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Dentro l'orrore

Come sconfiggere la paura dei ragni.

Foto di John Michaels

Nella civiltà occidentale, l’aracnofobia è un disturbo molto diffuso: secondo uno studio inglese, a temere i ragni sono più della metà delle donne e quasi un quinto degli uomini. La maggior parte considera gli aracnidi niente più che uno schifoso fastidio. Ma per una piccola percentuale, la paura è così intensa da scatenare una serie di rituali che finiscono per condizionare la vita di tutti i giorni. Cosa ancora più sconcertante, l’aracnofobia estrema può rappresentare l’anticamera dello stadio peggiore di agorafobia, quella paralizzante preoccupazione che il nemico invada la sacralità della propria casa attraverso un numero infinito di piccole e impercettibili fessure. Fortunatamente, si tratta di una fobia che può essere curata.

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Sono venuto a conoscenza della gravità della mia aracnofobia soltanto pochi anni fa. Potevo tollerare la vista di piccoli ragni, ma qualsiasi cosa più grande di una vedova nera scatenava in me l’orrore: sopraffatto dal desiderio di scappare, vedevo le mie mani coprirsi di sudore, mentre i battiti acceleravano e i muscoli si contraevano in previsione del contatto. A innescare la reazione poteva essere una fotografia, ma anche l’immagine di un ragno alla tv, fosse solo per un secondo. Persino le ragnatele e i ragni disegnati costituivano un pericolo. Spesso in ufficio mi bastava cercare su Google l’immagine di una tarantola per avere una scarica di adrenalina in grado di sostituire la mia dose pomeridiana di caffè.

Il motivo della mia paura? Tutta colpa di The Brady Bunch. Nel secondo episodio della quarta stagione (“Pass the Tabu”, quando i Brady vanno alle Hawaii), Peter trova sul suo copriletto una tarantola. All’epoca avevo tre anni, e anche se non ho memoria del resto dell’episodio, quella scena è scolpita nella mia mente. Uno dei miei primi ricordi risale a quando nel letto della mia casa di Troy, New York, cercavo di addormentarmi aspettando che la tarantola si insinuasse furtivamente tra le coperte. Un evento del genere, per quanto innocuo, può risolversi in un trauma che ci si porta dietro per tutta la vita—dal punto A fino al punto B, quello in cui mi trovo ora. Ma in un terzo punto compreso tra A e B, la mia paura ha preso una svolta che tuttora non sono in grado di spiegare.

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Nell’estate del 1985 passai un mese nella giungla panamense. Avevo 16 anni ed ero stato ammesso alla School for Field Studies (SFS), un programma di studio all’estero promosso dalla Boston University del Massachusetts e improntato alla formazione sui temi dell’ambiente. La SFS offriva un periodo di ricerca sul campo che includeva prove fisiche piuttosto dure; il luogo prescelto per quell’anno era una radura nell’insenatura a est del Lago Gatún. Fu un mese di mango e carne in scatola SPAM, Coca Cola calda e lezioni di sopravvivenza.

L’accampamento era vicino alla foresta, e i tutor avevano tracciato un sentiero che in cinque minuti ci collegava al sito della ricerca. La vegetazione era così rigogliosa che il percorso sembrava un labirinto freddo e buio, circondato da una siepe fatta di corridoi di foglie. Ritornando all’accampamento il pomeriggio era impossibile non notare le enormi ragnatele che coprivano l’angolo sinistro all’ingresso del sentiero. Un ragno privo di peli—non certo una tarantola, ma comunque gigante e con le zampe simili a ferri da maglia snodabili—penzolava dal centro esatto della ragnatela, immobile. Solo ogni tanto, quando il vento sfiorava la ragnatela, sembrava oscillare. Uno del gruppo l’aveva chiamato Mike. Avevamo preso l’abitudine di salutarlo a ogni nostro passaggio, di solito sollevando un machete nella sua direzione. L’ultimo giorno, tuttavia, notai che Mike non era lì ad aspettarci. Il mio compagno e io ci fermammo, sfidandoci a vicenda a ripercorrere il sentiero. Sembrava la trappola di un film horror. Ma bastò qualche battuta perché riprendessimo a camminare, e mi resi conto che non era stato così terribile.

