La Passione di Tullio De Piscopo

La Passione di Tullio De Piscopo

Leggi la versione integrale della nostra intervista con il più grande batterista d'Italia.
08 maggio 2017, 1:16pm

Italian Folgorati è la serie di Noisey ideata da Demented Burrocacao che indaga negli angoli più nascosti della discografia nazionalpopolare italiana—gli album più strani, i personaggi più enigmatici e gli eventi più bizzarri della storia musicale del nostro Paese.

Ora Italian Folgorati è anche una serie video, e il secondo episodio contiene un incontro con Tullio De Piscopo, straordinario percussionista e compositore che ha segnato la storia della musica italiana e influenzato una enorme varietà di generi e artisti diversi. Qua sotto potete leggere la trascrizione integrale dell'intervista che ci ha rilasciato.

Maestro, ieri ero a Torino a intervistare Johnson Righeira, ti saluta tanto.
Ah! Grande, grazie, grazie.

Tu hai iniziato proprio a Torino o, per meglio dire, sei partito da Napoli facendo una bella gavetta, ma poi è a Torino che le cose si sono mosse.
Sì, facevo il jazz allo Swing Club di Torino, un locale strepitoso, in un sotterraneo. Adesso al suo posto c'è un "Compro Oro", insomma 'sti negozi che comprano l'oro... pagano in contanti... [ride]

Invece quando ancora era un club tu hai lavorato anche con Franco Cerri, che ha anche suonato con Billie Holiday, mica scherzi. Una bella palestra, senza dubbio.
Sì, Franco Cerri è stato uno dei primi artisti a credere in me, io ero proprio ragazzino quando arrivai a Torino; poi a Milano, insieme a Enrico Intra, Gianni Basso, Oscar Valdambrini… questi sono i grandi della musica jazz di quegli anni.

Con Intra hai anche inciso Momento Intra, per me un grandissimo disco che andrebbe ristampato.
Bello quello. Poi con lui feci un brano che si chiamava "Paopop", che andò bene. Il successo ogni tanto non guasta eh, soprattutto ai musicisti che suonano solo musica strumentale. Fa bene anche alle tasche.

Negli anni Settanta a Milano hai collaborato un po' con tutti, facendo il turnista.
Il mio scopo era di suonare la musica jazz, che era la musica che io sognavo da bambino. Perché quando ho aperto gli occhi, appena nato, ho visto tamburi e percussioni varie perché anche mio fratello Romeo era batterista—dico era perché purtroppo lui morì a 21 anni mentre suonava la batteria, io ne avevo 11, pensa. Quindi ho capito troppo presto com'era difficile la vita, quante montagne avevo davanti a me da scalare. Anche mio padre era batterista.

Quindi tutti batteristi in famiglia.
Sì! E oltre alle percussioni e ai tamburi vedevo i vinili dei grandi del jazz, dei grandi della musica... i vinili di Miles Davis! Charlie Mingus, Max Roach! Li guardavo, guardavo Max Roach, lo baciavo... [ride] era bellissimo.

E la notte fantasticavo: "Diventerò, farò questo, farò quello..." Insomma, cose da bambini. Intanto sentivo mio padre e mia madre che dicevano sempre le stesse cose. "Ncestanno sord', 'a pesone (la pigione), 'a luce , 'u ggass, u padrone che sa vò l'aumento..." Sentivo 'ste parole e pensavo: "Ahh, nun me piace".

Loro che volevano che tu facessi? Ti hanno mai costretto a fare qualcosa?
Mio padre voleva farmi studiare: "U raggionier'", ma io... tsk tsk, non esiste proprio.

Io ho sempre odiato i libri, ho amato solo i libri di musica. Tanto che un giorno dissi a mio padre: "guarda, se debbo studiare io non voglio perdere tempo come l'altro mio fratello, Tonino, che buttava il sangue sui libri; voglio perdere il tempo sui libri di musica". E lui diceva: "Allora devi fare il contrabbassista!" Il contrabbassista?!

Forse si sentiva in competizione?
No, ma io ero un ragazzino. Lui in realtà diceva, e non aveva neanche tutti i torti, che non c'erano grandi e bravi contrabbassisti in Italia in quel momento. Mi mandò a lezione da un maestro che suonava al teatro San Carlo di Napoli—chiaramente gratis, perché non avevamo una lira in casa—ma si vedeva che questi maestri, anche quello del solfeggio, facevano lezione senza entusiasmo... anche perché non venivano retribuiti! Mi insegnava le posizioni, io andavo a casa e le provavo sulla scopa della mamma, e con la bacchetta della batteria facevo l'archetto.

