cris wang
Fotografie di Francesco Cerutti.

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Cris Wang non parla italiano

È cinese, viene da Torino e il suo rap è incomprensibile, ma è per questo che è forte. Siamo stati con lui a Milano.

Cammino su Corso Vittorio Emanuele, a Milano, e parlo con un ragazzo, Edoardo, del suo amico Cris Wang. Cris fa il rapper, vive a Torino ma è nato a Dandong, la più grande città di confine tra Cina e Corea del Nord—i due stati sono separati solo da un fiume, il Yalu. Non ci sono mai stato né ci andrò mai nella vita, probabilmente, ma da quello che ne leggo sembra un luogo strano per appassionarsi al rap: è una città mediamente ricca, ma lo è in quanto primo luogo, geograficamente parlando, in cui la dittatura di Kim Jong-Un porta avanti i rapporti commerciali con il suo più grande alleato, legali o meno che siano. Un agglomerato urbano controverso, fatto di affari senza troppi scrupoli più che di creatività. Una città che il New York Times descrive come il principale canale attraverso cui passa "tutto ciò che tiene la Corea del Nord a galla." Vorrei parlare con Cris della città da cui viene, dei motivi per cui si è messo ad ascoltare musica Occidentale, e nello specifico un genere così lontano da quella che è la storia e la tradizione del suo popolo. Vorrei capire da che tipo di famiglia viene, i motivi che lo hanno portato a venire in Italia. Insomma, vorrei capire chi è Cris Wang. Ma non posso farlo, perché lui non sa davvero parlare italiano. Quindi chiacchiero con Edo, suo amico, che mi parla del futuro prossimo che immagina per lui. Un auspicio che si esplicita in una semplice proposizione: "Spero che venga preso sul serio." "Non sono il suo manager," specifica però Edoardo. "Siamo best friends, forse? Ci siamo conosciuti che io lavoravo in un negozio di sportswear. Io organizzavo eventi a Torino e lui sapeva che, avendo io un po' di contatti e conoscenza e livello musicale, avrei potuto aiutarlo a creare un prodotto migliore di quello che poteva fare lui con l'iPhone. Quindi ci siamo sentiti io e Mattia per organizzare tutto, e siamo andati subito in studio."

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C'è da dire che il rischio che Cris Wang venga stretto in una categoria attinente al termine "lol" esiste. Quella che potete guardare qua sopra è la sua potenziale hit, "20€," un pezzo dal ritornello tanto semplice quanto immediato. "Quanto vuoi, quanto vuoi, venti euro" non sono parole complesse, e sono le uniche in italiano che Cris canta nei pezzi che ha pubblicato finora. Ma proprio per la loro rarità diventano l'interruttore che accende la nostra attenzione sulla figura del loro interprete. E ci accorgiamo, se abbiamo voglia di andare oltre a un ragionamento profondo come "HAHAHA È CINESE MA CANTA IN ITALIANO DICE VENTI EULO HAHAHA," che "20€" è una bomba di pezzo cloud rap. "Yung Lean italiano," dice un commento su YouTube—è ancora presto per lanciarsi in paragoni altisonanti, ma c'è da dire che l'immaginario estetico e sonoro a cui Cris e il suo giro si ispirano è simile a quello del signor Leandoer. Lo conferma Mattia Giordano, che ha girato i video di "20€" e "Too Often," assieme a Edoardo amico di Cris e artefice dell'organizzazione semi-professionale del suo fare musica: "Il suo immaginario scherzoso è ispirato un po' a Lean, che piace molto anche a me personalmente. Forse Cris non lo apprezza particolarmente, ma credevo fosse perfetto per presentarlo a un pubblico italiano." E in effetti quella genuinità che Lean faceva trasparire dalle sue prime cose torna tutta, in Cris Wang—con una geniale rottura della quarta parete verso la fine del clip, con una carrellata che mostra il set e Mattia stesso che filma: "Essendo una cosa sul demenziale non volevamo fare niente di serioso. Il video è molto handmade. Alla buona, diciamo. Avremmo potuto farlo in maniera super professionale usando varie attrezzature che ho, ma la carrellata in cui si vede il backstage e io che riprendo è fatta su una bici, per dirti." Chiedo a Mattia come è stato girare il video. "Cris è molto chiuso, quindi non ti fa capire molto cosa vuole," mi spiega. "Magari gli fai vedere una cosa e lui ti dice 'No, non mi piace.' Quello è il massimo del consiglio che ti può dare." His way or no way, direbbero oltreoceano. Spiega Mattia che è per questo che il video di"Too Often," è decisamente più grezzo: "Noi crediamo sia più furbo fare uscire le cose un po' alla volta, studiandole man mano. Mentre per 'Too Often' Cris aveva fretta di girare, quindi abbiamo deciso di fare un piano sequenza in modo da avere il video in giornata. È stata una scelta dettata dai suoi tempi, ma alla fine è venuto fuori figo perché abbiamo trovato un posto in centro, dietro Porta Susa, una parallela di Corso Inghilterra, dove non va mai nessuno."