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Perché avrebbe dovuto esserlo? I documenti della SFS includevano notizie sulla fauna locale, grazie alle quali avevamo imparato che i morsi di ragni-lupo potevano essere dolorosi, ma non fatali, e che scuotendo gli alberi avremmo potuto provocare lo snidamento di insetti—nello specifico, di tarantole Golia mangiatrici di uccelli (così chiamate da un esploratore del diciannovesimo secolo che ne avrebbe vista una divorare un colibrì). Nel vasto pantheon di disgustose creature che popolano la giungla, i ragni occupavano una posizione intermedia. Più terrificanti dello scorpione che avevo scacciato dal mio stivale, ma lontanissimi dallo scatenare la paura che avevo provato alla vista di un pitone. O, ancora, dei formicai alti fino alla vita, o delle scimmie urlatrici, le cui grida disumane, anche da una certa distanza, avevano la capacità di interrompere le nostre conversazioni rendendo l’atmosfera nervosa. Quando alla fine del soggiorno tornai a casa, salutai mia madre dicendole “Sai, credo di non aver più paura dei ragni.”

1 Davey, Graham, Phobias: a Handbook of Theory, Research, and Treatment, (London: Wiley, 2000).

A differenza della maggior parte delle fobie, quella dei ragni può infantilizzare gli adulti, dando l’impressione che non si siano mai superate le paure dell’età puerile. 

Qualche anno dopo, tuttavia, la paura fece la sua ricomparsa, e già all’inizio degli anni Novanta ero consapevole di essere affetto da una qualche forma di aracnofobia. Per evitare di incappare nell’immagine a fumetto della donna avvinghiata a un enorme ragno che copriva la vetrina di Forbidden Planet, tra il 1989 e il 1993 mi ero addirittura imposto di variare il percorso che conduceva alla mia casella postale di Manhattan. Durante la stesura di quest’articolo ho chiesto ad alcuni vecchi amici se fossero a conoscenza del mio problema coi ragni. Quasi tutti hanno detto di no. In qualche modo, a dispetto della mia incapacità cronica di mantenere segrete le vicende private, ero riuscito a celare agli altri quest’unica vulnerabilità.

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A conferma del mio sospetto, Adam, un amico, mi ha detto: “Se lo avessimo saputo ti avremmo dato il tormento con ragni di plastica.” (In sua difesa posso dire che, a parti invertite, avrei fatto lo stesso.) Ho parlato anche con Christina, che conosco fin dal liceo (ovvero da prima di Panama) e che ho frequentato per tutti gli anni Novanta, quando faceva la roadie per il mio gruppo. Anche lei non sapeva della mia fobia, ma mi ha raccontato del suo recente viaggio in Ecuador. Nel bagno della sua stanza d’hotel si era imbattuta in un ragno gigante che era “saltato fuori dal cazzo di water.” Quelle semplici parole hanno provocato in me un terribile sussulto, mentre la mia mente si affrettava a eliminare l’Ecuador da un’immaginaria mappa dell’America Meridionale—ecco un altro posto che non avrei mai visitato.

In pratica, le fobie non sono altro che errori di percezione, conseguenze di eventi traumatici che rimangono impressi nella memoria attraverso l’amigdala per poi essere custoditi nelle profondità del cervello rettile, sede degli istinti primari. Molte fobie sono il frutto di avvenimenti insignificanti verificatisi nell’infanzia e cristallizzati nella memoria sotto forma di immagini residue. Per alcuni fobici, la presenza visiva o fisica delle proprie paure può innescare una serie di risposte fisiche immediate: sudorazione, tremore, confusione, nausea, difficoltà respiratoria, eccetera. Le fobie possono imitare o accentuare altri disordini legati al panico (come disturbi ossessivo-compulsivi o sindrome da stress post-traumatico), ma solitamente sono condizioni indipendenti la cui diagnosi dipende tanto dalla presenza di eccessiva paura quanto dalla consapevolezza della sua irrazionalità. L’istinto di sopravvivenza fa sì che la vista dal vero di un serpente—pericoloso o meno—evochi una reazione di paura, cosa che non accade se l’animale è riprodotto in foto.

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Negli annali sulle paure umilianti, l’aracnofobia ha una sezione a sé. Le fobie più diffuse—quelle legate ai germi, agli aghi o all’azione di volare—hanno alla base una logica. Ma esistono persone terrorizzate da cose come gatti, alberi e sottaceti—paure talmente estreme da essere facilmente riconducibili a disturbi mentali. L’aracnofobia sta a metà. Non è né logica né bizzarra e, a differenza della maggior parte delle fobie, è legata a paure infantili che hanno strascichi nell’età adulta. Secondo meccanismi a dir poco perversi, l’orrore e l’umiliazione agiscono unitamente con l’obiettivo di mantenere le vittime intrappolate nella loro fobia, ed è per questo che molti aracnofobici finiscono per non rivolgersi a un esperto.