Ma non avevi il contrabbasso?
E no!

Ahahah, fantastico!
E allora facevo il suono delle corde a mente—mmmmh... E il maestro mi diceva: "Però guarda che dovete comprare lo strumento, ci vuole lo strumento". Io lo dissi a mio padre e, ragazzi, meno male che non avevamo i soldi perché quello strumento non è mai arrivato! Cosi ho potuto continuare a suonare la batteria! [Ride]

Ma poi ti è servita questa esperienza col contrabbasso per comporre?
No, ma che me frega a me! Io avevo la batteria e il ritmo qua! [__si indica il cuore]

Ma come scrivi le canzoni?
Innanzitutto parte tutto dalla capoccia. Molte volte usavamo questi piccoli registratorini e poi le scrivevi dopo. L'importante è la capoccia, pure se scrivi i testi. Per esempio, le grandi idee mi vengono in macchina, in mezzo alla gente, per strada. Se tu mi dici: "Tullio, devi scrivere i testi di queste canzoni, ti abbiamo preso un posto da sogno, su un'isola", non viene fuori UNA PAROLA.

Ho bisogno di essere in mezzo alla gente… o nel bagno! Aaah, che meraviglia. Dint' o ciess' scrivi certe cose bellissime! [Ride]

Ahahah, giustissimo, cose fondamentali.
È un momento magico, quando indovini il groove e sopra ci metti le parole giuste. Come "Santo Andamento Lento"—perché non si chiama più "Andamento Lento" la canzone.

Ah, e come si chiama ora?
"Santo Andamento Lento". Perché mi ha dato la possibilità economica di comprare la casa che la mia famiglia si meritava, capito, è un santo. Ho cambiato il nome alla SIAE, ora si chiama "Santo Andamento Lento".

Non hai avuto lo stesso successo prima con "Stop Bajon"?
Avrei dovuto, ma ho visto pochissimi soldi con quella. Giri strani, produttori, manager...

Ma quando parli del groove, tu ti senti più jazzista o più funk?
Io nasco come jazzista, però a me piace tutta la musica. Anche da bambino ascoltavo il jazz in un quartiere in cui si sentivano solo canzoni da ogni finestra. Io ero la pecora nera. Dice: "Vabbuò, ma quello fa un casino con le bacchette..." Perché io scendevo per strada sempre con le bacchette in mano e rappeggiavo. Rappeggiavo alla fine degli anni Cinquanta tutto quello che i miei occhi vedevano! Tutto quello che succedeva, anche la signora che faceva le corna al marito con Don Pasquale. Tutto rappeggiavo io. Ecco che quando è uscito "Stop Bajon (Primavera)" ha fatto il botto.

Ed è stato uno dei primi pezzi rap italiani moderni.
Ma sai che ancora adesso lo cercano in tutto il mondo? È incredibile.

Lì tra l'altro c'è anche Don Cherry, quindi roba eccezionale.
Don Cherry ha fatto un capolavoro in quel brano, perché ha suonato la chitarra africana, poi la pocket trumpet. Quello è il sound, è il suono, ecco perché lo cercano ancora in tutto il mondo. IL suono.

Ma collegandoci a Don Cherry tu ti senti anche un po' "free jazz"? Perché tutto sommato tu sei inarrestabile e spontaneo nelle escuzioni.
Ma il free jazz bisogna saperlo fare, non è che ti metti lì e fai free, libero... libero de che? Bisogna avere la cultura anche in quello, è un linguaggio.

Però in un certo senso sei un improvvisatore radicale, secondo me.
Sì, sì. Quello sì.

Ma anche popolare, nel senso ci sono molti improvvisatori radicali che li senti e dici "che palle!" E invece tu parti dal ritmo, che è libertà in sé.
Perché a me piace la gente che fa questo [batte il tempo con il piede]: è importante coinvolgere chi ti ascolta. La cosa più brutta che può succedere è che la gente si alzi e se ne vada mentre stai suonando, è tremendo.

Molti ne fanno motivo di vanto: "Se ne vanno perché non mi capiscono", invece magari se ne vanno perché... è una merda.
[Ride] Eh sì! E quella è una cosa tremenda.

Però ecco, a questo proposito vorrei raccontarti un aneddoto: un amico mio di Crotone, che è bassista, mi ha chiesto di raccontarti questa cosa. Quando era piccolo guardava Fantastico in TV con suo padre, e c'è stata quella volta che sei andato con Billy Cobham a fare il drum contest. Dopo aver visto Cobham che fa duemila rullate tutto composto, e poi te che invece ti sbracci, il padre fa al mio amico: "Vedi? Tullio c'ha stile perché suda, quell'altro no!"
[Ride] Ma era Billy Cobham!