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Fotografie di Francesco Cerutti.

Parlo con Cris Wang seduto al tavolo di un bar vicino al Duomo di Milano. "Allora, questa è la seconda intervista che fai?," esordisco. "No," risponde lui a bassissima voce. "Come no? Hai fatto La Stampa e questa è la seconda," insisto. "Sì," ribatte allora Cris. Capisco immediatamente che quella che sto per fare non sarà un'intervista standard. A una domanda su come è stato parlare di sé al pubblico per la prima volta mi sento rispondere "Bello," e che "l'ha visto sul giornale." Azzardo un collegamento con la sua famiglia: i suoi genitori hanno visto l'intervista? "No, no, no, no, il mio amico, Edo," dice Cris. "Chiede a lui. Quando vediamo… c'è… mia domanda." Come dicevamo, Cris Wang non sa palesemente parlare italiano, e ha bisogno di un interprete per rispondere alle mie domande. Edo ci raggiunge e rielabora: "Lui chiedere: quando tu hai visto articolo della Stampa, giornale, quando abbiamo fatto intervista, tu hai detto ai tuoi genitori, tua mamma e tuo papà, che eri sul giornale. Lui curioso di sapere che cosa ti hanno detto." Cris risponde, "Felice, felice. Perché io su Italia giornale." Potrei proseguire con questa modalità fino alla fine dell'articolo: le mie domande riformulate da Edo per renderle comprensibili a Cris seguite dalle sue risposte frammentarie, tutte da interpretare per creare un discorso compiuto. Se gli chiedo dell'intervista a La Stampa è perché è piuttosto singolare che un rapper semi-sconosciuto, dalla carriera ancora tutta da costruire, finisca in un trafiletto in prima pagina su un quotidiano nazionale. Quel pezzo, un po' altisonante, lo descriveva come "ambasciatore della scena trap cinese" in anticipazione di un suo concerto. E ancora, "giovane immigrato figlio di quella nuova Cina non più chiusa in sé stessa." Lanciarsi in definizioni del genere è prematuro, credo, ma è innegabile che il discorso sui rapper di seconda generazione stia diventando una chiave di lettura con la quale i media più mainstream e meno abituati a coprire l'evoluzione musicale italiana stanno leggendo la progressiva diffusione della trap nel nostro paese. Per cui figure come Ghali o Laioung rischiano di essere ridotte al loro ruolo di figure al confine tra due mondi separati, perpetuando l'idea di priorità della musica Occidentale nei confronti di tutto ciò che accade nel resto del mondo. La mia opinione è che Cris, come spera Edo, non sia da ridursi alla sua nazionalità: può essere invece considerato solo per il modo in cui suona, nella bellezza dell'inintelligibilità della sua figura come della sua musica.

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Fotografie di Francesco Cerutti.