Il fatto che alcuni terapeuti rendano la cura un viaggio nella Stanza 101 di Orwell complica ulteriormente le cose. Nel 2008, National Geographic Channel mandò in onda uno speciale di pessimo livello sulle terapie per combattere l’aracnofobia. Il paziente, Alfred, era in cura da un dottore che concepiva la guarigione come un semplice esercizio di forza di volontà. (“Qui si parla di coraggio. [Alfred] deve essere in grado di dire ‘Ehi, devo guardare in faccia la mia paura, e resistere’.”) Il povero Alfred era obbligato a misurarsi con ragni veri e propri, e a un certo punto veniva lasciato a piedi nudi in una stanza occupata soltanto da una tarantola pelosa. Nella scena in cui tiene in mano la tarantola, Alfred descrive la sua paura a un livello del 90 percento. Il trattamento funziona—altrimenti non avrebbero trasmesso lo speciale—, ma quanti telespettatori saranno stati scoraggiati dall’intraprenderlo a causa della sua violenza psicologica?

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La scorsa primavera decisi di provare una terapia in maniera autonoma, senza un programma tv a rendere conto dei miei progressi. Ero in cerca di un metodo che non richiedesse livelli sovrumani di masochismo, e quello che ho trovato è stato perfino meglio di quanto mi aspettassi: desensibilizzazione sistematica, psicoterapia cognitivo-comportamentale, realtà virtuale a scopi terapeutici, Fast Phobia Cure e la cara vecchia ipnosi. Inizialmente ero diffidente nei confronti dell’ipnoterapia, e non solo per il suo carattere un po’ New Age (le terapie per “depressione”, “spinte motivazionali” e “vite precedenti” fanno parte dell’offerta di molti ipnoterapeuti di Los Angeles), ma anche perché molti dei siti che la sponsorizzano sono corredati da immagini di foreste buie in cui nessun aracnofobico avrebbe mai il coraggio di entrare.

In ogni caso, bastarono un paio di ricerche e qualche telefonata perché rivalutassi l’ipnosi. Persino lo specialista in desensibilizzazione sistematica più promettente mi avrebbe messo dei ragni addosso, e molti altri erano già prenotati o troppo costosi. Poi parlai con Brennan Smith, un ipnoterapeuta di Los Angeles che Extra descriveva come colui che aveva aiutato le star a smettere di fumare. Aveva detto un sacco di cose giuste, e sul suo sito web non c’era traccia di foreste. Così presi un appuntamento.

Una settimana dopo, con mezzora di ritardo a causa del traffico, mi trovavo nello studio di Brennan. Ero teso, frustrato e il mio umore non era dei più adatti. Lo studio, al quarto piano di un palazzo di Beverly Hills, consisteva in una piccola stanza delle dimensioni di un ripostiglio, arredata con due sedie, due tavolini e una poltrona coperta da un telo. Le tende coprivano una lunga finestra accanto alla porta, e l’ambiente non era affatto New Age. Né, del resto, lo era Brennan. Lui era snello e alto, e somigliava vagamente a Bret Easton Ellis da giovane, ma parlava col tono autoritario e rassicurante di un pilota d’aerei. Mi piacque fin dal primo istante.

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Confessò che anche lui era stato aracnofobico. La sua paura, a differenza della mia, riguardava tutti i tipi di ragni, grandi e piccoli. Come molti aracnofobici, inoltre, anche lui era passato attraverso una prima fase di rifiuto. Poi, grazie all’ipnosi, ne era uscito. Mi raccontò di quando, dopo aver completato la sua sessione di ipnosi, un ragno si era posato sul suo petto, e lui, invece di urlare, l’aveva scrollato via esclamando “Uh.”

Poi passammo all’esame dei parametri della mia paura. Raccontai di una gita che avevo fatto recentemente a California Adventure, un parco divertimenti in scala ridotta vicino a Disneyland. Mia moglie ed io avevamo deciso di provare un’attrazione in 3D chiamata È duro essere una formica!, e quando mi resi conto di avere una fobia era ormai troppo tardi. Le luci si abbassarono, e un ragno delle dimensioni di un pulmino della scuola si materializzò sullo schermo in tutte e tre le sue dimensioni. La sala era piena di famiglie, e non c’era possibilità di abbandonarla senza attirare l’attenzione sulla mia imbarazzante fobia. Chiusi gli occhi e, nonostante il cuore battesse all’impazzata, mi concentrai sul lato comico della situazione. Alla fine dello spettacolo, enormi ragni robot scesero dal soffitto fino a sfiorarmi i capelli. Mi rannicchiai con la testa tra le ginocchia nel tentativo di scongiurare l’iperventilazione. Lasciato il teatro, incontrai diversi bambini in lacrime. Li capivo perfettamente.