Tu sei molto fisico, sei un performer.
Il corpo è importante, suonare col corpo. Body and soul, corpo e anima. Mettere il corpo in quello che fai... io appena vedo la batteria comincio a sudare! Non so come fanno certi musicisti che suonano e non sudano. Non so se credergli.

Ma Cobham sudava o no?
Sudava, sudava… era impostato e non si vedeva. Un grande.

Ma tu hai più tecnica jazz o rock?
Tutt'e due. In quel periodo lì, quando ho conosciuto Billy, negli anni Settanta, era il batterista più grande del mondo, c'era da imparare.

Noi ci siamo conosciuti in Germania, a Francoforte, nel '76 o '77. Lui aveva questo gruppo straordinario con George Duke, Alphonso Johnson...

Il grande Duke! Hai suonato anche con lui?
Sì, tramite Billy. Suonammo lì a Francoforte. Era bello suonare con Billy perché era veramente un vulcano, quando suonava in quei dischi straordinari della Mahavisnu Orchestra. Poi lui fece degli LP a suo nome: Spectrum, Total Eclipse che è straordinario...

Che poi in fondo è roba strana, weird, pazza.
Sì. C'erano i Brecker Brothers che suonavano con lui, ha tirato fuori grandi musicisti. Poi lo portai in Italia con Pino Daniele.

Quando?
Nel 1983, al Voci e Tamburi di Reggio Emilia, in questo posto straordinario che è l'ex Campo di Volo. Tra gli ospiti c'erano Cobham, Don Cherry, Nana Vasconcelos.

E invece in Bella 'Mbriana di Pino Daniele, dove suoni anche tu, c'era anche Wayne Shorter.
Sì, con Alphonso Johnson.

A proposito: è vero che "'E Fatto 'e Sorde! E?" è ispirata a Don Cherry? Perché c'era questa storia in cui lui sta sui gradini di una chiesa durante Pistoia Blues, se non erro lo racconta proprio Pino, e vede questo Range Rover ultralusso che gli passa davanti, guarda Pino e gli fa: "No good for the blues". È da lì che è nata l'idea?
[Ride] Eh sì, sì!

Appena fai due lire non saluti più nessuno, ti monti la testa... come è nato quel pezzo?
Quella li è nata innanzitutto come dedica a queste persone che tirano fuori la Ferrari solo la domenica e poi non tengono neanche i sord' per te pagà nu café…

Ahahah e nell'ambiente ce ne sono!
Come no! Innanzitutto era diretta a questi qui, e poi ai produttori. C'erano dei produttori in quel periodo che praticamente vedevano solo la strada dove c'era una possibilità economica.

Ma parliamo invece dei tuoi primi dischi. Cioè Suonando la batteria moderna...
Tu assomigli un po' a Gaslamp Killer, lo conosci?

Sì!
Lui è impazzito per quel disco.

Beh in realtà sono impazziti tutti, i collezionisti soprattutto.
Quel disco è arrivato a 800 dollari di valore.

Recentemente l'hanno anche ristampato, mi pare.
Sì, nel 2015. È un disco forte.

Era il tuo manifesto. Quando l'hai registrato lo sapevi, no?
Io pensavo di accompagnare una canzone o un brano, però da solo. Nelle registrazioni di allora non si sentiva mai la batteria perché c'era sempre il cantante. E allora io che ho fatto? Ho tenuto la canzone nella mia testa. Ma il bello è che la gente lo avverte! Ognuno si canta la sua canzone.

Una cosa alla John Cage applicata al pop.
L'anno scorso mi scrive un DJ dall'Inghilterra...

E chi era costui?
Non mi ricordo… ma sta 'ncoppa a 'o computer. Mi chiede il permesso di usare un fill, un break dal disco, e io gli rispondo "di che break si tratta?" Mi manda il file... e l'ho usato nel mio disco nuovo! [ride]

Ahahah grandissimo!
E gli ho concesso il permesso gratis, mi ha dato l'idea. Mi ha ispirato per il mio nuovo brano, "Canto d'Oriente", di cui c'è anche un video bellissimo.

Ti hanno campionato in tanti, vero?
Uuuh sì! Suonando la batteria moderna è quello che è più campionato di tutti. Tutta la black ha usato quel disco lì ma non da adesso, già dagli anni Ottanta.