Cris è in Italia da tre anni, dice, da due a Torino. È venuto qua per studiare progettazione grafica, e quando gli chiedo un motivo risponde, senza il minimo dubbio e anche un po' sorpreso dalla domanda, "Perché è facile. Non c'è un perché. Uguale, grafica, uguale. Applicazione. Per me è uguale, perché parlare lingua italiano più meglio. Ma artisti uguale." Edo interviene, "Per imparare l'italiano, quindi. Ieri mi dicevi che tuo papà, da piccolo, ti faceva guardare Michelangelo." Cris risponde, "Lo so. Famoso!" Aggiunge che ha cominciato a interessarsi all'arte attorno alle scuole medie, e di avere cominciato sempre in quegli anni ad appassionarsi al basket grazie a Michael Jordan. La musica, invece, è entrata nel suo mondo dopo l'ascolto di "un cantante cinese" di cui non riesco a capire né farmi scrivere il nome. Edo interviene: "Come dice lui, è stata la sua prima ispirazione nel mondo del rap e della musica." Cris Wang ha pubblicato finora, tre pezzi: "20€," "Too Often," e "Prozak." Cris si è reso conto del potenziale di ciò che fa dopo il suo primo concerto a Torino, che Edo mi descrive come qualcosa di simile a quello che accadde quando la Dark Polo Gang si presentò per la prima volta a Milano: un incontro stretto e sudato di persone prese da Dio per un fenomeno ai suoi albori. "Ci saranno state settanta persone, un centinaio. Immagina che nel locale non ci entrava, la gente. Una roba che entri dentro e c'è un casino totale, palco piccolo, la gente pogava, appoggiava i bicchieri sulla console, saliva sul palco. Sembrava che già conoscessero la canzone nonostante non l'avessimo mai fatta dal vivo." "Poi abbiamo notato che il video saliva di visualizzazioni, il profilo su Instagram saliva di follower," continua Edoardo. "È in questi giorni il massimo dell'hype." A differenza di "20€," caricata sul suo profilo personale, "Too Often" è hostata da Zhong.tv, un canale di promozione cinese che Cris definisce "più famoso, più importante" per il suo paese rispetto a quanto YouTube lo sia per l'Italia. "In Cina tutto normale, musica pop," dice Cris quando gli chiedo di come vede il rapporto tra ciò che fa e ciò che il suo paese propone. "A loro piace quello. Pochissimo piace hip-hop, non sembra normale. No fresh. Non c'è Facebook, solo Weibo. In Cina non potevo scaricare musica, solo live e a scuola."

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Fotografie di Francesco Cerutti.

C'è da dire che il punto di Cris Wang non sono i suoi testi. Il rap si sta evolvendo in maniera ibrida e disordinata, ormai lontanissimo dagli stilemi dei suoi primordi—per cui nessun americano andrà a impararsi il verlan per capire i PNL, e nessun italiano imparerà i testi in coreano di Keith Ape per cantarglieli ai concerti. Ma questo non è ormai più un impedimento per nessuno, né per l'ascoltatore, più interessato al sound, allo stile, alle impressioni, alla potenzialità di memificazione, né per i musicisti. Quindi quando provo a chiedere a Cris il significato dei suoi testi non sono deluso dal rendermi conto che è difficile capire esattamente quello che sta dicendo, anche tramite le sue interpretazioni. Quella che segue è, parola per parola, quella di "20€." "Life! Hip-hop is for life. Life. Abito in Torino, io giocare con mio amico. Poi fa un giro con mio amico. Posso sentire loro, 'Quanto vuoi, quanto vuoi, venti euro.' Lo sento e faccio canzone, perché prima sentire Kodak Black. Un giorno, tre mesi fa, in strada, un pomeriggio. Così, così, subito: 'Quanto vuoi, quanto vuoi.' E faccio canzone su mio cellulare." "Too Often," invece, è questo: "Due anni, fa tutti i giorni senza dormire, alle tre. Poi scrivere musica." Chiedo a Cris se ascolta rap americano: "Adesso poco," mi dice. Gli interessano i testi o solo la melodia, la musica? "No, hip-hop adesso new school. Ogni pezzo nasce style. Mio style io posso… cantante." E poi comincia, contraddicendosi, con un'enumerazione non richiesta di artisti che, presumibilmente, ascolta: "50 Cent. 2Pac. NWA. YG. Jay Rock. Biggie. Jay Z. Nas. The-Game. Fat Joe. Kendrick Lamar. Hip-hop is… life. Poi Eminem, non mi piace Eminem. Mi piace originale. Poi A$AP Rocky, Young Thug, mi piace Lil Wayne. Quando a scuola, sentire Fabri Fibra. Fedez. Salmo." Cris sente, mi pare, il bisogno di inserirsi in una tradizione quando in realtà potrebbe tranquillamente farla alla Lil Yachty e descriversi solamente tramite ciò che fa, senza cercare necessariamente un collegamento ai grandi del genere. Ma non c'è da biasimarlo o criticarlo per questo, ché la forza dell'immaginario hip-hop, per un ragazzo che lo scopre partendo da strutture culturali completamente opposte, può giustamente partire dai suoi principi.