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Prima di sottoporsi alla terapia, l’autore poteva a malapena tollerare la vista di un ragno in cattività.

Studiando le mie reazioni fisiche, Brennan indicò uno dei tavolini e mi disse: “Immagina che il basamento di quella lampada sia una tarantola.” (I tre supporti della lampada avevano una forma arcuata e il diametro di un LP.) La risposta del mio corpo fu immediata: avevo i palmi così sudati da non poter afferrare nulla. Brennan mi chiese di sviscerare la mia reazione: stavo cercando di capire come arrivare alla porta, e immediatamente realizzai che il mio cervello aveva incluso la finestra tra le possibili vie di fuga. Di fronte a un ragno di quelle dimensioni non mi sarei fatto scrupoli a saltare giù dalla finestra. Lo dissi ad alta voce, e Brennan ridendo mi rispose “È vetro rinforzato.” Ridacchiai in maniera poco convincente.

Brennan fece un rapido schizzo del cervello, evidenziando le regioni collegate alla mia fobia. La larga fascia orizzontale rappresentava la circonvoluzione cingolata anteriore—il buttafuori di quel locale notturno che è il mio subconscio, filtro tra il 12 percento della parte conscia e l’oscuro 88 percento sottostante. È compito della circonvoluzione cingolata anteriore, mi spiegò Brennan, determinare quali pensieri possono accedere alla taverna del mio subconscio, sulla base di associazioni positive e negative stabilite in precedenza. Lo schizzo si riempì in men che non si dica di piccoli segni più, tanto da sembrare il cimitero di un cartone animato. Cosa sarebbe accaduto se il trattamento non avesse funzionato? L’avrei scoperto presto, dato che era arrivato il momento di essere ipnotizzato.

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Mi spostai sulla poltrona e Brennan spense la lampada, che era tornata ad assumere la sua vera forma. Dopo aver chiuso gli occhi ed essere passato attraverso alcuni esercizi di visualizzazione, approdai a un’inconsueta condizione di relax. Riuscivo a sentire la sua voce, ma sembrava distante, come quando ci si trova sul sedile posteriore di un’auto in movimento e si cerca di dormire mentre l’autista e l’altro passeggero parlano tra loro. Di tanto in tanto dovevo rispondere ad alcune domande con il dito indice, che distendevo come fosse la zampa di una tarantola pronta a colpire.

Brennan mi chiese di visualizzare un cinema in cui ero contemporaneamente il proiezionista e l’unico spettatore. Attraverso uno spioncino che dava sulla platea, dovevo immaginarmi seduto in prima fila mentre sullo schermo veniva proiettato un film sui ragni. Pensai a un breve documentario su un mio viaggio allo zoo di Santa Ana, dove una tarantola Golia se ne stava in una teca. Brennan mi fece rivivere quel breve e umiliante incontro più volte, aggiungendo ad ogni passaggio qualche tocco ridicolo in più. Dovetti immaginare la scena in colori fluorescenti, e far indossare al ragno scarpe da clown per ognuna delle sue otto zampe. Brennan iniziò a cantare con entusiasmo il motivetto di Sanford and Son, poi fu il mio turno di trovare una colonna sonora “che fosse divertente”, e scelsi “Yakety Sax” del Benny Hill Show.

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Conosco le dinamiche della terapia abbastanza da sapere che le epifanie improvvise non accadono per davvero. Eppure è così che mi sentivo in quei momenti. Basta fare un giro su YouTube per capire che non sono molte le tragedie che “Yakety Sax” non sia in grado di rendere anche solo un po’ divertenti. Perché coi ragni dovrebbe essere diverso? Brennan mi risvegliò dall’ipnosi e nel chiudere la seduta mi chiese quanto tempo pensavo fossi riuscito a resistere. Azzardai 18 minuti, anche se in realtà credevo di non aver superato i dieci. Sorrise, “28 minuti.”