E nei credits ti hanno messo?
No, non sempre… ma io me ne sono accorto, l'ho sentito tante volte!

Invece per esempio su Future Percussion ci sono delle cose assurde che penso abbiano anticipato anche i Goblin, perché mi ricordo che in Suspiria o Zombie avevano stranamente quest'andazzo brasiliano sperimentale, tamburi parlanti... e forse sei stato tu il primo a diffondere questa idea.
Io ho sempre amato dialogare con le percussioni vere, col berimbau suonato dal grande Luis Agudo. Avevo creato un connubio tra il Brasile, il Sudamerica, e Napoli. E i timpani sinfonici che davano la potenza, percussion power.

Anticipando anche tutti i brani fatti solo con le percussioni.
Ma ancora prima di Suonando la batteria, tre anni prima, c'è il mio primo disco del '71.

E qual è?
Fastness / Coagulation, anche questo è cult! Siccome non c'erano possibilità economiche mi chiesero di fare qualcosa da solo con la batteria. Io sentivo il bisogno di congas, ma non avevo i soldi. Vidi una chitarra in un angolo e feci le percussioni con il culo della chitarra [ride] e venne fuori questo stile strano.

Nella tua vita da turnista hai suonato con una marea di gente, toccando qualsiasi tipo di genere, anche la new wave. Hai suonato con Faust'o.
Sì, ho suonato di tutto.

Che ricordi hai di quel periodo?
Mah, io mi ricordo che entravo in studio la mattina e uscivo alle due di notte! [ride] Ma ho fatto veramente tanti generi musicali.

Mi ricordo anche i Giants!
Ah! Madonna mia, i Giants!

Io sono un fan. Erano fondati dal bassista di Celentano, dei Profeti, e nel secondo disco tu eri parte integrante del gruppo, dico male?
Giusto! Erano americani, ho fatto tutto l'LP, mi chiamavano Tullio "Rototom" De Piscopo.

E lì c'è questa fusione fra rock e disco che poi dai 2000 è diventato uno stile assoluto.
Difatti io dovevo andare a suonare con loro dal vivo, però mi rifiutai! Figurati come sudo io con quell'abbigliamento pazzesco, il casco da football americano, eccetera.

Poi hai fatto un disco anche con Doris Norton, ti sei addentrato in lande addirittura elettronico-psichedeliche!
Ma non credo sia uscito ufficialmente.

Forse l'hanno ristampato nel 2013. Ma come ci si sente a cambiare continuamente stile?
È bello, perché ti fai una cultura. Perché per esempio quando facevamo questi dischi c'era il produttore che ci faceva ascoltare degli esempi. Come quando facemmo un disco pensando ai Black Sabbath…

E quale fu questo disco?
E chi se lo ricorda? Io non sapevo chi erano, e dissi ok. Misi una pezza bagnata sul rullante per avere quel suono li, strano, dei Sabbath. E venne fuori quel suono la. Quindi era istruttivo! Perché imparavi anche i trucchi della registrazione.

Tu di base sei un batterista di strada, sei rimasto uno scugnizzo che suona con le pentole. Ti piace, percuoti tutto.
Se passa questa voglia, è finita, appendi le bacchette al chiodo. Dev'essere sempre una gioia.

Io penso che tu sia stato uno che ha anche anticipato il noise rock, quello più rumoroso. Perché hai fatto anche quel disco con Roberto Colombo, ovvero Botte da orbi, e sei l'autore della title track—e quello che canta dentro il ring modulator sei tu!
Sì, io e Roberto.

E ora lo fanno i Lighting Bolt, Black Pus.. mentre voi lo facevate nel lontanissimo '75!
Beh ma quello era avanti, troppo avanti... ma mo' fanno quelle cose lì? Adesso?

Sì, dal 2000 è quasi normale, solo che molti dicono che se lo sono inventati gli americani, e invece se l'è inventato Tullio!
Poi c'era anche Sfogatevi bestie, altro grande disco.

Tornando al noise rock, c'è questo mio amico che suona con me negli Hiroshima Rocks Around, il batterista, che pare abbia imparato a suonare grazie ai tuoi metodi, quelli che uscivano sul giornale. Quindi hai influenzato moltissimo le nuove leve. Com'è per te insegnare?
È difficile. Devi capire dare poco ad alcuni e molto ad altri. Perché alcuni non hanno bisogno, altri sì. Ora ho imparato e cerco di separarli.