Fotografie di Francesco Cerutti.

Ci alziamo dal tavolino del bar, passiamo per il negozio della LEGO in Piazza San Babila—dove Edoardo e Mattia costruiscono assieme a Cris una sua versione-omino—e poi cominciamo a dirigerci verso piazza Duomo. Lungo il tragitto Edoardo mi parla entusiasticamente di Cris: "Io sono contento. Cris è molto versatile. Per dirti, gli facciamo sentire un sacco di cose che vanno qua in Italia e per lui è tutto vecchio, già sentito. Old school, dice. Quindi sono molto curioso di quello che potrà fare, andando avanti col tempo. Di come potrà evolvere. Mi piace molto anche stare dietro a Cri proprio per questo. Non capisco bene quello che dice, perché non so il cinese, ma è roba che foneticamente ha il suo valore." Ed è questo il punto: Cris Wang suona bene, e questo basta a creare attenzione sulle sue prossime mosse. Provo ancora a farmi spiegare da Cris qualcosa sui suoi testi, ma non ci riesco. Mi parla ancora usando termini in cui si sente sicuro: "Hip-hop," "Life," "Old school." A un certo punto tira fuori il cellulare, digita per qualche secondo e me lo mostra. Da un lato ci sono degli ideogrammi; dall'altro, le parole "2Pac e Biggie influenze." Mi guarda convinto e mi chiede, "Capito?" Annuisco, e proseguiamo. Arrivati al centro della galleria, ci mettiamo a cercare una vetrina di fronte a cui scattare qualche foto. Ci giriamo, e Cris è letteralmente scomparso. Torniamo sui nostri passi, ci guardiamo attorno: niente. Edoardo lo chiama, e il suo cellulare è staccato. Le chiamate si susseguono per un quarto d'ora buono finché non cominciamo a considerarlo per perso. Mi piacerebbe poter concludere il pezzo con la scomparsa dell'intervistato, ma nell'esatto momento in cui decido di cedere e tornare a farmi i fatti miei Cris ricompare, in silenzio, come se nulla fosse successo. Lo saluto e me ne vado.

Fotografie di Francesco Cerutti.

Cris Wang è una figura spigolosa. Non sa la lingua del paese in cui si sta proponendo e non gli interessa particolarmente impararla, né costruirsi attorno una biografia dalla forma narrativa. Non c'è rivalsa, in ciò che fa, né la particolare necessità di farsi comprendere da chi lo ascolta. Questo gli impedisce e impedirà di essere trattato come altri suoi colleghi che, dalle parti più disparate del mondo, sono venuti nel Bel Paese per un motivo per l'alto e sono finiti a far musica, resi alfieri della multiculturalità ma per questo inscatolati in una categoria limitante. La sua è quindi una forza: perché Cris Wang è un tipo strambo, schivo e silenzioso. È un dilemma, ed è esattamente per questo che sarà interessante capire come risolverlo. Cris Wang suonerà a Milano venerdì 19 maggio. Guarda altre foto di Francesco su Instagram: @younggoats
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