Quella notte sognai i ragni: ero all’aperto, dopo il crepuscolo, lungo una strada dall’aspetto losco in cui i lampioni, collocati a distanza regolare l’uno dall’altro, andavano a comporre una lunga serie di archi di luce. Osservando di sfuggita un albero nelle mie vicinanze avevo notato il corpo scintillante e metallico di un grosso ragno. Era più piccolo di una persona, ma più largo di un cane, e strisciava tra i rami con le movenze lente e inesorabili di un film horror. A quel punto notai che i ragni erano dappertutto sugli alberi, e un istante dopo realizzai: loro avevano il loro mondo, noi il nostro. Ero circondato, e la cosa avrebbe potuto rappresentare un problema. Ma non in quel momento. Invece di urlare, avevo scrollato le spalle lasciandomi scappare un “Uh.”

Nei giorni successivi pensai più volte al sogno e a “Yakety Sax”. Era davvero così facile? In nome della scienza, decisi di tornare allo zoo di Santa Ana. Non lontano dall’ingresso principale c’era un capanno col tetto di paglia chiamato AVAMPOSTO ESPLORATIVO DI BAUER JAGUAR. Gli altoparlanti trasmettevano suoni da giungla a me familiari, segno di una mia vita precedente in quei luoghi.

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Mi accorsi immediatamente della gravità del mio errore. Un ragno di plastica in una teca mi spaventò abbastanza da farmi irrigidire e tornare velocemente verso l’entrata. Da quella posizione riuscivo a scorgere il recinto della tarantola Golia, collocato in un angolo del capanno ma coperto da espositori che non lasciavano vie d’uscita. Tornai dentro, determinato a toccare il vetro che mi separava dalla mia più grande paura, finché non arrivai a una distanza che mi permetteva di leggere una targhetta con su scritto TARANTOLA GOLIA MANGIATRICE DI UCCELLI. Nessuna di quelle parole suonava bene.

A un metro dal vetro mi bloccai. Nessuna forza sulla faccia della terra avrebbe potuto costringermi a percorrere quegli ultimi passi. Osservai la bestia, immobile ed enorme nel retro del terrario. Quante volte, a Panama, uno di quei cosi sarebbe potuto cadermi sulla testa… come mi sarei comportato se mi avessero morso sul collo, o sul naso, o sui bulbi oculari? Canticchiai a bocca chiusa “Yakety Sax”, senza molta convinzione—in quel momento la canzone sembrava riguardare più me che il ragno.

Le travi a vista che reggevano il tetto del finto capanno avevano assunto un’aria minacciosa. Mi tornarono in mente i ragni scesi dal soffitto al California Adventure. I resti di un’altra tarantola giacevano sulla parte superiore del terrario. Che una di loro fosse scappata e poi morta? Mi strinsi nella felpa, finché diversi bambini si misero tra me e la teca per esaminare da vicino la tarantola Golia, spingendo le loro piccole mani sul vetro mentre esclamavano “Papà! Guarda che ragno groooosso!” Poi pensai che alla mia età, a spasso per uno zoo e con tanto di felpa col cappuccio avrei potuto essere scambiato per un molestatore di bambini. Scoraggiato, me ne andai.

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Il puzzo della vergogna mi rimase addosso per giorni. La tarantola mi aveva terrorizzato. Ma perché? Cosa c’era in quell’insieme di forme che scatenava la mia paura? Probabilmente sarebbero bastate due palle da biliardo incollate a un paio di stoppini per farmi andare fuori di testa. Mi sono posto questa domanda per anni, senza mai trovare una logica. C’è una cosa che sono riuscito a capire, tuttavia: non si trattava del pelo, delle zampe o della camminata furtiva e a scatti, ma di quei piccoli addomi bulbosi. È per questo che i granchi, gli scorpioni, e perfino un video del robot ragno giapponese Kondo Kagaku non mi spaventavano, mentre l’aspetto “ragnesco” dei cumuli di foglie umide in un sottopassaggio sì.

Il trattamento dell’ipnoterapeuta è stato poco invasivo ma efficace. 

La seconda seduta si aprì con il racconto di un episodio che Brennan aveva sorprendentemente dimenticato. Da giovane, in Kansas, aveva frequentato un campo estivo, e una volta aveva visto una tarantola intrufolarsi nell’edificio all’aperto adibito a sala comune, forse incuriosita dal trambusto. Ricordava di aver cercato disperatamente le parole per avvertire gli altri mentre indicava il ragno, finché uno dei capigruppo non aveva colpito l’animale con una scopa, cacciandolo via. In quel momento, Brennan aveva pensato “Questo qui finisce male.