Insegni da tanti anni oramai.
Oramai sono 35 anni. Adesso cerco di separare e di fare i corsi tutti uguali, però era intrigante anche prima, perché uno che stava un po' più avanti poteva portare avanti anche gli altri.

Perché poi alla fine imparare vuol dire vedere il maestro in azione, no?
Sì, però devi anche parlare. Ma la cosa importante che do a loro è l'esperienza, che chiaramente loro non possono avere essendo giovani. E dare a loro quello che gli altri non hanno dato a me, quando io ero giovanissimo e chiedevo consigli a dei batteristi che allora erano ritenuti grandi, mi hanno sempre voltato le spalle. Io invece do loro tutti i miei trucchi.

Questa è un'esperienza blues, perché molti musicisti neri in America non avevano possibilità di avere reali lezioni di musica, non avevano i soldi o non era loro permesso. Autodidatti.
Sì, quindi do a loro quello che non ho avuto io. Ma anche stare assieme, andare a mangiare una pizza tutti insieme, nella pausa andare al caffè tutti insieme, non il maestro da una parte e gli allievi dall'altra.

Questo aspetto è più importante dello studio vero e proprio?
No, lo studio va fatto, ma a casa. Io ti faccio vedere le cose, poi vai a casa e studi. Ma il dialogo è importante. Ho aiutato parecchi ragazzi che addirittura volevano smettere, e mo' sono diventati grandi.

Ecco… chi è uno dei tuoi grandi allievi?
Per esempio Andrea Ge, un grande rocker che stava nei gruppi di Vasco Rossi, stava negli Sharks. Lui era venuto per un anno a lezione, ma non era andato molto avanti. L'anno dopo faccio le audizioni e vedo che lui non c'è. Allora telefono a casa di Andrea e risponde la madre: "Signora, volevo ringraziarla per i soldi che avete buttato e che avete dato alla scuola per un anno". "No, ma perché lui va a lavorare..." "Io volevo solo ringraziarla, avete buttato quei soldi, arrivederci". Il giorno dopo si è iscritto, e adesso con la musica ci campa da anni.

Questi sono i trucchetti del mestiere.
Bisogna anche leggere negli occhi di questi ragazzi. Quando entrano in aula io capisco subito qual è il problema. Arriva quest'allievo con l'aria triste, gli dico: "Dopo ti accompagno io a casa". Sale in macchina e mi racconta che è quasi Natale e non ha i soldi per fare un regalo alla sua fidanzata. Io ho preso 400mila lire che avevo in tasca e gliele ho date. Arriva l'anno nuovo, l'ultimo giorno di lezione, e io non me ne ricordavo nemmeno più. Lui viene da me e mi ridà i soldi. Ma l'importante per me era che fosse andato tutto bene con la ragazza. Saper capire gli altri, i giovani… non basta solo fare ta-ta-ta su un rullante.

Ma Whiplash l'hai visto?
Ah sì, fa schifo. Vai su YouTube e vedi la parodia che ho fatto io, con la parrucca e i miei allievi. Quello che perde le bacchette, perde le musiche, il sangue, quello che tira la sedia… ma che cazzo è? [Ride] Che sfiga, per fare un concerto gli succede di tutto a questo poveraccio... ma non esiste. Però ha fatto successo!

Eh perché la gente a volte, ahimè, non capisce un cazzo. Come molti non capiscono il grande impegno civile dentro la tua musica, magari distratti dalla parte più "orecchiabile". Ad esempio il mio disco preferito tuo è Sotto e 'Ncoppa, secondo me una cosa favolosa.
Capolavoro. "La colpa non è mia se sono nato a Napoli. Tu sei del Nord: hai il lavoro, le strade belle, i parchi…"

"Divario" è un brano antileghista ante litteram, e fa il paio anche con i Napoli Centrale, portavate avanti un impegno civile tosto.
Loro sono venuti fuori subito dopo.

E poi "La Cozzeca", che inizia con questa cosa free quasi spaziale.
Bellissima. La cozza che si discolpa davanti al tribunale del mare: "Signor giudice, tribunale del mare. Io song' a cozzeca... 'a cozzeca! Tutti quanti mi cercavano, tutti quanti mi volevano, ero buona da mangiare, co' 'o limone, co' 'o pepe! Ero la regina delle tavole imbandite, io mi ricordo... era bello chillu mare, azzurro comm' u cielo e verde come è verde la speranza. Signor giudice... Ma mo' adesso nisciuno me vo' cchiù, diceno che io porto brutte malattie. Ma 'a colpa nun è d'a cozzeca… 'a cozzeca sta in fonn' u mare, e ha da mangià quello che arriva a fora u mare. Sto mare non è stato cchiù rispettato e allora, se onore tenite, trasite, venitemi a piglià, venitemi a salvà."

