente di sinistra). La squadra ha quasi immediatamente attratto supporter sia romani che catanzaresi, anche se mi sembra di capire che qualche tensione sia rimasta. Ma sono supposizioni mie, eh?

Pubblicità

Che una squadra di calcio che già dal nome rivendica un preciso legame con uno dei quartieri storici della città sia in realtà stata fondata da un gruppo di calabresi è un particolare indicativo. In effetti, i segni della presenza calabrese a Roma sono ovunque, a partire dalle prosaiche abitudini postprandiali. Stefania mi dice che "i primi tempi, ero stupita dal fatto che in qualcunque bar andassi, trovassi sempre l'Amaro del Capo. Perché l'Amaro del Capo è un prodotto che ho sempre associato alla Calabria, è proprio una cosa locale. Ma più in generale, ovunque mi muovessi a Roma, di calabresi ne trovavo dappertutto. Magari conoscevi un romano, e scoprivi che i genitori erano di Reggio. O se non i genitori, i nonni."

Il che non toglie che lo stereotipo per definizione applicato dai romani al calabrese-tipo, segua immancabilmente un copione preciso: secondo Stefania, "la prima cosa di cui ti chiedono, è la 'ndrangheta. Anzi, il più delle volte è l'unica cosa che vogliono sapere da te. Per il resto, direi che i romani pensano che mangiamo in continuazione, che stiamo sempre a cucinare, e che parliamo a voce troppo alta. E poi se sei studente c'è lo scatolo."

Lo scatolo, foto per gentile concessione di Stefania.

Lo scatolo (rigorosamente al maschile) è, posso confermare, un'icona assoluta della calabresità fuorisedista. Cosa sia questo mitologico oggetto, me lo spiega Antonio: "Lo scatolo è lo scatolone che ti manda la mamma via pullman, perché sennò non mangeresti. A dire il vero i miei non è che me lo mandino tanto spesso, però il mio compagno di stanza lo riceve almeno due volte al mese e dentro c'è la pasta fresca, le passate fatte in casa, e cose tipicamente calabresi tipo la 'nduja, la soprressata, le melanzane a filetto, il caciocavallo silano, la sardella, i turdilli di natale, l'amaro… Poi magari ti ci mettono anche roba che troveresti tranquillamente a Roma tipo le merendine Kinder. I romani ci prendono un sacco per il culo per via di questa cosa, perché lo scatolo rappresenta un po' il calabrese mammone, sempre attaccato alla famiglia, che resta all'università fino a 35 anni…"

Non so, a me a parlare dello scatolo più che altro m'è venuta fame. E a dire il vero, quando si tocca l'argomento gli occhi sia di Antonio che di Stefania si illuminano; quest'ultima anzi si rammarica che "mia mamma non me lo manda più. Ogni volta che arrivava, era una festa [sospiro]". Però poco male: a piazza Bologna, mi ricorda Antonio, "è pieno di negozietti che vendono roba calabrese. È un po' come sentirsi a casa. Una delle cose belle di vivere da queste parti, è che basta che scendi e ti puoi comprare la Brasilena."

Pubblicità

La Brasilena è, di nuovo secondo le parole di Antonio, "la Coca-Cola calabrese, una specie di tonica a base di caffeina." Più o meno starebbe alla Calabria come il Chinotto Neri sta a Roma, o almeno mi pare di capire così, anche se Stefania mi mette ancora una volta in guardia avvertendomi che, a Cosenza, la Brasilena non la bevono mica. Hanno semmai la Moka Drink, che da quel che intuisco è più o meno la stessa cosa. Anzi: "mi duole ammetterlo, ma la Brasilena è meglio," ammette a mezza bocca lei. Sarà: io l'ho bevuta una volta e l'ho trovata—eufemismo—un tantino dolce. Però che posso capirne io? "Non è roba per te," ammonisce Antonio. "Non è roba da gente del nord."

Ma insomma, alla fine come si trovano a Roma? A Stefania Roma "non piace. Non mi piacciono nemmeno i romani. Non funziona niente, la città è sporca, i servizi fanno pena, e i romani con chi se la prendono? Con gli immigrati, con quelli che vengono da fuori, coi calabresi. Capisco che siamo tanti, ma forse il problema non siamo noi." Meno male che invece Antonio si diverte: "Scherzi? Fai le feste, ti fai le canne, esci con gli amici, ti droghi… Trovi pure la Brasilena! È praticamente Disneyland".

Parlare con Antonio e Stefania, mi sono accorto che alla fine dei calabro-romani (ammesso che una categoria del genere esista) conoscevo tutto sommato poco. Abitando in città praticamente da sempre, la loro è una presenza che do per acquisita: quando ero piccolo, una delle migliori amiche di mia madre era di Catanzaro, e il mio compagno di banco alle elementari di cognome faceva Tripodi, tipico di Reggio. Crescendo, i calabresi me li sono trovati più o meno ovunque, e alcuni di loro sono diventati tra i miei migliori amici. A dirla tutta, faccio seriamente molta fatica a considerare un calabrese… calabrese. Cioè, in linea di massima faccio fatica a considerare chiunque a partire dalla sua provenienza geografica, e il fatto che ogni anno dalla Calabria emigrino migliaia di persone, mi sembra più un problema per la Calabria che per Roma.

Però, se lo slogan "Più case meno calabresi" si è conquistato la stessa classicità del "Parla come magni", significa forse che, da qualche parte, il sempiterno "noi contro di loro" resiste. Chiaramente, chi a piazza Bologna ha scritto su una saracinesca "Calabrese t'accoltello", è assai probabile che qualche calabrese lo trovi anche tra i suoi avi. Magari di cognome fa Morabito. Che tra l'altro è di derivazione araba. L'assai nordica croce celtica con cui, nella meridionalissima Roma, l'anonimo writer firma la sua truculenta promessa, la voglio a questo punto prendere come semicomica variante del noto detto popolare "è inutile che provi a fa' er romano da sette generazioni."

Segui Valerio su Twitter: @thalideide