Non avevo difficoltà a capirlo. Aveva pensato che la tarantola si sarebbe arrampicata sulla scopa con una velocità spaventosa, fino ad attaccarsi alla faccia del capogruppo—come uno dei facehugger di Alien—o, peggio, fino a intrufolarsi nei suoi vestiti. Non avrei potuto immaginare la scena in maniera diversa.

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Il giorno dopo la seconda seduta realizzai che sarei riuscito a leggere un intero articolo del National Geographic sulle tarantole senza battere ciglio. Passai il resto della giornata a farmi una cultura su quelle creature, scoprendo che erano cannibali con un sangue scuro dalla consistenza lattiginosa e che facevano la muta del pelo. Trascorsi un’ora leggendo di come avvenisse la muta, meravigliandomi dell’insana complessità del processo. Se, per esempio, nel periodo della muta una tarantola non ha sufficiente forza, può morire intrappolata nei resti del suo stesso corpo.

La cosa mi rese un po’ meno ostile alle tarantole. Più leggevo, più mi era difficile detestarle. Certo, il loro modo di mangiare—basato sul rilascio di enzimi digestivi necessari a squagliare la preda—era disgustoso. Ma non è forse altrettanto disgustosa l’abitudine di noi uomini di macinare e liquefare il cibo nelle nostre bocche? E poi, il mito dei ragni-mangia-uomini iniziava a irritarmi. Le tarantole sembrano essere sufficientemente consapevoli di essere più lente, più piccole e infinitamente più leggere rispetto a noi. Persino la loro tecnica di difesa assume un’aria tristemente impotente, con quella posizione sollevata che ricorda la mano di un mago in un teatrino di cabaret magico (o, per restare in tema, in uno spettacolo di ipnosi).

Più che la tarantola, era il suo nemico a terrorizzarmi: la vespa pompilide, perversamente conosciuta come falco delle tarantole. Questo brutale scherzo della natura è lungo cinque centimetri, ha grandi ali rosse e artigli a forma di ganci. Vive per tormentare le tarantole: le cattura quando sono nelle loro tane per poi paralizzarle con il pungiglione. È difficile che la preda riesca a sopravvivere; il pungiglione di questo insetto produce una ferita tra le più dolorose che un non-mammifero possa provocare a un mammifero, con conseguenze anche letali. Ma se la tarantola sopravvive, quello che la aspetta è perfino peggiore: la vespa la riporta alla tana e depone nel suo corpo un uovo, dal quale poi si sviluppa una larva che si ciba dei suoi organi non vitali fino a diventare abbastanza grande da farla scoppiare. Alla fine, dunque, si scopre che le tarantole non sono i mostri di Alien, ma i buoni.

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Feci progressi con quell’articolo. Forse addirittura troppi. Stavo diventando eccessivamente sicuro di me. Nel successivo incontro con Brennan decidemmo di stabilire come misurare la mia guarigione. Tenere una tarantola in mano era una possibilità, ma non l’unica. Mi ricordò che l’obiettivo era arrivare a un punto in cui la qualità della mia vita non fosse più influenzata dalla risposta a una paura interiore. Nel mio caso, poter esplorare il mio attico o non dover sudare freddo alla vista di un ragno in tv sarebbero stati sufficienti. Non c’era bisogno di darsi alla speleologia in cerca di tarantole di grotta messicane.

Optammo per un paragone tra livelli di tolleranza: ratti di fogna contro ragni. A New York mi capitava spesso di osservarli correre sui binari mentre aspettavo l’arrivo della metro. Era una specie di passatempo, e se per caso uno mi passava sui piedi, lo scacciavo senza farmi tanti problemi. Coi ragni avrebbe dovuto essere lo stesso.

Prima che me ne andassi, Brennan mi fece un avvertimento: il cervello avrebbe espulso pensieri fobici, un po’ come accade a chi vuole smettere di fumare con le espettorazioni di catrame. Mi disse che, come Ebenezer Scrooge, mi sarei dovuto aspettare qualche visione—un ultimo round di incubi sui ragni, diciamo, mentre il mio cervello cercava di rimuovere quella paura profondamente radicata.

“È un buon segno,” mi rassicurò.