Che bomba... ma la fai ancora dal vivo?
Eh no... Non la capiscono!

E d'altronde è firmata Tullio De Piscopo Revolt Group!
Eh sì, il gruppo della rivolta. Ti ricordi la tarantella?

Sì! Anche lì è un'unione fra funk, jazz, rock, tradizione...
Ma anche già come parte l'LP era bello: timpani sinfonici, la potenza!

E poi hai fatto anche M__etamorfosi con Oscar Rocchi, nell'81. Parte mezzo lounge, poi diventa jazz funk: strano ibrido.
Quel disco è stato usato molto in televisione, nei documentari.

Stile library music.
Sì, io me ne accorgevo guardandoli.

Ma poi tu hai fatto dischi anche con Papetti!
Papetti! Straordinario. Io lo ammiravo tantissimo perché era un grande strumentista. Pensa che lui era il sax baritono della big band jazz, aveva suonato alla scala ed era riuscito col suo suono a superare tutti i cantanti! Una grande vittoria andare primo in classifica per anni due volte all'anno con due LP all'anno. Andava dritto primo in classifica!

Hai fatto tanti dischi con lui?
Quindici!

Ma c'è anche un altro grande sassofonista con cui hai lavorato tantissimo. Io sono di Roma, zona Primavalle/Torrevecchia, e a Primavalle c'era l'orgoglio della zona: Massimo Urbani.
Gli ho fatto anche un bellissimo disco, Max Leaps In, live.

Che ricordi hai di Urbani e di questo gemellaggio Roma-Napoli?
Tanti, tantissimi. Veniva a casa mia qui a Milano, a Corsico, qui vicino. Facemmo un gruppo strepitoso insieme con Massimo, io, Larry Nocella, Luigi Buonafede. Non è durato tanto, perché eravamo tutte teste matte.

Poi Urbani stava come stava, il periodo parla chiaro.
Senti un aneddoto su Papetti. Papetti era il numero uno in Giappone. Però non c'è mai andato perché aveva paura dell'aereo. Allora al posto suo ci andava Nini Rosso, della sua stessa casa discografica, con la tromba. Per lo stesso motivo Papetti non voleva andare neanche in America. Nel 1976 sono andato a New York, accompagnavo Luciano Tajoli. Siamo stati tanti giorni, andavamo a sentire i gruppi jazz. Un giorno vado a sentire Stan Getz e c'era Billy Hart alla batteria; alla fine del loro set ho chiesto a Billy se mi dava l'indirizzo di un negozio dove lui andava a comprare i grandi LP jazz. Mi dà l'indirizzo e la mattina vado al negozio. Arrivo là, guardo le copertine in vetrina, e c'era un disco che avevo fatto io. Fausto Papetti.

Ahahah! Ma dai, in un negozio jazz?
Sì, in un negozio jazz di quelli pesanti! Pensa cos'era nel mondo Papetti. Ma lui non lo girava per paura di volare. La grande vittoria di questi musicisti è stata di superare i divi del canto.

Esatto, tu sei sempre stato preso dalla musica strumentale, ma il discorso è che come batterista sei sempre stato riconoscibile per il tuo essere pirotecnico… quindi quando ti sei messo a cantare, di fronte, è stato uno shock per molti, una cosa diversa.
Ma come ti dicevo prima, io l'ho sempre fatto, sin da bambino. Per esempio avevamo fatto un gruppo che si chiamava gli Strangers, a Napoli, e io cantavo, cantavo il rock! [canta "Tutti Frutti"] Suonavamo nei night club e a una certa ora, quando i clienti nella penombra andavano nei separé privati con le entraineuse, io cantavo delle canzoni napoletane... capito? Mi è sempre piaciuto cantare. Ma poi ho voluto dare le parole alla batteria. Perché a un certo punto, negli anni Settanta, avevo grande notorietà, grandi consensi, premi… Ma i soldi? Quasi niente. Non si guadagna molto a suonare, quindi mi son detto: "Qui devo vedere come fare".

E come hai fatto?
Eh, ho fatto "Stop Bajon" con Pino! Allora ci siamo detti che potevo cantare prima, invece di aspettare i trentacinque anni.

E di Pino che ricordi hai?
Pino per esempio è stato l'unico cantante che io ho accompagnato dal vivo, ma lui non era un cantante: era un musicista, soprattutto. Era un grande chitarrista, un grande musicista con la M maiuscola. Non ho mai visto nessuno studiare come lui, cercava sempre soluzioni armoniche, nuove. E poi anche lui, come volevo fare io, ha dato le parole alla sua musica.