Per testare i miei progressi decisi di fare un salto al Petco, un negozio di animali vicino casa. Tutte le precedenti visite al negozio si svolgevano nella massima rapidità. La sola idea di entrare intenzionalmente in un edificio in cui potevano esserci tarantole sembrava irrazionale, non importava quanto bisogno avessi di articoli per animali. Quella volta non avevo paura: niente mani sudate, nessun terribile sospetto, né ansia. Soltanto fastidio. La disposizione del Petco era la stessa dello zoo di Santa Ana, e mi obbligava a entrare in uno dei reparti più stretti del negozio.

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Mi avvicinai lentamente, ma senza paura. In un angolo della teca c’era una piccola tarantola zebra (specie della Costa Rica conosciuta per la sua velocità). Stava immobile, con l’addome che somigliava a una paperella di plastica, mentre un grillo le saltava intorno. Tempo prima avrei provato pietà per quell’animaletto in trappola, ma in quel momento pensai che il ragno meritasse il suo Happy Meal.

Improvvisamente fui sopraffatto da una nuova sensazione, fatta contemporaneamente di paura e di assenza di paura. Era come osservare alla luce del sole un piccolo oggetto scintillante, il cui riflesso colpiva soltanto un occhio. Una parte di me continuava a considerare la tarantola un mostro, qualcosa di arcaico e lovecraftiano. Per l’altra parte, il ragno non era che il brutto anatroccolo in un negozio pieno di animali adorabili. Non si sarebbe mai trovato di fronte il falco delle tarantole, ma non avrebbe neppure avuto la possibilità di conoscere la sicurezza della sua tana. In più, la vita piena di comodità del negozio di animali non sarebbe stata per sempre. Che dire di un padrone terribile? In quel caso sarebbe probabilmente morta di fame, affogata nell’acqua del bong, o, ancora, divorata da un animale più grande e certamente meno esotico. Giunsi quindi a una terza sensazione: la calma. E non ero mai stato così vicino a una tarantola.

Poco tempo dopo questa rivelazione, mia moglie mi regalò un ragno di plastica. Il logo era una tarantola che faceva la guardia al suo planetoide e il giocattolo era sensibile ai suoni. Lo vendevano da Target nella serie PIANETA TARANTOLA, che comprendeva, come mostrato sul retro della confezione: Octane “il Racer” (blu con fiamme nere sulla pancia), Tango “il Soldato” (in colori mimetici ed elmetto), Barba Rossa “il Pirata” (nero, con cappello, uncino e pappagallo) e Spike “il Rocker” (cresta viola, bracciali borchiati e occhi rosso acceso). Mia moglie aveva scelto Spike. Ricordava la tarantola Golia del mio sogno, quella che indossava le scarpe da clown, e non mi fu difficile pensare a “Yakety Sax”.

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Il giorno dopo tolsi la cresta e i braccialetti. Così aveva un aspetto decisamente più spaventoso. Rimasi solo con la mia paura per un’ora. Poi mi calmai, e a fine giornata consideravo l’animale di plastica niente più che il souvenir di un’avventura esotica, un po’ come i boccali che avevamo in soggiorno.

Ogni notte mi addormentavo col timore degli incubi. Non ero sicuro ne avrei avuti, ma, tornando al parallelo coi fumatori, era possibile che si materializzassero nella forma dei sogni nitidi provocati dai cerotti alla nicotina. Quando finalmente arrivò, l’incubo aveva un aspetto ridicolmente amatoriale, da casa infestata alla fiera del paese: una tarantola di fili metallici, pelliccia e occhi catarifrangenti era balzata vicino al mio letto. Di solito non ricordo bene i sogni, ma in quell’occasione so di averla guardata ridendo. Era quello il meglio che il mio cervello potesse fare?

L’autore tiene in mano una tarantola a riprova del fatto che la sua aracnofobia è sparita.

La mia ultima seduta da Brennan fu più simile a un de briefing da psicologia d’emergenza che a una terapia vera e propria. Avevo passato la settimana precedente a fare ogni sorta di esperimenti—tranne quelli tattili—coi ragni. Avevo affrontato e vinto la mia fobia in tre sole sedute. Chiesi se fosse un risultato da record, e Brennan confermò i miei dubbi: si trattava di una cosa piuttosto comune. Essendo la risposta emotiva così intensa, si crede ci vogliano mesi o anni di terapia per superare la paura. In realtà, meccanismi neurali di quel tipo possono essere rimossi facilmente, come fossero ragnatele.

Usciti dallo studio di Brennan facemmo scorta di noccioline e altri stuzzichini—le proteine necessarie per una stabile condizione emotiva—e ci dirigemmo verso il Medusa, un negozio di animali esotici di Los Angeles piuttosto rinomato. Pur non essendo più aracnofobico, Brennan non aveva mai tenuto in mano una tarantola, e considerava fosse giunto il momento di provare.