È vero in effetti.
Sì. Perché ad esempio un pezzo come "Chi Tiene 'o Mare" è un brano strumentale. Lui ha messo le parole alla sua musica, che in un certo senso già parlava da se, gli ha tirato fuori le parole giuste.

Vi siete influenzati a vicenda quindi
Ci siamo amati a vicenda. Avevamo una grande passione. Non la passione per la birra, di lei o di lui, no: la Passione. Una cosa oltre. La sintonia. Non avevamo bisogno di provare! Veniva fuori una cosa magica. Andate a vedere le registrazioni, non parliamo sempre a vanvera! Andate a vedere queste cose straordinarie dove suoniamo io e lui, da soli, davanti a ottomila persone, con una batteria piccola così.

Ma perché, c'è qualcuno che pensa male?
No, ma magari va a vedere le schifezze straniere, ce n'è tante.

In effetti...
Quella era una cosa straordinaria che non può ripetersi più, è finita. Se n'è andato lui, è finita. Non siamo più in grado di ricreare, anche tutti noi, la superband. Non possiamo più farlo perché non c'è lui, e allora chi canta? Chi mette le parole alla sua musica? Non c'è nessuno all'altezza. Capito che ti voglio dire? Quindi non chiedetemi di fare dei tributi a Pino Daniele, non telefonatemi più. Non si può fare. È unico, Pino.

Lui ha fatto molte colonne sonore, ma anche tu. La mia preferita è forse L'Arma.
Ah! Informato u' guaglione eh? "Black Star" l'ho inserita nel mio nuovo box set, Musica senza padrone. Fa parte della mia storia.

Com'è comporre per i film?
Bellissimo. Anche questa era una cosa che sognavo da bambino.

Cosa facevi esattamente?
M'immaginavo un'orchestra sinfonica, e io scrivevo le divisioni ritmiche di quest'orchestra, scrivevo la ritmica.

Però hai studiato anche l'armonia, le tastiere.
Sì, certo.

Quindi componi col pianoforte diciamo..
Sì, mi arrangio [__ride]. Una volta ho fatto una colonna sonora: ho tolto l'audio e vedevo solo le immagini di I tre giorni del condor, con Robert Redford, e ci ho fatto io la musica.

Ma davvero? Per chi?
Per me! [ride] Negli anni Ottanta, siccome mi piaceva assai il film, ho tolto l'audio e in base alle immagini ci ho messo io una musica.

Hai mai fatto sonorizzazioni di film dal vivo?
No. Potrebbe essere un'idea, una cosa nuova!

Beh io ci verrei subito, facciamolo!
Ok! Rifacciamo I tre giorni del condor allora!

A proposito di composizione, tu hai fatto L'era del cinghiale bianco con Battiato. Mi sono sempre chiesto: "come mai Battiato non ha richiamato Tullio?" Forse perché voleva qualcosa di più metronomico? Perché poi in effetti sei stato sostituito da Golino.
No no, quello era il nuovo Battiato, era un lavoro già fatto. Io glielo aggiustai perché il produttore mi chiamò per un consiglio, per sapere se mi piaceva. Il lavoro era bello, soprattutto la voce e i testi, ma quello che c'era intorno non andava bene, quindi abbiamo tolto tutto e siamo partiti dalla batteria.

Ah ma dai! Quindi sei coproduttore di L'era del cinghiale bianco!
No.

Beh, se parti dalla batteria...
Eh, lo so! Per noi dovrebbe essere così, ma non era così. Poi io non ci sono più andato perché me ne sono andato con Pino Daniele, è stata una scelta mia.

In quel disco c'era anche Radius, tua vecchia conoscenza.
Ma io stavo con Pino! Avevamo creato una super band. Anche se ti devo dire che il gruppo di Battiato era eccezionale, c'era Julius Farmer al basso, Radius alla chitarra, Sante Palumbo alle tastiere, Stefano Pulga, Giorgio Baiocco ai fiati, Sergio Farina all'altra chitarra... era un gruppo ben affiatato. Ma oramai la strada del groove gliel'avevo indicata, tanto è vero che allora non si campionava, ma fecero una serie di anelli, dei loop col nastro, con la mia cassa, il charleston e il rullante di L'era del cinghiale bianco e con quelli fecero anche gli altri LP.

Ma davvero? Con quelli?
In parte. Però la strada era tracciata. Ma questo lo facevano tutti.

Tu alla fine sei anche un padrino dell'italo disco, degli overdub di batteria.
Eh tu pensa che io ho fatto "Wojtyla Disco Dance"! Dieci minuti, che non c'era neanche il click elettronico, quindi io feci per dieci minuti la cassa in quattro, precisa. Pazzesco.

E tu lo facevi anche con i Kano.
Ma tu conosci tutto!

Beh ma si tratta di leggenda.Tu registravi separatamente i pezzi della batteria per farla sembrare più elettronica?
No, erano arrivate anche le percussioni elettroniche, però erano tutti strumentini piccolini che io inserivo, ma c'era sempre la batteria a comandare. Chessò, "Splendido Splendente", "Kobra".

Non me lo ricordavo! Eri davvero onnipresente allora!
Eh quella era la strada, la strada dell'italo disco. E poi un altro disco importantissimo in Italia, cambiando direzione musicale, era Fabrizio De Andrè, Rimini. "Volta la Carta"... fantastico.

Lì siamo già in zona etnica, che comunque ha sempre fatto parte di te.
Si è stato l'inizio di un genere. Poi Deus di Adriano Celentano, primo in classifica. Con lui ho fatto molti dischi. Anche Geppo il Folle con Mina! Nella mia raccolta ho messo "Il nostro caro angelo" di Battisti cantato da Mina, con il mio sound.

Insomma tu hai inventato praticamente la batteria pop italiana. E con Battisti hai mai lavorato?
Sì, ma abbiamo fatto solo dei provini, perché poi lui passò alla Numero Uno. Ci conoscemmo nel '65. Lui suonava la chitarra nel gruppo dei Campioni, ed io la batteria nel gruppo di Eddie Caruso, eravamo due orchestre da night e suonavamo nel night club del casinò di Sanremo, nello stesso periodo del festival. Io e Lucio dormivamo in una pensione in via Matteotti, sopra al Super Cinema.

Ma dai...
Lui mi faceva sentire tutte 'ste canzoni strane, e io invece gli facevo sentire il jazz. Poi di giorno magari io conoscevo dei ragazzi e andavamo ai Mak P, perché noi suonavamo solo la notte—ma lui parlava sempre poco. Andavamo là e ci alternavamo, un'ora loro poi un'ora noi, e poi ci alternavamo ancora. Chi iniziava finiva prima. Però ci aspettavamo e poi andavamo a mangiare... un toast! Quello che ci potevamo permettere.

Splendido. Ma hai lavorato anche con un altro Lucio... Dalla!
Straordinario. Io, Pino e le nostre famiglie andammo ospiti di Lucio alle Tremiti. Una volta, mentre parlavamo, lui stava al pianoforte e disse: "Io impazzisco per questo brano". Era "Libertango", così io gli risposi: "Eh sì, bellissimo, l'ho fatto io!" E lui: "Ma va' là!" Si alza, va a prendere l'LP e fa: "Cazzo, è vero!"

Tu con Astor Piazzolla hai fatto di tutto. Grace Jones deve ringraziare anche te per aver sbancato con la cover!
Quel sound è uscito naturale, non è stato studiato, capisci? Lucio neanche sapeva che ci stavo di mezzo io, ma in totale ho fatto dieci LP con Astor.

Ma adesso ti piace la musica latina, tipo la cumbia? Ci sono dei tuoi pezzi che la ricordano secondo me.
Io ascolto di tutto, senza pensare ai generi. Per me non esiste la cumbia, io ascolto, non so se è prog, rock, metal. È musica, non do etichette io: io le do solo al free, perché è musica libera!

Qual è il tuo batterista preferito di sempre?
Non ce n'è uno solo. Nel jazz: Elvin Jones, Max Roach... sono tanti. Nel rock: John Bonham, che ho conosciuto di persona. Suonavamo con l'orchestra al Vigorelli di Milano, poi hanno incendiato il palco—un casino che non ti dico—e quindi stavamo nei camerini a scambiarci dei rudimenti.

Ma com'era Bonham? Matto?
No, era tranquillo. Beveva, sì, ma tutti bevevano. È stato un grande batterista e ha inventato delle cose nel rock, il suono era bello.

A proposito di suono, a me comunque piace "Drum Dream", parlando dei tuoi lati B che sono sensazionali, forse più dei lati A dei tuoi 45 giri. Il primo disco dub italiano forse?
Boh! 'A musica è 'a musica. Bella intervista comunque: è uscito il lato umano? [ride]

Demented è su Twitter: @DementedThement.

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