Al nostro arrivo il proprietario era impegnato con un cliente, così ci mettemmo da soli alla ricerca del ragno. C’erano molti pesci e coralli esotici. Il vecchio me avrebbe mal tollerato il contrasto tra la sensazione di relax e quella di terrore suscitate rispettivamente dalla vista dei pesci e di quegli insetti striscianti. Passammo attraverso ceste di piccoli serpenti meravigliosi. Cosa provavo in quel momento? Il mio nervosismo sembrava più sociale che fobico. Volevo essere certo che la mia presenza lì insieme a ipnoterapeuta e fotografo non risultasse sgradevole.

Finalmente arrivò il capo, Josh, col quale avevo già parlato per telefono. In negozio, un terrario in plastica da lui realizzato ospitava una femmina di tarantola rosa cilena. Si tratta di un ragno poco attivo, lento e non particolarmente dedito ad arrampicarsi—un buon inizio per dei fobici, insomma. Dato che in negozio non c’era molto spazio ci trasferimmo in un vicolo sul retro, in piena luce. Era un momento cruciale della mia vita, e l’ambientazione dava un tocco di assurdità alla vicenda, come se stessimo contrabbandando animali.

Josh ci diede una notizia scioccante: le tarantole sono fragili. Per una tarantola rosa cilena, una caduta da poco più di un metro poteva essere letale. Non sapevo cosa sarebbe potuto succedere alla mia fobia se la tarantola si fosse fracassata, ma ero consapevole di quello che sarebbe stato della mia morale, del mio karma e della mia integrità di giornalista. Circondammo con fare protettivo quell’animaletto mentre Josh la sistemava nel palmo disteso di Brennan. Con la mano tremante, l’ipnoterapeuta esclamò: “È così leggera!”

Mi misi a fare domande, forse per ritardare il momento della verità. Animali del genere richiedono un trattamento particolare? No. Per la maggior parte delle tarantole la manutenzione è scarsa: bastano un buon terrario, un fondo di terriccio, mezzo tronco a mo’ di tana, acqua e cibo. È costosa questa tarantola? No, 18 dollari. C’è il rischio che qualche padrone poco adatto—uno sballato che vuole farsi due risate, per esempio—ne compri una? No, mi rassicurò John. Praticamente tutti i potenziali acquirenti di animali esotici possiedono una conoscenza enciclopedica sulla materia, e solo in una o due occasioni Josh si era rifiutato di vendere a persone che non sembravano affidabili. Il vero problema erano quelli che volevano comprare animali per poi regalarli.

“E il veleno degli insetti,” aggiunse con una smorfia di imbarazzo. “È un altro bel problema, perché sono allergico.”

Era giunto il mio turno. Non sapevo come misurare l’assenza di paura (del resto, quando mai siamo realmente al sicuro in questo mondo?), ma ero certo che il mio livello di terrore fosse praticamente nullo. Per un istante, quando mi ritrovai davanti quegli occhi piccoli, neri e incapaci di trasmettere qualsiasi emozione, provai qualcosa di simile alla vecchia paura. Ma passò subito, mentre il ragno si posava cautamente nell’incavo della mia mano.

Era davvero leggerissimo, come il legno di balsa o un ramo di felce. Rannicchiatosi per non perdere l’equilibrio dopo una folata di vento, decise di esplorare la mia mano. Si muoveva con passo felpato, ed io lasciai che passasse da una mano all’altra avvicinando i palmi rovesciati, come fosse una molla magica.

Il vento soffiò di nuovo, e il ragno—una lei, in realtà—si voltò verso di me. Improvvisamente, quei puntini neri si trasformarono in veri occhi, occhi che esprimevano un bisogno reale come la paura di una folata di vento che avrebbe potuto farla cadere a terra, frantumandola. Avvertii in me un altro cambiamento. Stavo tenendo in mano qualcosa di peloso e vulnerabile. Era bastato un attimo perché la tarantola assumesse una forma umana, la più grande arma di difesa che un animale possa avere in un mondo governato dagli uomini. Così come la mia fobia, questo sentimento era interiore, psicosomatico, ma sembrava incredibilmente reale, custodito in una parte del mio cervello diversa ma altrettanto antica.

Ora quegli occhietti mi parlavano:

Sii mio amico
Proteggimi.
Non lasciarmi cadere.